CLASSICI CONTEMPORANEI

Samuel Beckett
Murphy

“La malattia dell’anatra è quella penosa condizione patologica, a causa della quale le cosce risultano praticamente assenti così che le natiche spuntano direttamente dalle ginocchia, appropriatamente definita nella nosonomia di Steiss come Panpygoptosi. Fortunatamente la sua incidenza è minima e, così come suggerisce il nome volgare, limitata al sesso debole, pregiudizio quest’ultimo della natura amaramente stigmatizzato dal giustamente celebre dottor Busby e da altre autorità meno pedanti. Risulta non-contagiosa (sebbene taluni studiosi abbiano sostenuto il contrario), non-infettiva, non-ereditaria, indolore e incurabile. La sua eziologia rimane oscura a tutti, eccetto agli psicopatologi fino-in-fondo, i quali hanno dimostrato trattarsi semplicemente di un’ulteriore somatizzazione del non me rebus sed mihi res nevrotico.“

Le amabili prese in giro di Samuel Beckett hanno fatto epoca in un periodo che abbiamo in parte attraversato con profondo disagio, quando lo sdoganamento dell’assurdo, dell’incomprensibile, del frammentario ha occupato troppo a lungo romanzo, teatro e cinema, facendoci prendere in considerazione molte corbellerie. Murphy, il primo romanzo di Beckett, appartiene agli anni in cui l’autore non si era ancora preso sul serio; come molti scrittori con una giovinezza gravata da studi severi (laureato a 21 anni a Dublino), aveva iniziato la pratica di annientamento della cultura scolastica, per approdare con sguardo estatico alla realtà da descrivere. L’influenza di Joyce è preponderante e si vedrà ancor di più nel prosieguo; in questo momento diventa fondamentale il bisogno di ricorrere all’ironia, di affiancare le citazioni dotte a un’equivalenza di oscurità che pur deriva da situazioni quotidiane, come potrebbe essere la storia (autobiografica?) tra una prostituta e un oblomovista, Murphy appunto, impegnato a mantenere il proprio disimpegno esistenziale. A partire da questo proposito, divertente a tratti, in altri meno, al successivo di prendersi sul serio, tanto da iniziare quello svuotamento del significato della parola che ci porterà al periodo della “saccenza dell’incomprensibile”, premiato con il Nobel, e diventato paradigma dell’arte della seconda metà del ‘900, viene spontanea una riflessione sulla casualità di certe mode, o dobbiamo chiamarle scuole?
Beckett in questa opera narrativa esperimenta il peso del vuoto, ma non è ancora in grado di affrontare radicalmente l’assolutezza del vuoto, accetta di saggiarla attraverso dei dialoghi, già teatrali, delle battute di spirito, tentativo discontinuo di corrompere il lettore tradizionale (che se non è di carattere ridanciano si presume che raramente ci caschi), per poi abbandonarlo a se stesso in desolate lande di nonsenso che inducono a riflettere su quanto poco sia desiderata la presenza del lettore-spettatore nella questione del tutto privata tra l’autore e il proprio romanzo.
È inutile dare giudizi, che sarebbero giudizi sull’operato degli accademici che hanno fondato le proprie carriere su autori ritenuti difficili solo perché volevano rendersi incomprensibili: e chissà che tipo di favore presumono di rendere a questi autori coloro che tentano tuttora di spiegarceli. Importa sapere che cosa ne resta di questo mondo scomposto e ricomposto, e importa sapere se dobbiamo accettarlo come dato storico o cominciare a disfarcene come fece Beckett della sua cultura classica e universitaria per poter andare oltre, un “oltre” arduo da scalare portandosi sulle spalle Joyce, Proust, Musil. Sono solo alcuni dei nomi che hanno spinto molti scrittori a corto di fiato verso le scorciatoie dello sperimentalismo e verso romanzi come Murphy, la cui riproposta trova una giustificazione nel compiacimento di una nuova traduzione basata sulla stesura originale in inglese, mentre le precedenti erano tratte dalla traduzione francese che aveva compiuto lo stesso Beckett. Quindi si tratta della traduzione di un testo che l’autore aveva già superato, modificandolo in una versione da ritenersi definitiva. Ma non solo, il traduttore Gabriele Frasca, estensore di una postfazione scritta nella logica beckettiana del “delirio delle citazioni”, riapre dei tagli che Beckett aveva deciso di compiere, omettendo dei giochi di parole sul cui ravvedimento non possiamo che concordare, e inserendo dei brani (pag. 131 e 133) aggiunti nella versione francese che in quella inglese ovviamente non c’erano. Tirando un po’ la corda è come se venissero pubblicati i Promessi sposi della versione definitiva con interpolazioni della prima stesura di Fermo e Lucia. D’accordo, qui si parla dell’inattaccabile capolavoro di Alessandro Manzoni, mentre Murphy come potremmo definirlo senza mancare di rispetto al già troppo angariato Samuel Beckett?

Murphy di Samuel Beckett
A cura di Gabriele Frasca
Pag. 229, Euro 18.00 - Edizioni Einaudi (Supercoralli)
ISBN: 88-06-16693-X

Le prime righe

Uno

Splendeva il sole, non avendo alternative, sul niente di nuovo. Al riparo da questo, quasi fosse libero, se ne stava Murphy in un vicolo nel West Brompton. Lí, in una muda di medie dimensioni esposta a nord-ovest che dava su una serie ininterrotta di mude di medie dimensioni esposte a nordest, per circa sei mesi aveva mangiato, bevuto, dormito, e messo e levato abiti. Ben presto avrebbe dovuto cercare un’altra sistemazione, perché il caseggiato era stato dichiarato inagibile. Ben presto sarebbe stato costretto a prendere a mangiare, bere, dormire, e mettere e levare abiti in un ambiente del tutto estraneo.
Era seduto nudo sulla sua sedia a dondolo in tek non levigato, garantita contro crepe, torsioni, sconnessioni, corrosioni e scricchiolii notturni. Quella era di sua proprietà, non lo lasciava mai. Nel cantuccio dove se ne stava seduto una tenda schermava il sole, quel povero vecchio sole per la trilionesima volta di nuovo nella Vergine. Sette fasce lo tenevano fermo. Due gli assicuravano gli stinchi alle gambe ricurve, una le cosce al sedile, due il torace e l’addome alla spalliera, una i polsi al puntello anteriore. Gli erano consentiti solo i movimenti più periferici. Dalle corregge ben strette gli colava del sudore. Il respiro era impercettibile. Gli occhi, freddi e fissi come quelli di un gabbiano, se ne stavano puntati su un’iridescenza sprizzata sullo zoccolo di stucco, che andava rimpicciolendo fino a svanire. Da qualche parte un cucù, che stava battendo fra le venti e le trenta, divenne l’eco del richiamo di un ambulante che, penetrato infine nella stanza, diede in un discernibile Quid pro quo! Quid pro quo!

© 2004 Einaudi editore


L'autore

Samuel Beckett, di famiglia anglo-irlandese, è nato nel 1906 a Dublino ma nel 1938 si è trasferito in Francia dove ha poi sempre vissuto. Durante la guerra ha partecipato alla Resistenza contro i tedeschi. Dal 1945 ha cominciato a scrivere le sue opere direttamente in francese. Ha raggiunto la fama negli anni Cinquanta con alcune pièces teatrali, come Aspettando Godot e Finale di partita. Nel 1969 ha vinto il premio Nobel per la letteratura. È morto a Parigi nel 1989. Delle sue opere citiamo la Trilogia (Molloy, Malone muore, L‘innominabile); poi tutto il Teatro; Le poesie; Watt; L’immagine. Senza. Lo spopolatore; Mal visto mal detto. Murphy è il primo romanzo che Beckett ha pubblicato: uscito in inglese nel 1938, è stato poi tradotto in francese durante i primi anni della guerra dallo stesso autore e dall’amico Alfred Péron. Da questa versione sono poi derivate le traduzioni italiane fino questa di Gabriele Frasca.


Di Alvaro Strada


11 giugno 2004