La biografia


Matteo Collura
In Sicilia

“La casa. Nel rivederla, il tempo, come crollando di colpo, mi è caduto addosso, restituendomi, ingorgate nella malinconia, immagini dolorose. La casa, la sua solitaria miseria, e la nostra, mia e delle mie sorelle, di mio padre e di mia madre, e di mia nonna. Quante volte, nel farmi uomo, mi sarei tormentato con le domande di Mendel Singer, il protagonista del romanzo di Joseph Roth che solo molto più tardi avrei letto?”

Quando un recensore, presunto critico, vuole sbarazzarsi dell’autore che non lo ispira, non lo convince, o semplicemente non è in grado di comprendere, ma di cui bisogna che parli, lo paragona a qualche scrittore famoso. Di solito, più elevato l’altare, minore la stima riservata al dio sconosciuto, o scomodo, che si vuole far salire a esso, e poiché i paragoni sono di natura antipatici, spesso diventano boomerang, sia per chi scrive, sia per chi è descritto. A Matteo Collura, della cui opera non ci si vuole sbarazzare, ma al contrario leggere e rileggere, non si adattano paragoni, soprattutto per questo libro, In Sicilia, apparentemente una cronaca di viaggio, in effetti romanzo. Un romanzo nell’antica accezione, così come sono romanzi La vita di Apollonio di Tiana o il Milione. Infatti, non sempre le storie vere sono più funzionali, rispetto alle inventate, a questo genere letterario, semmai, paradossalmente, non le vere, bensì le vissute raggiungono quei presagi di profondità capaci di traslare la vita in parole, e viceversa. Il dono che plasma i suoni convenzionali della lingua in idee, in azione, non viene regalato, deriva da un percorso iniziatico che può durare a lungo e addirittura non risolversi mai; colui che lo anela sa di doversi umiliare, ma soprattutto sa che le sofferenze incontrate durante il suo viaggio potrebbero restare oscure. Anche se non per sempre. Delle sofferenze di Matteo Collura, del suo percorso iniziatico attraverso le proprie origini di uomo e di scrittore, abbiamo il resoconto vittorioso in questo libro, attraversato da un impeto martellante, marcato da uno stile personalissimo che è dell’affabulatore antico, quel metodo millenario in grado di catturare l’attenzione dell’uditorio accoccolato attorno al fuoco.
C’è molto di parlato in questa prosa che l’autore definisce “scritta a mano”, e c’è nel tono cangiante della voce la traccia delle emozioni, come nella splendida descrizione dell’ingresso in Palermo dove il ritmo sembra rattenere i singhiozzi. O dove l’intercalare del virgolettato cela l’ironia, di rimando a chi voleva essere ironico, come in quell’ “Egregio amico” dispensato dai palermitani ai “piedincretati”, gli stranieri, i siciliani di “fuori”. È un parlato pieno di verbi, di fatti, ma emerge anche la pittura di un’aggettivazione a volte persino barocca, forse perché il sovrabbondare è di questa terra spesso eccessiva, mai monotona, sia nei colori, sia nelle forme, mai scontata come altre realtà geografiche o sociologiche in cui i sostantivi possono bastare a descriverle. Ed ecco che il parlato si trasforma in poesia, alcune frasi sono versi; prima di tutto per la ricercatezza delle immagini, ma in particolare per le cadenze, che sembrano inseguire una metrica aulica.
Non si è riferito finora di personaggi, né di trama, né di colpi di scena. Meglio lasciare al lettore la scoperta del percorso che questo libro compie facendosi romanzo. Ma di uno dei protagonisti vale la pena di dire ancora qualcosa; non è una figura illustre, carnale, è una disposizione letteraria che sorride a pochi: la riflessione. Collura non ci lascia soli davanti a dei simulacri, a degli aneddoti, a delle esasperazioni, egli testimonia e traduce; e traducendo indaga su un aspetto che coinvolge la ragione, o la sua assenza, in molte vicende siciliane. Apprendiamo così che la predilezione per Sciascia non era dovuta solo all’amicizia, ma al forte legame che questo scrittore aveva con la ragione, contestualmente all’irragionevolezza che sembrerebbe prevalere ovunque. La follia, tema cardine di molti scrittori siciliani, erompe dalla sopraffazione, dal sangue sparso quasi con noncuranza, dai manicomi nei quali i pazzi non si sa se siano chiusi dentro o fuori, da una tipologia umana che va da Cagliostro al principe Raniero Alliata, il quale teneva sul proprio tavolo un teschio che “mordeva” una pergamena su cui era scritta una maledizione in aramaico. Collura riflette sulla difficile traduzione della follia in ragione, sembrerebbe una di quelle imprese care a Cervantes, ma restando fedeli al proposito di evitare paragoni, bisogna constatare che se non riesce del tutto, il demerito non è suo. La realtà, a volte, in Sicilia, è troppo al di sopra della fantasia, o dei buoni propositi, per poterla circoscrivere; e non si può operare come Bixio a Bronte, il quale ordinò di fucilare anche il pazzo Fraiunco pur di inseguire un’irraggiungibile giustizia.
Per questo e altro siamo resi consapevoli che si dimostri più coraggio e virilità nello scrivere libri come questo di Matteo Collura, piuttosto che nell’eseguire massacri, specialità non solo siciliana, purtroppo, bensì della follia in genere.

In Sicilia di Matteo Collura
221 pag., Euro 14.00 – Edizioni Longanesi (Il Cammeo n. 410)
ISBN 88-304-2089-1

Di Alvaro Strada

le prime pagine
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I

PORTELLA DELLA GINESTRA: sulla mappa che in questo momento ho sotto gli occhi non è indicata; ma so dov'è, lì, tra le pietrose gobbe a sud di Palermo, presso Piana degli Albanesi. Bel nome, Portella della Ginestra, e gentile, e mite. Ma non bisogna credere ai nomi dei luoghi, in Sicilia. Sono bugiardi, a volte, e promettono mirabilie che nella realtà naufragano nella desolazione di un paesaggio da sempre violentato e ormai stravolto. Santa Caterina Villarmosa, Contessa Entellina, Palma di Montechiaro, Isola delle Femmine, come gli idilliaci nomi della scalcagnata Colombia di Cabrici Garcfa Màrquez: Tucurinca, Guamachito, Neerlandia, Gua-camayal... No, non lasciatevi ingannare dai nomi, se andate in Sicilia. Anche quello di Portella della Ginestra è un nome ingannatore: fa pensare a un luogo solitario, certo, ma non ostile, con quella portello, a ingentilire ciò che in realtà è un ventoso passo di montagna, e quella ginestra a dare un'illusione di schiva fioritura, «odorata», dice il poeta, e «contenta dei deserti».
Portella della Ginestra: sarebbe soltanto un fascinoso toponimo sperduto nella dissennata geografia isolana, se una ormai lontana mattina di festa non vi si fosse consumato uno degli eccidi più infami che la storia di queste rugose contrade ricordi. Ho girato e continuo a girare in lungo e in largo la Sicilia, ma non ero mai stato a Portella della Ginestra, perché credevo fosse uno di quei luoghi che assomigliano ad altri di più vasto richiamo e di più agevole approccio.

© 2004 Edizioni Longanesi

biografia dell'autore
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Matteo Collura (Agrigento 1945) è autore del Maestro di Regalpetra – Vita di Leonardo Sciascia che tanto successo ha riscosso in Italia e all’estero. A Sciascia ha dedicato anche Alfabeto eretico. Ha pubblicato, fra l’altro Eventi – Il racconto dell’Italia del Novecento e Associazione indigenti. Giornalista culturale del Corriere della Sera, vive a Milano.




9 luglio 2004