VOCI DAL MONDO

Rafael Chirbes
La bella scrittura

“Provavo un’enorme pena per noi, per tutto quello in cui credevamo e per cui lottavamo da giovani, per le canzoni che conoscevamo a memoria e che cantavamo – ‘occhi verdi, verdi come il grano verde’- per i momenti in cui ridevamo e le parole che ci dicevamo per carezzarci il cuore”.

La vecchia Ana vuole morire nella sua casa, ormai popolata soltanto dai ricordi. Il figlio e la nuora vogliono invece abbattere la casa e costruire al suo posto un bel condominio, dove Ana potrebbe abitare in un appartamentino nuovo.
Di fronte alla minaccia della cancellazione di quanto rimane del suo passato, Ana si mette a scrivere un memoriale per il figlio, rievocando le persone che hanno abitato la casa: i suoceri, il marito Tomás, il cognato Antonio, e nello stesso tempo rivivendo le speranze degli anni Trenta, poi le angosce della guerra civile e gli anni cupi e repressivi del franchismo. Avevano creduto che gli stenti vissuti durante la guerra, e la prigionia di Antonio, rappresentasse il periodo peggiore, e che in seguito ci sarebbe stato il riscatto, ma la fine della guerra era coincisa con l’inizio del franchismo, che era riuscito a seminare discordia e rivalità nella famiglia, anche a causa del matrimonio di Antonio con Isabel, sprezzante e ambiziosa, che aveva convinto il marito a passare dalla parte dei dominatori, iniziando una scalata sociale che li avrebbe allontanati dai cognati. Pur sentendosi tradito dal fratello, Tomás non lo accusa, perché la solidarietà familiare è una forza inscritta nel suo sangue, ma l’amarezza e la fatica lo stroncano, e Ana rimane la sola depositaria di quei ricordi, di quei valori ancestrali.
Per Rafael Chirbes, come per la sua protagonista Ana, la scrittura è uno strumento della memoria, e le memorie personali riproducono, con la forza di penetrazione della metafora, vasti percorsi epocali e significati universali. Così, le divergenti esistenze di Tomás e di Antonio rappresentano la lacerazione della Spagna fra vinti e vincitori e più profondamente, pescando nell’inconscio, la tumultuosa dinamica del cuore umano.

La bella scrittura di Rafael Chirbes
Titolo originale: La buena letra
Cura e traduzione di Augusto Guarino
XII-115 pag., Euro 12,00 – Editore Le Lettere (Siglo XX n. 4)
ISBN: 88-7166-807-3

Le prime righe

Oggi è venuta a pranzare a casa, e al momento del dessert mi ha chiesto se ricordo ancora i pomeriggi in cui tuo padre e tuo zio andavano alla partita e io le preparavo una tazza di cicoria. Certo, ho pensato. Dopo cinquanta anni mi fanno ancora male quei pomeriggi. Non sono riuscita a liberarmi della loro tristezza.
Mentre gli uomini si mettevano la giacca e si pettinavano dinanzi allo specchio piccolo dell'ingresso, lei si lamentava perché non le permettevano di andare con loro. Tuo zio mi faceva l'occhiolino al di sopra della spalla quando le diceva: «Ti immagini che effetto può fare una donna in mezzo a tanti uomini? Qui non siamo a Londra, tesoro. Qui le donne se ne stanno a casa». E a lei fuggivano le lacrime, piene di un rancore che, appena poté, ci costrinse a pagare.
Ha sempre avuto un'idea della vita ben diversa dalla nostra. Forse l'aveva appresa in Inghilterra, dalla famiglia elegante con cui aveva vissuto vari anni. Fin dall'inizio aveva parlato e si era comportata in modo strano. Chiamava tuo zio «vita mia» o «cuoricino mio», invece di chiamarlo con il suo nome. Questa cosa, che oggi può sembrare normale, allora appariva stravagante. Ma lui era contento di mostrare di avere sposato una donna che non era come le altre e che veniva ad accoglierlo con dei gridolini, o si nascondeva dietro la porta appena lo sentiva arrivare, come per fargli una sorpresa.

© 2004 Casa Editrice Le Lettere


L'autore

Rafael Chirbes (Tabernes de Valdigna, Valencia, 1949) fin dal breve romanzo d’esordio Mimoum (1988) e in seguito in testi di ampio respiro come La lunga marcia (1996) e La caduta di Madrid (2000), tutti e tre apparsi in traduzione italiana, si è progressivamente rilevato come uno dei più interessanti narratori della scena spagnola contemporanea.


Di Daniela Pizzagalli


16 luglio 2004