VOCI DAL MONDO

Paul Auster
La notte dell’oracolo

“Quando la storia inizia è arrivato sulla scrivania di Bowen il manoscritto di un romanzo. Un’opera breve, dal suggestivo titolo di La notte dell’oracolo, che dovrebbe essere stata scritta da Sylvia Maxwell, un’autrice popolare negli anni Venti-Trenta e morta da quasi vent’anni.”

Paul Auster ci “ricasca”: anche questa volta ci racconta una storia nella storia, poco più di un marginale aneddoto che pian piano avvolge tutto, lo digerisce e lo riespelle. Ancora una volta i protagonisti scambiano i ruoli e confondono le verità. E noi ricadiamo nella sua rete, sbracciando come mosche invischiate senza riuscire a svincolarci perché la sua scrittura è più, è peggio che carta moschicida. Ancora una pagina e poi basta, ma come ciliegie o patatine, eccoci lì a divorare la pagina successiva, in un delirio di incontinenza.
Un romanziere convalescente dopo una grave malattia, Sidney Orr, è alla ricerca di una trama interessante. Un altro romanziere suo amico gli ricorda un’idea abbozzata da Dashiell Hammett (l’episodio di Flitcraft nel settimo capitolo del Falco maltese) che può avere interessanti sviluppi. All’interno della storia si insinua un altro romanzo immaginario, un testo che il protagonista, editor di una grande casa editrice di New York, trova sulla sua scrivania e porta con sé nella sua fuga dalla passata esistenza. La storia raccontata in La notte dell’oracolo, così si intitola il manoscritto, è a sua volta una trama nella trama, segnata dalla capacità acquisita casualmente da un uomo di prevedere il futuro...
Al “Paper Palace” di un certo Chang si vendono taccuini blu, semplici e funzionali, fabbricati in Portogallo. Non è la bottega degli orrori quella cartoleria a Brooklyn eppure quei taccuini nascondo sicuramente un segreto. Perché anche l’amico John, anch’egli scrittore ma ultimamente afflitto da malanni e depressioni, trasandato, invecchiato e sfinito li ha scelti per scrivere i suoi libri? “Che differenza c’era se John usava un tipo di taccuino invece di un altro? Aveva vissuto un paio d’anni in Portogallo, e sicuramente laggiù quei taccuini erano comuni, disponibili in qualunque cartoleria. Perché non avrebbe dovuto scrivere in un taccuino blu con copertina rigida fabbricato in Portogallo?” Non ci sarebbe nulla di strano se quei taccuini non si trasformassero in una sorta di droga per chi li usa: “sono molto accoglienti, ma sanno anche essere crudeli, e devi stare in guardia se non ti ci vuoi perdere dentro”. È su uno di questi quaderni che Sidney Orr scrive la sua storia, fagocitante, invasiva, straordinaria.
Ricordate Smoke & Blue In The Face? Si riproduce il medesimo meccanismo, in simili ambientazioni e con protagonisti ugualmente carichi di umanità (come a sottolineare che lo scrittore ha comunque e sempre debiti creativi nei confronti di qualcuno?). Lì era un curioso personaggio, un tabaccaio di Brooklyn, a raccontare all’amico scrittore un’edificante ma originale storia adatta alle festività natalizie, Il racconto di Natale di Auggie Wren in cui lui stesso assumeva per pochi momenti l’identità di un altro. Qui è l’identità a prendere per un attimo il sopravvento, spazzata poi via da un realtà non priva di elementi drammatici.

La notte dell’oracolo di Paul Auster
Titolo originale: Oracle Night
Traduzione di Massimo Bocchiola
207 pag., Euro 16.50 – Edizioni Einaudi (Supercoralli)
ISBN 88-06-16919-X

Le prime righe

Ero stato malato per molto tempo. Il giorno in cui lasciai l'ospedale camminavo a fatica e quasi non ricordavo più chi avrei dovuto essere. Usi la volontà, mi disse il medico, e in tre o quattro mesi tornerà come prima. Non gli credetti, ma seguii lo stesso il suo consiglio. Mi avevano dato per morto, e ora che avevo smentito i pronostici evitando misteriosamente di morire, che scelta mi restava se non vivere come se mi aspettasse una vita futura ?
Incominciai con escursioni brevi: non più di un paio di isolati dal mio appartamento e poi rincasavo. Avevo trentaquattro anni, ma a ogni effetto pratico la malattia mi aveva trasformato in un anziano - uno di quei vecchi anchilosati che procedono strascicando, non riuscendo a muovere un passo dopo l'altro senza prima avere guardato quale piede sta avanti e quale indietro. E anche all'andatura lenta che allora mi riusciva di imbastire, camminare mi dava un capogiro strano, aereo; un disordine di segnali eterogenei e di fili mentali incrociati. Il mondo sobbalzava e fluttuava davanti ai miei occhi oscillando come i riflessi di uno specchio ondulato: e ogni volta che cercavo di guardare una cosa singola, di isolare un oggetto dal turbinio aggressivo dei colori - per esempio un foulard azzurro attorno al capo di una donna, o i rossi fanalini di coda di un furgone di passaggio - questo cominciava subito a scindersi e a dileguarsi, svanendo come una goccia di tintura in un bicchier d'acqua.

© 2004 Giulio Einaudi Editore


L’autore

Paul Auster (Newark, New Jersey, 1947) è uno dei più importanti scrittori americani viventi. È autore di romanzi, saggi, poesie, racconti autobiografici, sceneggiature cinematografiche, testi teatrali e traduzioni. Ha anche realizzato la regia per due delle sue sceneggiature. Delle sue opere ricordiamo: Mr Vertigo, Smoke & Blue In The Face, Trilogia di New York, Moon Palace, L'invenzione della solitudine, Sbarcare il lunario, Lulu On The Bridge, Timbuctù, Esperimento di verità, L'arte della fame e Il libro delle illusioni. Ha curato anche l'antologia Ho pensato che mio padre fosse Dio. Storie dal cuore dell'America, che raccoglie i migliori contributi a una trasmissione radiofonica da lui stesso condotta sulla NPR.


Di Giulia Mozzato


9 luglio 2004