VOCI DAL MONDO

John Updike
Corri, coniglio

“Crede che non sappia dirglielo, ma glielo dirò. Un tempo ero uno sportivo davvero bravo, sul serio. E dopo essere stati di prim’ordine in qualcosa, non importa cosa, ci si sente svuotati, in un certo qual modo, a passare di second’ordine. E quella meschina vita a due, di Janice e mia, accidenti, era proprio di second’ordine.”

“C’era una volta Harry Angstrom, un brillante giocatore di basket ...”.
John Updike avrebbe potuto scegliere questa formula di apertura tipicamente fiabesca, per il suo Corri, Coniglio. “Coniglio” è il soprannome affibbiato all’eroe (ogni eroe che si rispetti ne possiede uno!) attorno al quale ruotano le vicende di questo romanzo. Il largo viso pallido, lo sguardo inespressivo, il piccolo naso tremolante giustificano questo nomignolo inventato dagli amici. A pensarci bene, però, anche la paura costante, la mancanza di coraggio e quindi la fuga come soluzione ideale di fronte alle difficoltà accomunano Harry a quel buffo animaletto timoroso. Una premessa che incomincia a tratteggiare una fiaba alternativa, diversa rispetto a quelle che riportano le gesta di forti e valorosi eroi, ma simile ad esse nella struttura.
Harry Angstrom, promettente giocatore di basket si ritrova, all’età di ventisei anni, sposato con Janice, una donna alcolizzata e tonta, padre di un bimbo di due anni e rappresentante nei grandi magazzini del “Magisbuccia” (un inutile utensile da cucina). Insoddisfatto sia sul piano familiare che professionale, decide di fuggire, di abbandonare la realtà deludente nella quale è stato intrappolato. Nelle fiabe tradizionali gli eroi si trovano inizialmente in una situazione sfavorevole dalla quale si allontanano per andare in cerca di avventure; durante il viaggio intrapreso, incontreranno creature fantastiche, disposte ad assisterli nel superamento delle prove che di volta in volta li vedranno coinvolti. Ma accadrà così anche al nostro protagonista?
Harry è apparentemente un eroe fortunato, non deve affrontare grossi pericoli, solamente far chiarezza dentro di sé. In questo cammino di ricerca interiore sarà accompagnato da Tothero, Ruth ed Eccles. La conversazione con Tothero, il suo allenatore di basket, fa riaffiorare nel cuore di Harry il desiderio di sentirsi vincitore, di recuperare la gioia provata durante le partite.
Con Ruth, una ex prostituta, trascorre le notti, sperando invano di instaurare un legame solido, fonte di appagamento, ma la donna sa che la loro storia non avrà futuro e che prima o poi Harry ritornerà dalla moglie.
Eccles, un ecclesiastico, cerca di ricondurre il nostro eroe sulla retta via, appellandosi alla religione e alle aspettative di Dio nei confronti di ciascun individuo: “Pensa, allora, che Dio voglia vederla far soffrire sua moglie?”
La sua fede è sterile, esattamente come quella di Harry, che non è convinto dell’esistenza di Dio, sebbene voglia far credere il contrario.
Le fiabe non terminano con il ritorno dell’eroe alla fase iniziale, bensì con il passaggio ad una condizione migliore. Ma il nostro eroe non è come gli altri... e si ritroverà di nuovo al punto di partenza. Dopo essersi riconciliato con la moglie in occasione della nascita della secondogenita Rebecca, una tragedia familiare lo allontanerà per sempre da lei. L’unica alternativa ad una vita monotona e deludente sembra essere la fuga: “Le mani gli si sollevano per loro conto e, mentre i suoi calcagni colpiscono dapprima pesanti il marciapiede, poi, con una sorta di raddensarsi senza sforzo d’una specie di dolce panico, divengono più leggeri e più rapidi e più silenziosi, lui sente il vento sulle orecchie ancor prima di mettersi a correre. Ah: corre. Corre.”

Corri Coniglio di John Updike
Titolo originale: Rabbit, Run
Traduzione di Bruno Oddera
Introduzione di Claudio Golier
Pag. 297, Euro 17.00 – Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN: 88-8246-498-9

Le prime righe

Ragazzi giocano a pallacanestro intorno a un palo del telefono sul quale è inchiodata la tavoletta della reticella. Gambe, grida. Il raschiare e lo schioccare dei Keds sui ciottoli sparsi del viale sembra catapultare alte le voci nell'umida aria di marzo azzurra sopra i fili. Coniglio Angstrom, facendosi avanti nel viale con il vestito da lavoro, si ferma e osserva, benché abbia ventisei anni e sia alto un metro e novanta. Così alto sembra un coniglio improbabile, ma la larghezza del viso bianco, il pallore delle iridi celesti, e un tremito nervoso sotto il naso corto mentre si ficca in bocca la sigaretta, spiegano in parte il soprannome, appioppatogli quando era ragazzo anche lui. Rimane lì a pensare, i ragazzi continuano a venire al mondo, continuano ad assediarti.
E la sua presenza fa sì che i veri ragazzi si sentano a disagio. Occhi si volgono furtivi. Giocano per il loro piacere, non per esibirsi a un adulto che gironzola nella cittadina in un doppio petto color cacao. Sembra loro buffo, il semplice fatto che un adulto abbia risalito il viale. Dov'è la sua macchina? La sigaretta rende la cosa ancor più sinistra. È magari uno di quelli capaci di offrire loro sigarette o soldi perché vadano con lui dietro la fabbrica del ghiaccio? Hanno sentito parlare di queste cose ma non sono molto impauriti; lui è solo e loro sono in sei.
La palla, rimbalzando a razzo dal supporto dell'anello, vola sopra il capo dei sei e cade ai piedi dell'uomo. Lui l'afferra al primo rimbalzo corto con una fulmineità che li fa trasecolare.

© 2003 Ugo Guanda Editore


L’autore

John Updike è nato a Shillington, in Pennsylvania, ma vive dal 1957 nel Massachusetts. Romanziere, poeta e critico, ha ottenuto numerosi premi, come il Pulitzer e l'American Book Award, e ha conosciuto un vasto successo di pubblico. Fra i suoi libri ricordiamo: Festa all'ospizio, Il centauro, Sposami, Fratello Cicala, Nello splendore dei gigli, Una storia in Danimarca, Sogni di golf, Verso la fine del tempo


Di Michela Pizzi


9 luglio 2004