COSTRUIRE LA PACE

Nanni Riccobono
Santi senza Dio
Storie del popolo dei cooperanti

“Pensare che possano esistere delle cose precise da fare, nette, chiare, pensare che tu possa andare in Africa in modo neutrale, solo per farle, è una trappola della nostra cultura. Risponde a un’idea di parcellizzazione del lavoro a cui siamo educati noi, mentre l’Africa, come molti altri posti, è un contesto in cui ti si chiede semplicemente di essere.

Un libro che ci permette di capire chi sono e che cosa si ripromettono quelle persone che dedicano la loro esistenza a migliorare la vita delle popolazioni straziate dalla guerra o dalla fame e che di questa attività fanno una professione. Dopo i drammatici eventi iracheni, dopo il rapimento delle due giovani cooperanti italiane, ci è sembrato che segnalare questo testo fosse praticamente obbligatorio anche perché le esperienze che testimonia ci consentono ancora un po’ di speranza nell’essere umano.
Nanni Riccobono ha qui raccolto sette storie speciali, di sette persone che hanno speso, e tuttora spendono, la loro vita per portare ai popoli del Terzo Mondo o a quelli tormentati dalle guerre (spesso, ma non sempre, le due cose coincidono), un aiuto fattivo. La prima notazione che sorge spontanea, una volta letto il libro, è che tutti costoro (le storie sono raccontate in prima persona direttamente dagli interessati) hanno un approccio semplice al problema e nessuno si sente davvero straordinario. Tutti e sette dichiarano che la loro scelta, difficile e rischiosa com’è, o è venuta per caso oppure ha avuto un carattere temporaneo, e poi… e poi quel lavoro li ha coinvolti nel profondo e gli anni di impegno in paesi lontani e sfortunati si sono moltiplicati ed è diventato impossibile prescindere da quell’esperienza. È molto difficile inoltre ritornare e riprendere a vivere dentro un mondo dominato dal superfluo e dai bisogni indotti, quando si è toccata da vicino la lotta per sopravvivere, per combattere malattie che nascono dalla condizione marginale a cui i vari Nord del mondo hanno destinato i Sud. Nessun tono eroico, nessun atteggiamento autoesaltatorio, anzi: sembra quasi che i cooperanti, i medici, le infermiere che hanno operato e che continuano a operare in condizioni tremende, cerchino di sminuirsi, di mostrare la loro debolezza, la loro normalità e che temano di apparire dei supereroi o dei santi, per riprendere il titolo del volume.
Il loro è un lavoro, particolare di certo, ma è una professione. La cosa è evidente per coloro che svolgono attività in campo sanitario, anche se è chiaro a tutti che altro è essere in un ospedale, in un laboratorio o in uno studio medico in Italia, altro è doversi prodigare in condizioni igieniche inesistenti, consapevoli della totale inadeguatezza dei mezzi a disposizione e spesso con la minaccia di una guerra che bussa alle porte dell’improvvisato ospedale. Ma è “professione” anche quella degli altri cooperanti, insegnanti, organizzatori, addetti a varie funzioni atte a favorire lo sviluppo e la migliore qualità della vita della popolazione locale. Proprio il sottolineare che la loro attività non nasce da puro impulso “umanitario” (come giustamente dice Gino Strada nella prefazione, questo termine oggi è davvero impresentabile), ma è una scelta professionale, indica il desiderio di tutti di non sentirsi dei “diversi” o dei missionari. Eppure è così difficile rientrare, riprendere i contatti, tener vive le amicizie, addirittura mantenere rapporti di normalità con le proprie famiglie d’origine che quasi mai accolgono con entusiasmo la rischiosa scelta di quei figli irrequieti. Solo una operatrice dichiara che la sua vita affettiva rientra nella piena “normalità”: ma guarda caso anche il fidanzato è impegnato nella cooperazione!
Molti di loro si spostano da un Paese all’altro e ogni volta devono inserirsi in un mondo diverso, in culture, costumi e relazioni spesso molto lontani tra di loro, altre volte invece si fermano per anni interi in un Paese e instaurano amicizie, rapporti e solidarietà davvero profonde.
Ragazzi e ragazze, uomini e donne che hanno deciso per sé una via difficile, un percorso accidentato che per alcuni (e quando i nostri sette cooperatori ne parlano lo fanno con consapevole timore) si è tragicamente concluso, eppure le loro ci appaiono vite che hanno trovato un senso capace di giustificare le giorni e le notti di lavoro ininterrotto, le privazioni e le paure, senso che troppo spesso manca alla nostra limitata quotidiana fatica.

Santi senza Dio. Storie del popolo dei cooperanti di Nanni Riccobono
203 pag., Euro 13.60 – Edizioni Baldini Castaldi Dalai (I saggi n. 263)
ISBN 88-8490-554-0

Le prime righe

Carri armati sotto le finestre

Valerla Fabbroni ha trent'anni, è di Grosseto e lavora da un anno in Palestina, a Jenin, come capoarea di COOPI. Per il CESVI è stata in Kosovo dal 2000 al 2002. Valeria è architetto e sta per laurearsi in antropologia.

Dal Kosovo mi porto dietro la paranoia delle mine. Tuttora non ci cammino su un prato, non ci cammino su strade che non sono battute. Dalla Palestina mi porto l'ansia di fare tutto quello che devo fare il primo giorno della mia permanenza: l'ansia da coprifuoco. Dico a mia mamma, no no, questo lo faccio oggi, perché se domani è chiuso? Lei mi guarda e fa: «Valeria?! Rilassati. Prima che mettono il coprifuoco a Grosseto ce ne vuole...»

So che devo tornare in Italia prima o poi, che non posso restare a lavorare fuori tutta la vita. Guardo le persone che fanno questo mestiere da trent'anni, mi dico no, io in quel modo non voglio diventare. Sono tutte persone meravigliose però non hanno legami qui. Quando hai quarantacinque-cinquant'anni i tuoi amici hanno una vita di cui tu non fai più parte. Gli altri vanno avanti.
Tu invece hai la pretesa, ogni volta che torni, che tutto sia rimasto uguale, che tutto sia fermo, che gli amici, la famiglia, escano dalla loro ibernazione per accoglierti. Mia nipote invece cresce, le amiche sono andate a vivere da sole, qualcuna si è sposata, i miei genitori invecchiano, la casa cambia, le strade, i negozi cambiano…
Sei una cosa che arriva, sta un po’ e se ne rivà via.

© 2004 Baldini Castaldi Dalai Edizioni


L’autrice

Nanni Riccobono ha lavorato per diciotto anni a “l’Unità” dove si è occupata di cultura e scienza; per lo stesso quotidiano è stata corrispondenza da New York. Ha pubblicato i romanzi: Tunguska e 2008: il pericolo viene dal cielo. Dirige la rivista dell’associazione Italia Nostra e collabora con “l’Unità”.


Di Grazia Casagrande


10 settembre 2004