LA SCRITTURA

Ferdinando Amigoni
Fantasmi del Novecento

“La narrativa italiana del Novecento sembrerebbe avere i titoli per entrare nell’esclusivo club, presieduto senza alcun dubbio dagli scrittori argentini, delle letterature che hanno scelto nel corso del XX secolo di battere la tortuosa strada del fantastico.”

Questo saggio di Amigoni rappresenta una delle rare elaborazioni critiche su un aspetto della letteratura italiana del Novecento poco esaminata, quella fantastica.
Dopo un capitolo introduttivo in cui si esamina la definizione di “letteratura fantastica” partendo e smentendo in parte il testo fondamentale di Todorov, La letteratura fantastica.
Vengono poi prese in esame alcune opere e alcuni autori molto importanti nel panorama culturale italiano nella cui poetica l’aspetto fantastico è importante, ma non centrale.
Si inizia con La casa ispirata di Alberto Savinio che, fin dall’ambiguità semantica del titolo, può lasciare spiazzato il lettore, in particolare quello contemporaneo alla stesura stessa del romanzo (1925).
Il titolo appunto: casa ispirata in realtà significa casa infestata dagli spiriti, ma questa versione linguistica, familiare ai lettori inglesi e francesi, sarebbe parsa estranea a quelli italiani. Le case in realtà sono due, popolata da maligne presenze l’una, “salvifica” ma ancora da erigere l’altra: nessun luogo quindi abitabile, e questo essere senza casa e senza patria è una delle ossessioni più profonde dell’autore rappresentata costantemente nelle sue opere.
Il capitolo relativo a Landolfi, il maggior autore di narrazioni fantastiche nel quadro della letteratura italiana novecentesca, si apre con l’affermazione sconcertante dello scrittore che rifiuta la definizione di “fantastici” ai suoi racconti. Landolfi “appartiene al fantastico”, ma teme che tale collocazione abbia in sé qualcosa di sminuente, e ciò appare strano perché è lui il primo a dare grande valore al genere. Per questo scrittore, come per tutti quelli che hanno percorsi questo cammino, il fantastico esiste solo laddove sia minimo lo scarto dal verosimile: è così infatti che nasce il perturbante, l’Unheimliche freudiano che impedisce il passaggio alla fiaba e al “meraviglioso”.
Con L’Infanta sepolta, breve racconto del 1948, Anna Maria Ortese scrive uno dei migliori esempi di narrativa fantastica nostrana: una credenza popolare vedeva una particolare statua della Madonna come “viva” e in effetti la narratrice dichiara di avere toccato una mano della statua e di averla sentita muoversi calda tra le sue. Terrorizzata, era uscita a precipizio dalla chiesa. Il tema della statua animata è la rottura del principio di non contraddizione , “ma il tentativo dell’Ortese di dire l’indistinto, il prerazionale, si segnala senza dubbio per il suo radicalismo”.
Il saggio si chiude con il passaggio di un’opera di Tabucchi, La testa perduta di Damasceno Monteiro, romanzo realistico in cui però viene formulata una delle più interessanti teorie del fantastico nel dialogo tra l’avvocato Loton e Firmino, il protagonista del romanzo:
- Lukács mi serve per la letteratura portoghese del dopoguerra, rispose, la fantascienza appartiene al fantastico.
- Qui la volevo, replicò l’avvocato, il fantastico. È una bella parola e anche un concetto su cui meditare, ci mediti, se ne ha tempo.

Vengono poi presi in considerazione due racconti di Tabucchi, perfetti, forse troppo, in cui se esaminati con attenzione è possibile ritrovare alcune tematiche dello scrittore delle opere maggiori: quella del “padre assente” (con tutta la valenza simbolica che il tema ha), e la consistenza e la rappresentabilità dell’Io. Rispondendo a una lettera fittizia, Tabucchi dichiara: “Forse noi scrittori abbiamo semplicemente paura. Ci consideri pure dei codardi, e ci lasci alle nostre private colpe e ai nostri privati fantasmi. Il resto è nuvole”.

Fantasmi del Novecento di Ferdinando Amigoni
157 pag., Euro 18,00 – Edizioni Bollati Boringhieri (Saggi. Arte e letteratura)
ISBN: 88-339-1521-2

Le prime righe

I.
Ih, la fantasima!

Dato che l'opposto del possibile è sicuramente il reale, saremo
portati a definire il reale come l'impossibile.
Jacques Lacan
«Realtà» (una delle poche parole che non hanno alcun senso
senza virgolette).
Vladimir Nabokov

I.Gregor Samsa nel salotto di Mme Verdurin
Sono molte le monografie che si aprono con l'affermazione: «non esiste una definizione precisa del fantastico». Sembrerebbe assai problematico ritagliare all'interno dell'universo letterario un territorio del fantastico dai confini nettamente segnati. I molti, sempre opinabili tentativi di classificazione tematica, stilistica o strutturale sembrerebbero lasciare un ampio margine di insoddisfacente vaghezza. Questa ricorrente ammissione di colpevolezza finisce poi spesso per rovesciarsi, con una rapidità che potrebbe destare qualche sospetto (dialettica consueta della libido), in un'esaltazione del genere: il fantastico sarebbe un genere-limite e come tutti i limiti non tollererebbe che definizioni approssimative. Con una punta di rammarico, trascurabile inconveniente risarcito dal compiacimento che tanto spesso accompagna il rilascio di patenti di ineffabilità, i numerosi teorici del fantastico giungono in ogni caso a un'identica conclusione: tra un vampiro che torna dall'oltretomba e Mme Verdurin non esiste alcuna differenza sostanziale; l'uno e l'altra sono entità fittizie, puri insiemi di parole.
Perché, è lecito chiedersi, il fatto che il fantastico si comporti esattamente come qualsiasi altro genere letterario disturba la tranquillità dei critici? Dopotutto è parimenti impossibile fornire la formula assiomatica della tragedia, del romanzo realistico, dell'idillio o del poema cavalleresco. Credo che la ragione sia di ordine psicologico.

© 2004 Bollati Boringhieri Editore


L’autore

Ferdinando Amigoni insegna Storia della critica letteraria all’Università di Bologna. Ha pubblicato La più semplice macchina. Lettura freudiana del “Pasticciaio” e Il modo mimetico-realistico. Ha curato un’edizione ampiamente commentata di Una vita di Italo Svevo e, con Vanessa Pietrantonio, l’antologia Crocevia dei sogni. Dalla “Nouvelle Revue de Psychanalyse”.


Di Grazia Casagrande


17 settembre 2004