MUSICA, CINEMA, SPORT

James Baldwin
Un altro mondo

“There’s thousands of people, stava cantando Bessie, ain’t got no place to go, e nella monotonia attenuatissima di quel blues, per la prima volta Rufus udì qualcosa che gli parve parlare al cuore turbato.”

Molti autori hanno scelto di raccontare ai propri lettori una colonna musicale per i loro romanzi o racconti. Non è proprio come ascoltare una raccolta di brani vibranti dalle casse dello stereo... ma se lo scrittore riesce a trasmettere le sensazioni, il clima che una certa musica genera attorno a sé, accade il miracolo e la narrazione si può ascoltare oltre che leggere perché prende il ritmo della musica di cui parla. E ciò che accade con Un altro mondo, un romanzo che racconta la vita, non facile, di Rufus, batterista di colore, nella New York degli anni Sessanta. James Pete Johnson, Bessie Smith, Charlie Parker, sono solo alcuni nomi di un percorso musicale straordinario, che include persino Beethoven. Anche se sembra non esserci via di uscita, se non tragica, a una vita difficile, un poco di sollievo possono offrirlo le note, gli strumenti e le voci, come quella sensuale e meravigliosa di Mahalia Jackson con la quale si chiude il romanzo.

Un altro mondo di James Baldwin
Titolo originale: Another country
Traduzione di Attilio Veraldi
423 pag., Euro 16,50 – Casa Editrice Le Lettere (Pannarrativa)
ISBN: 88-7166-808-1

L’incipit

PARTE PRIMA

SENZAPATRIA

Alla larga, gli dissi,
i senzapatria.
Così dovette ritornar da capo,
ma la fine ormai era vicina.
W.C. HANDY

1

Da dove si trovava, in Times Square, fronteggiava tutta la Settima Avenue. Era mezzanotte passata e dalle due del pomeriggio cosa aveva fatto? Niente: stare al cinema, in galleria, ultima fila. Un paio di volte l'avevano svegliato le aspre voci del film, italiano; una volta la maschera e poi, un altro paio di volte, ambigue dita che lo frugavano, lungo i pantaloni. E lui era stanco morto, ridotto al punto di non saper più nemmeno provare rabbia: tanto, ormai, gli avevano portato via tutto - Il meglio ti sei preso, perché dunque non prendere il resto? - eppure, senza neanche aprir gli occhi, aveva dato un grugnito, scoperto i denti bianchi sulla sua faccia nera e accavallate strette le gambe. Poi la galleria s'era mezzo svuotata, il film italiano stava per finire, e lui, incespicando, era sceso per quella gradinata interminabile giù, giù, fino in strada. Aveva fame. E una bocca disgustosa. Troppo tardi, già uscito dal cinema, s'era ricordato che doveva urinare. E che era al verde. E che non aveva dove andare.
Quando gli passò accanto, il poliziotto lo squadrò. Rufus girò via il capo, alzandosi il bavero della giacca (perché il vento, ilare, già aveva preso a punzecchiarlo), e s'avviò su per la Settima Avenue. Aveva pensato di andare a casa di Vivaldo - l'unico amico rimastogli in quella città, se non al mondo - a svegliarlo; invece decise di tirare avanti fino a un jazz bar, un locale notturno che lui sapeva, a dare un'occhiata. Magari vedendolo qualcuno lo avrebbe riconosciuto; magari uno dei ragazzi gli avrebbe sganciato tanto di che pagarsi un pasto o la subway. Ma, forse, se non lo avessero riconosciuto, sarebbe stato anche meglio.

© 2004 Casa Editrice Le Lettere


L’autore

James Baldwin (New York 1924 – Saint Paul de Vance 1987) è autore di oltre venti opere di narrativa e di saggistica fra le quali ricordiamo: Go Tell it on the Mountain (1953); Nobody Knows My Name (1961) e The Fire Next Time (1963). Ha ricevuto numerosi premi e nel 1986 è stato insignito della Legion d’Onore.


Di Giulia Mozzato


29 luglio 2004