VOCI DAL MONDO

Hiner Saleem
Il fucile di mio padre

“Puntai l’arma in tutte le direzioni, mi sentivo un autentico Napoleone. Avrei voluto che arrivasse l’intera armata irachena per affrontarla da solo. D’un tratto mi ricordai del vecchio Brno di mio padre. Che cosa avevamo ottenuto con tutti quegli anni di lotta? Ci voleva altro. Ma che cosa? Io non conoscevo la risposta. Guardai il mio kala_nikov, sempre più convinto che non si poteva scavare una galleria con un ago. Mi commossi pensando al nostro destino.”

Fiducia, speranza, disillusione e rabbia. E ancora una volta il sapore amaro della delusione finale. È questa la storia dell’infanzia e dell’adolescenza di Azad, è questa la storia del popolo curdo.
Fin da bambino Azad vive con profonda consapevolezza il senso dell’appartenenza alla stirpe curda, a un popolo dalla storia antica eppure privo di un’identità univoca e di un proprio stato autonomo e riconosciuto. “Il cuore dei curdi allora è scoppiato”, diviso fra Turchia, Iran, Iraq e Siria: la voce dell’autore si leva in un canto disperato di fronte alla condizione di “senza patria” riservata al suo popolo, di fronte alla consapevolezza di un destino di persecuzioni e vagabondaggi forzati.
Azad ci racconta il suo mondo con linguaggio semplice, diretto, ingenuo e malizioso al tempo stesso. Parla dell’epopea del suo popolo attraverso il filtro del suo sguardo infantile, frastornato eppure già disincantato, intrecciando così alla realtà dei fatti un tessuto dal sapore fiabesco. Tuttavia, tanto più tragiche appaiono le vicende narrate, tanto più concreta e palpabile si mostra la verità agli occhi del lettore e agli occhi stessi di Azad.
Da bambino Azad è fiero del fucile di suo padre e spera di poterlo imbracciare un giorno per difendere il suo popolo. Il vecchio Brno di famiglia si trasforma in un simbolo di identità e di speranza, depositario della forza e del coraggio dell’intero popolo curdo, disposto a stringersi intorno al suo generale, Barzani, e a lottare unito per raggiungere la tanto agognata libertà. Crescendo Azad assiste alla lenta lacerazione del suo sogno. Si accorge infatti dell’impotenza della propria gente e persino del lieve senso di ridicolo nascosto nell’ingenua fiducia riposta nel gruppo “dirigente”, sporadico e assente, e in un “ipotetico” e imminente appoggio “esterno” che non arriverà mai, nell’arco di anni, a concretizzarsi.
Così intorno ad Azad si alternano le voci più disparate, accomunate da uno stesso carattere effimero: da una parte gli slanci più autentici della sua famiglia e soprattutto del padre e del fratello che intraprendono una lotta disperata quanto inutile per liberare il proprio popolo, mentre dall’altra i metallici annunci radiofonici di diverse emittenti, da Radio Mosca a Radio America a Radio Tehran, intessono sulla scena l’immagine di un panorama internazionale evidentemente disinteressato alla situazione curda e preoccupato piuttosto di salvaguardare i rispettivi interessi.
Solo aggrappandosi con le unghie alla propria identità è possibile sopravvivere. Con questa certezza Azad lascia, infine, il suo amato paese, senza però mai dimenticarlo.
Il passo cruciale della sua vita, e di quella dell’autore, è costituito dunque dalla difficile decisione di abbandonare la sua terra tanto preziosa e la sua famiglia: eppure è proprio l’amore per le sue origini a spingerlo ad affrontare quel “misterioso” mondo esterno, fino ad allora conosciuto soltanto attraverso la radio. Azad-Saleem sceglie una strada diversa rispetto a quella di suo padre: è attraverso la riscoperta e la diffusione della cultura del suo popolo che si realizza il suo desiderio di riscatto. Azad riesce in questo modo a riappropriarsi del sogno dell’infanzia: la dolce immagine di una terra solo curda.
E Saleem, al suo paese, dedica questo racconto che è un omaggio alla storia dei curdi e insieme un atto di rivolta contro la tragica condizione di chi è costretto fin dall’infanzia a confrontarsi con l’intolleranza e la prepotenza. Una ferma risposta contro l’abuso sommario della forza e violenza nei confronti dei più deboli.

Il fucile di mio padre di Hiner Saleem
Titolo originale: Le fusil de mon père
Traduzione di Elda Necchi
Pag.124, Euro 10,00 - Edizioni Einaudi
ISBN 88-06-16884-3

Le prime righe

Il fucile di mio padre

Il mio nome è Azad Shero Selim. Sono il nipote di Selim Malay. Mio nonno aveva uno spiccato senso dell'umorismo. Diceva di essere nato curdo, in una terra libera. Più tardi, erano arrivati gli ottomani che avevano detto a mio nonno: tu sei ottomano, e lui era diventato ottomano. Alla caduta dell'impero ottomano, era diventato turco. Dopo la partenza dei turchi, era tornato a essere curdo durante il regno di Cheikh Mah-moud, il re dei curdi. Con l'arrivo degli inglesi, mio nonno era diventato suddito di Sua Graziosa Maestà; aveva persino imparato qualche parola in inglese.
Gli inglesi hanno inventato l'Iraq e mio nonno è diventato iracheno, ma non ha mai scoperto il segreto nascosto in quell'appellativo: Iraq, e fino al suo ultimo respiro non è mai andato orgoglioso di essere iracheno; e nemmeno suo figlio, Shero Selim Malay.
Ma io, Azad, ero ancora un bambino.

© 2004 Giulio Einaudi editore


L'autore

Hiner Saleem é nato nel Kurdistan irakeno nel 1964. A diciassette anni ha lasciato il paese. Vive a Parigi. Come regista ha realizzato tra l'altro i film Vive la mariée...et la libération du Kurdistan (1997), Passeurs de reves (1999), Absolitude (2001) e recentemente Vodka Lemon (2003), Premio San Marco all'ultimo festival di Venezia. Questo é il suo primo libro.


Di Paola Bonfanti


16 luglio 2004