SE LI AVETE PERSI...

Leonardo Sciascia
L’adorabile Stendhal

“Insomma: un anno prima o un anno dopo, ma quello segnato da Stendhal no di certo. E senza dubbio l’annotazione non risponde a verità per quanto riguarda il luogo, Marsiglia; e forse Stendhal la buttò giù come al solito, per far confusione – quasi che la sua vita fosse tutta una cospirazione, da difendere con minuziosa attenzione, attraverso finzioni e mistificazioni, dalla vigilanza di una polizia che trascende quella dei Borboni e degli Asburgo e assurge, coinvolgendo i suoi futuri lettori e esegeti, a categoria esistenziale”.

Facendo scorrere l’elenco dei libri appartenuti a Sciascia riguardanti Stendhal (Henri Beyle) ho ritrovato per quindici volte il nome dell’amico Gian Franco Grechi, stendhalista convinto, curatore del fondo Bucci alla biblioteca Sormani di Milano, quella raccolta di cimeli dello scrittore francese prelevati da Civitavecchia dopo la sua morte e diventata un reliquiario. Quando lo andavo a trovare mi ragguagliava sulle visite di Sciascia, anche lui assiduo frequentatore del Fondo, e mi ripeteva che l’oggetto a cui era più devoto, tanto da suscitare in lui delle improvvise estasi, era la scatola con l’interno scritto di pugno da Stendhal. Ho sempre ritenuto tale oggetto la metafora più attinente a questo autore che ha radunato attorno a sé una setta di estimatori, gli “stendhalisti” appunto. Una metafora buffonesca e infantile, così come è da bambino più che da adulto ricoprire di parole l’interno di una scatola; se non che ciò che Henri Beyle ha sempre fatto durante la sua vita, è stato giocare a nascondere, a contraffare, a occultare se stesso e ciò che scriveva, cambiando nome, falsificando date, imbrogliando situazioni, luoghi, persone, glorificando il proprio narcisismo e istigando i suoi lettori a fare lo stesso nel tentativo di dipanare quei misteri biografici che sono il vero fulcro della sua opera. A questo punto proclamarsi stendhalisti significa ammettere di essere caduti in una trappola e lo stesso Sciascia confidava che coloro che ne erano vittime non ne sarebbero usciti per la vita.
Questa raccolta di saggi pescati nell’opera dello scrittore siciliano e ripubblicati insieme, sono la prova di uno studio maniacale, di un amore sconsiderato: l’esaltazione del narcisismo stendhaliano. Ma anche un’esaltazione involontaria del proprio, perché compiacersi con tanta determinazione di un autore nel quale i non pochi difetti vengono costantemente tramutati in pregi, le cui cadute sono risolte in voli stilistici, non può che suscitare infiniti dubbi sulle cristallizzazioni di tale amore, inviscerato per occultismo letterario.
Si sarà capito, non sono uno stendhalista. Personalmente, al titolo L’adorabile Stendhal avrei opposto L’irritante Stendhal, infatti non mi annovero tra gli esaltatori della stupidità di Fabrizio del Dongo, non sono mai riuscito a ritenerla plausibile nel contesto di un romanzo sia pure implicitamente ateo nei confronti della letteratura, tanto per parafrasare Lavagetto. La frase di Sciascia: “Chi ama Stendhal non può amare Proust” mi piace al contrario, e non mi stupirebbe se ce ne fossero altri della mia opinione. Ma resta il fatto ineluttabile che di tanto in tanto Henri Beyle vada riletto e che occorra un certo entusiasmo iniziale per affrontare “l’intollerabile prosa di Stendhal” come la definiva Pierre Louys, approvato da Paul Valéry. Va riletto lontano da Proust naturalmente, e con il supporto di chi lo ha scandagliato fino in fondo. Perché se l’Henry Brulard è il capolavoro di Standhal e ci si vede solo un insieme disordinato e menzognero di fatti biografici, se la Certosa di Parma è il più bel romanzo della letteratura mondiale (c’è pure chi l’ha detto) e si fa così fatica a tenerlo in mano in certi momenti, bisognerà assolutamente ricorrere a Sciascia stesso, attraverso i suoi saggi, la sua prosa erudita, il suo amore per lo scavo psicologico, ma soprattutto attraverso la sua fede nella scrittura, anche quando sembra grafomania, per cercare di rasserenare il giudizio.
E’ vero che il bibliofilo, e Sciascia lo era, è tra i maniaci letterari quello più portato a stravolgere le regole del gioco: piegare una storia alla propria fantasia è tipico di chi è portato a ritenere qualunque libro un assoluto capolavoro solo perché raro e si è riusciti ad acquistarlo: a quell’estremo il collezionista cade spesso nell’illusione di non esserne solo il proprietario, ma anche l’autore. Forse che accada anche per gli esegeti del Francese?
Il dubbio è se la setta degli Stendhalisti non abbia danneggiato più che aver giovato alla fama di Henri Beyle, questa stretta ossessiva attorno ai suoi libri frammentari, ripetitivi, incompiuti, frettolosi, disordinati, mai rivisti, abbandonati, forse ripudiati, può anche sembrare un modo di mettersi in mostra dimostrando di saper padroneggiare una qualunque materia, se si è supportati dalla volontà, e dall’ambizione. Probabilmente si rileggerebbero più volentieri i libri di Stendhal considerandoli per quello che sono e per l’epoca in cui sono stati scritti, senza gravarli di un’aspettativa esagerata, magica, da scatola magica, solo perché la scrittura è rimasta dentro e non ce l’ha fatta a venire fuori. Ma per alcuni la scatola può essere più importante di ciò che contiene, basta tornare bambini e saperci fantasticare.

L’adorabile Stendhal di Leonardo Sciascia
A cura di Maria Andronico Sciascia, con un saggio di Massimo Colesanti
Pag. 225, Euro 12,00 - Edizioni Adelphi (Piccola Biblioteca Adelphi)
ISBN:88-459-1806-8

Le prime righe

ADORABILE

Ieri sera, uscendo per una passeggiata, ho visto nella crepa di un muro una lucciola. Non ne vedevo, in questa campagna, da almeno qua-rant'anni: e perciò credetti dapprima si trattasse di uno schisto del gesso con cui erano state murate le pietre o di una scaglia di specchio; e che la luce della luna, ricamandosi tra le fronde, ne traesse quei riflessi verdastri. Non potevo subito pensare a un ritorno delle lucciole, dopo tanti anni che erano scomparse. Erano ormai un ricordo: dell'infanzia allora attenta alle piccole cose della natura, che di quelle cose sapeva fare giuoco e gioia. Le lucciole le chiamavamo cannileddi di picuraru, così i contadini le chiamavano. Tanto consideravano greve la vita del pecoraio, le notti passate a guardia della mandria, che gli largivano le lucciole come reliquia o memoria di luce nella paurosa oscurità. Paurosa per gli abigeati frequenti. Paurosa perché bambini erano di solito quelli che si lasciavano a guardia delle pecore. Le candeline del pecoraio, dunque. E ogni tanto ne prendevamo qualcuna, la tenevamo delicatamente chiusa nel pugno per poi aprirne a sorpresa, tra i più piccoli di noi, quella fosforescenza smeraldina.

© 2003 Adelphi Edizioni Milano


L'autore

Leonardo Sciascia, gli scritti qui radunati erano dispersi in vari libri di Sciascia, apparsi fra il 1970 e il 1990. Tutte le opere di Sciascia (1921-1989) sono in corso di pubblicazione; fra i titoli più recenti Per un ritratto dello scrittore da giovane (2000) e I pugnalatori (2003).


Di Alvaro Strada


16 luglio 2004