VOCI DAL MONDO

Imre Kertész
Il vessillo britannico

“Se nel corso dell’esistenza ci prepariamo con costanza a ricevere la morte, giacché questo è il nostro vero – anzi, in realtà, il nostro unico – compito… se nel corso dell’esistenza apprendiamo, ci esercitiamo a guardarla come una soluzione in ultima analisi tranquillizzante, se non proprio soddisfacente, questa è serietà.”

Tre racconti, anzi due lunghi racconti e un “verbale”, costituiscono l’ultima prova narrativa del Premio Nobel ungherese Imre Kertézs che la Bompiani offre ai lettori italiani.
La frase sopra riportata di certo evoca l’atteggiamento intellettuale che frequentemente ritroviamo nelle pagine di questo scrittore: una fredda capacità di osservare il male che, pur cambiando le realtà storico-politiche, accompagna la vita degli uomini. Il primo racconto, che dà titolo alla raccolta, è il lungo monologo di un anziano professore che, sollecitato dai suoi studenti ed amici, ricorda, tra mille excursus e mille riflessioni devianti, un’immagine fugace di molti anni prima. Con ogni probabilità un momento della liberazione, l’apparizione di una mano guantata e di una bandiera inglese tra ali di cittadini festanti, gioia che si dichiara subito spenta e apparentemente non condivisa dal narratore, intento allo studio di Goethe e Tolstoj (anzi quasi spinto a questi studi dagli avvenimenti esterni). Tutto il frantumato ricordare una giovinezza frustrante, circondata da bassezze e da opportunismi: quel giovanotto (io) ventenne, abulico, indeciso, continuamente dibattuto tra continue paure e una continua voglia di ridere… Un’età adulta e una vecchiaia che si traduce in continua preparazione alla finale uscita di scena e l’insieme delle esperienze memorabili rappresentato da letture o ascolti particolarmente importanti.
Nel secondo racconto (dall’atmosfera vagamente kafkiana) si assiste a una particolare indagine su un “delitto” sottinteso, su responsabilità mai dichiarate e sulla quotidianità (la moglie, il figlio, le possibili vacanze) che non viene scalfita dalla tragedia vicina. Ciò che maggiormente colpisce è l’attenzione al particolare: l’abbigliamento, i mezzi di trasporto, le parole taciute e il forte controllo su quelle dette. La vicenda che porterà poi alla tragedia (ma nulla di tragico si percepisce anche nella descrizione di quell’evento) non vuole creare nessuna emozione nel lettore né mostrarne da parte dei protagonisti, è la normalità del male che viene qui descritta.
L’ultimo racconto, Verbale, è la descrizione di un episodio di abuso di potere, o meglio di grettezza burocratica che tratta in modo inutilmente vessatorio un viaggiatore (l’autore? Dato che vi si cita un romanzo, Fiasco) forse poco attento alle “regole” che, anche caduto il regime, permettono arbitri ai vari funzionari di ogni livello.
Ciò che colpisce è il disincanto dell’autore che non pare desideri cercare spiragli o non senta in questa ricerca alcuno stimolo, ma si viva come testimone di un malessere esistenziale che va ben oltre le specifiche situazioni anche se, proprio da queste, trova giustificazione.

Il vessillo britannico di Imre Kertész
Titolo originale: Az Angol Lobogò
Traduzione e cura di Giorgio Pressburger
171 pag., Euro 13,50 – Editore Bompiani (Narratori stranieri Bompiani)
ISBN: 88-452-1206-8

Le prime righe

"Davanti a noi, la nebbia, dietro di noi, la nebbia;
sotto di noi, il Paese sommerso."
Mihàly Babits

Se ora nondimeno volessi narrare la storia del vessillo britannico, come giorni o mesi orsono in una cerchia di amici qualcuno ebbe a incoraggiarmi, in quel caso dovrei menzionare la lettura che per prima mi insegnò l'ammirazione - diciamo così, a denti stretti - per quella bandiera: dovrei parlare delle mie letture di allora, della mia passione per la lettura, di che cosa essa si nutrisse, da quale casualità dipendesse, come del resto ne dipende tutto ciò in cui riconosciamo col tempo la consequenzialità del destino o, se volete, l'insensatezza del destino, in tutti i casi la nostra sorte... dovrei dire quando questa passione ebbe inizio, e a che cosa arrivò infine: in una parola, dovrei raccontare quasi tutta la mia vita. E siccome questo è impossibile, non soltanto a causa del tempo necessario, ma anche per la mancanza di sufficienti conoscenze - giacché chi potrebbe affermare di se stesso che, conoscendo in modo ingannevole e opinabile il proprio intimo, immediatamente possa conoscere anche la sua vita, questo processo, questo svolgimento, questo esito (exit, oppure exitus) per lui, soprattutto per lui, del tutto ignoto... a causa di tutto ciò probabilmente la cosa più corretta sarebbe quella di cominciare la storia del vessillo britannico con Richard Wagner.

© 2004 RCS Libri S.p.A.


L’autore

Imre Kertész, nato nel 1929 a Budapest, è stato deportato nel 1944 ad Auschwitz e liberato a Buchenwald nel 1945. Tornò in Ungheria nel '48 dove lavorò come giornalista in un quotidiano di Budapest fino al '51, quando il giornale, diventato organo del partito comunista, lo licenziò. Dopo due anni di servizio militare, per mantenersi, iniziò a scrivere i suoi romanzi. È stato autore di pezzi teatrali e traduttore di Freud, Nietzsche, Canetti, Wittgenstein e altri. A Essere senza destino, il suo primo romanzo, è seguito Fiasco, considerato il secondo volume di una trilogia che si conclude con Kaddish per un bambino mai nato.
Nel 2002 gli è stato conferito il premio Nobel per la letteratura.


Di Grazia Casagrande


9 luglio 2004