SCRITTURE ITALIANE

Carlo Grande
La cavalcata selvaggia
L'impresa in Himalaya di un uomo che seppe inginocchiarsi senza piegarsi

“Il mondo in cui aveva creduto moriva, e anche lui si sentiva perduto: uccidere un uomo è facile, pensava, ma se si uccide quello in cui crede lo si uccide migliaia di volte, ogni giorno che campa. Non voleva tradire i propri sentimenti, ma non sapeva più quali fossero.”

Un libro che parla degli anni cruciali del secondo conflitto mondiale e che è una forte e accorata denuncia contro tutto ciò che alla guerra è collegato: la prigionia dei soldati italiani catturati dal nemico, la sofferenza quotidiana, il drammatico travaglio fisico e morale. Ma, attraverso le lettere che giungono dall’Italia, emerge l’altrettanto terribile situazione dei civili rimasti a casa, la fame, la povertà, la crisi dei sentimenti e dei rapporti affettivi, la morte degli innocenti.
Unendo elementi storici, accuratamente documentati, e finzione letteraria, Carlo Grande affronta un argomento poco analizzato sia dalla saggistica che dalla narrativa del secondo dopoguerra: la vicenda dei soldati italiani prigionieri. In questo romanzo ampio spazio è dato alla descrizione delle condizioni di vita nel campo di reclusione di Yol in India, ai rapporti che si creano tra le varie personalità dei prigionieri (c’è il fascista irriducibile, il ragazzo mite e facilmente influenzabile, quello riflessivo e un po’ misterioso, l’aggressivo, il disperato...), ma sopra tutte si staglia la figura del pilota Pribaz, protagonista del libro ed emblema del travaglio che colpì tanti giovani durante gli anni cruciali che vanno dal 1940 al 1945.
Le condizioni di vita nel campo sono molto dure, la pioggia, il freddo, le malattie, il cibo scarso e cattivo, le umiliazioni e la depressione costante spingono alla fuga e numerosi sono i tentativi di evasione, quasi sempre fallimentari. Anche Pribaz riesce a scappare, trascorre giorni di spaventata libertà attraversando migliaia di chilometri e alla fine non gli resta che ritornare in prigionia perché, tra corruzione e indifferenza di chi dovrebbe essergli alleato, non si apre per lui nessuna possibilità di rientrare in patria.
Il pilota è un uomo solitario, amareggiato, stroncato dalla notizia terribile della morte del figlio nato durante la suareclusione, ostile a ogni forma di arroganza, sempre più critico nei confronti del fascismo e della ridicola retorica che ancora lo circonda, incerto su quale potrà essere la sua vita al ritorno in Italia, sugli affetti lasciati e che gli paiono irrimediabilmente logorati dalle esperienze dolorose vissute da tutti, soldati e civili, indifferentemente. È un uomo che compie un percorso interiore verso il disincanto e che sembra perdersi, smarrirsi per sempre nella disperazione e nell’alcol... Ma ecco, quasi inaspettatamente, si apre per lui un’opportunità, quell’impresa che dà titolo al libro e che è stata realmente realizzata dagli italiani prigionieri nel campo di Yol. Si tratta della scalata su alcune cime himalayane, il raggiungimento della “Vetta Italia”, e infine la “cavalcata selvaggia” verso il lago Tso Moriri conclusasi nell’ottobre 1945. E lì, in quel mondo fatto di pietre e silenzio, Pribaz si guardò indietro, ricordò i suoi errori: vide il suo passato, ne provò un misterioso orrore. Rivide un giovane, sciocco ragazzo, confuso e pieno di orgoglio. E capì anche che per lui non ci sarebbe stato un “dopo”, la sua vita era passata, aveva avuto la sua parte.

La cavalcata selvaggia. L'impresa in Himalaya di un uomo che seppe inginocchiarsi senza piegarsi di Carlo Grande
Pag. 264, Euro 13,00 - Edizioni Ponte alle Grazie
ISBN: 88-7928-677-3

Le prime righe

Tso Moriri, ottobre 1945

«Queste montagne» pensò il maggiore Pribaz affacciato alla tenda, « queste montagne spoglie, color terra, sono la mia casa ».
Davanti a lui un arabesco di cime, una catena di picchi battuti dai venti, che si gettavano nel lago. Il fiabesco Moriri, così a lungo immaginato.
Un mondo fatto di sole, di pietra, di gelo e di fuoco; di pastori e montanari, di pascoli e di silenzio.
Sul valico, legate a un
Ihatho, centinaia di bandierine strappate dal vento, che si agitavano freneticamente, disseminando preghiere nella terra della solitudine.
L'Indo, il sacro fiume, era lontano. Ma poteva ancora sognarlo.
Cos'altro c'era, da sognare? Nulla, gli parve. Cos'altro da fare? Nulla, in tutta coscienza. Niente da possedere, nulla da conquistare. Nessun eroismo da compiere.
Il pilota si sentì appagato. Una specie di vuoto si allargava dentro di lui. Somigliava a un deserto, forse era il deserto di quelle cime, la « terra vuota » che entrava in lui. Il
satong di cui parlavano i lama tibetani.
Qui è il vuoto, pensò il pilota. Ma non è il deserto.
Dopo anni di guerra, di morti, di prigionia, era arrivato.


© 2004 Ponte alle Grazie


L'autore

Carlo Grande, ha 46 anni, é un giornalista della Stampa e, dal 1996 al 2003, é stato direttore responsabile di italia Nostra, mensile della prima associazione ambientalista italiana. Ha pubblicato La vita dei lupi (2002), che ha vinto la prima edizione del Premio Grinzane Civiltà della montagna e il Primio Letterario San Vidal.
L'intervista di libriAlice.it.


Di Grazia Casagrande


18 giugno 2004