CLASSICI CONTEMPORANEI

Dylan Thomas
Avventure nel commercio delle pelli

“Cara mamma, scrisse con il dito sul retro di una busta, alzando gli occhi a guardare la donna di fronte a lui tra l’una e l’altra di quelle invisibili parole, questa mia è per dirti che sono arrivato sano e salvo e che sto bevendo al bar della stazione con una puttana. Più tardi ti saprò dire se è irlandese. Ha circa trentotto anni e cinque anni fa è stata abbandonata dal marito per via della sua condotta. Il figlio è in un ospizio e lei va a trovarlo ogni quindici giorni. Gli dice sempre che lavora in un negozio di cappelli. Non temere che mi prenda tutto il denaro perché ci siamo piaciuti a prima vista. E non devi nemmeno temere che io abbia a soffrire per tentare di redimerla, perché mi è sempre stato insegnato a credere che Mortimer Street sia ciò che è bene ed io non auguro questo a nessuno”.

Tra la pubblicazione di Murphy nel 1938, primo romanzo di Samuel Beckett (anch’esso “zuccherato” nel Café, ma rimasto parecchio amaro) e Avventure nel commercio delle pelli di Dylan Thomas, primo e unico tentativo di romanzo del poeta gallese, corrono tre anni, e tuttavia scarse affinità, molte divergenze e alcune coincidenze curiose. Partendo dalle ultime, non risulta che Thomas si fosse ispirato al romanzo di Beckett, ammesso che lo avesse letto: per sua ammissione i pochi capitoli che era riuscito a scrivere prima di abbandonare l’impresa erano “un misto di Oliver Twist, Piccola Dorrit. Kafka, Beachcomber e del buon vecchio Thomas, lo scrittore rivoltante da tre aggettivi per un penny…”, eppure il personaggio principale, autobiografico, che si chiama Samuel Bennet – strana assonanza - spende le sue avventure, quelle che riesce suo malgrado a conquistare nel centinaio di pagine che gli sono dedicate, in un pathos simile alla “concitazione” in cui Murphy, anch’esso alter ego del suo autore, consuma la sua tragica esistenza. Eppure non ci si può meravigliare di queste affinità, sebbene come già detto, scarse; gli anni sono gli stessi, vissuti nella stessa città, Londra, parlano la stessa lingua, e in aggiunta sia Beckett sia Thomas sono due personalità obnubilate dai loro fantasmi: uno schiavo dello psicanalista, l’altro dell’alcol, arduo stabilire chi dei due fosse risultato più utile; in definitiva, sebbene sembrino affinità, sono in effetti divergenze, così come lo sono appartenere ai vituperati irlandesi (vituperati dalla madre di Bennet) o ai porri gallesi di shakespeariana memoria (Enrico V).
Da questo momento lasciamo Beckett e torniamo a Dylan Thomas, soprattutto al suo rapporto speciale con la parola; i doni che gli elargisce, e diciamo solo della prosa e di questa prosa, sono di un’eloquenza ben superiore al chioccolio beckettiano. Soprattutto il primo capitolo di questo commercio di pelli (si tratta dell’epidermide del protagonista in chiave esistenziale) ha qualcosa di magico che fa tendere l’orecchio di chi legge, istiga al bisbiglio e a tornare sui paragrafi per riascoltarne a voce spiegata la rotondità dei significati nella pertinenza dell’assunto.
Del romanzo ci resta soprattutto questo, una pozza di acqua viva, la trama non sarebbe stata diversa dal solito viaggio dell’eroe; infatti non sentiamo la mancanza degli avvenimenti, si ha bisogno dello sguardo dell’eroe, fresco e originale ogni volta che si spalanca sulla realtà che tutti noi crediamo di vedere e interpretare. È il motivo per il quale non siamo grati a coloro che vorrebbero rendercela ancora più oscura di quello che appare, mentre dobbiamo essere riconoscenti a quei prosatori (ribadiamo la distinzione dal poeta) che hanno speso i propri doni con onestà per dipanare i misteri che già esistono, senza propinarcene di fittizi. Ed ecco perché, pur amando un altro genere di musica, e di poesia, riusciamo a essere solidali e a condividere l’entusiasmo di persone come Robert Zimmerman che ha voluto cambiare il proprio nome in Bob Dylan per ricordare il grande Thomas.
In letteratura sembra che la fatalità possieda due lauree ma un discernimento mediocre. Di alcuni scrittori ne abbiamo pieni gli scaffali, e non solo quelli, senza riuscire a determinare che cosa ci abbiano veramente voluto dare: la giustificazione è che “dovevano” denunciare dei presunti problemi; di altri solo frammenti che verrebbe voglia di rileggere all’infinito perché pur mutilati hanno in sé delle soluzioni. Resta da capire perché Thomas abbia interrotto questo lavoro che avrebbe potuto essere determinante. Ma non si possono architettare strategie critiche e sciorinare avverbi quando la fatalità permette a qualcuno di conseguire il Nobel e a qualcun altro di morire a 39 anni nudo come era nato.

Avventure nel commercio delle pelli di Dylan Thomas
Titolo originale: Adventures in the Skin Trade
Traduzione di: Floriana Bossi e Dolores Musso
125 pag., Euro 6.50 - Ugo Guanda Editore (Le Fenici tascabili n. 81)
ISBN: 88-8246-111-4

Le prime righe

Ero ospite di Dylan Thomas a Laugharne all’inizio del 1941, quando arrivò, attesa, una lettera. Era del suo editore. Lui la aprì con ansia, ma restò deluso da quello che vi lesse. Non ricordo il nome dell’editore, ma la lettera metteva bene in chiaro che il manoscritto che Dylan aveva spedito non era la grande, seria opera autobiografica che egli si aspettava. L’editore avrebbe rispedito il manoscritto e sarebbe rimasto in attesa di qualcosa di diverso.
Ce ne andammo a passeggiare nel giardino del castello di Laugharne, dove Dylan spesso si recava a lavorare nel bersò. Il biglietto lo aveva indignato, ma anche un po’ divertito. Perché gli editori volevano sempre che gli scrittori impressionassero i lettori, senza accontentarsi che li divertissero? La sua opera seria, lui lo sapeva, erano le poesie. I suoi Eighteen poems, Twenty-five poems e La mappa dell’amore, il libro la cui pubblicazione aveva quasi coinciso con lo scoppio della guerra, rappresentavano un itinerario nel corso del quale egli si era gradualmente spogliato di quegli abiti curiali di cui il suo genio, da poco consacrato, non aveva più bisogno.

© 2004 Ugo Guanda Editore


L'autore

Dylan Marlais Thomas nacque a Swansea (Galles) nel 1914 e morì nel 1953, stroncato dall’alcol. Visse principalmente nella sua regione, facendo soggiorni a Londra dove lavorò come giornalista e collaboratore della BBC. Considerato oggi uno dei più grandi poeti in lingua inglese del Novecento, esordì nel 1934 con 18 Poems. Tra le sue opere principali è da ricordare la raccolta di racconti Ritratto dell’artista da cucciolo, le Poesie, Sotto il bosco di latte e Lettere d’amore.


Di Alvaro Strada


11 giugno 2004