GRANDI SCRITTURE

John Dos Passos
Tempi migliori

“I dissapori che insorgono tra un uomo e i suoi amici sono spesso semplicemente e puramente il risultato del fatto che uno è cresciuto. La gente che continua a essere felice insieme, un uomo e una donna per esempio, è perché giunge a conservare una regione tutta privata di perpetua fanciullezza. Crescere significa escludere una quantità di gente. Prendiamo la professione. Ben pochi scelgono la propria carriera. In un certo senso è la carriera che sceglie loro. Una carriera significa l’esclusione di una quantità di stupende altre carriere, che sarebbe stato possibile aver scelto”.

Un libro di avventure (e disavventure, come a pagina 136 e 282) questa mezza autobiografia di Jack Dos Passos (1896-1970), detto Dos dagli amici, scrittore per alcuni grandissimo, per altri trascurabile nel panorama della letteratura americana della prima metà del ‘900. Mezza autobiografia non solo perché si interrompe ai fatti che riguardano la guerra civile spagnola, cioè intorno al 1936, ma anche perché traccia il ritratto parziale e discontinuo di un uomo incerto su cosa fare da adulto, un uomo che forse adulto non è riuscito a diventare nonostante la discreta sopravvivenza. Figlio illegittimo di un facoltoso avvocato, comincia a viaggiare da bambino con la madre percorrendo in lungo e in largo Stati Uniti, Europa, Medio Oriente, Russia compresa. Essendo ricco sceglie snobisticamente la precarietà; potendo vivere senza rischi, preferisce arruolarsi come conducente di ambulanze nella prima guerra mondiale; deprecando le ingiustizie sceglie di essere di sinistra, ma lo è a suo modo, si batte per Sacco e Vanzetti, poi scopre la Russia bolscevica e comincia a indietreggiare. Non ha bisogno di lavorare, quindi decide di fare lo scrittore, anche se forse avrebbe preferito dipingere. Ma la sua vera professione, come molti americani in vetrina negli anni Venti, è quella di viaggiatore, conosce così una quantità di persone interessanti, artisti, pseudoartisti, fannulloni, alcolizzati, imbecilli che affollano i luoghi alla moda di quei tempi, che sono Parigi, la Costa Azzurra, New York, Bahamas, Teheran, Damasco, ecc. Una melassa di varia umanità e situazioni abbastanza noiose, elargite in uno stile disadorno, ma anche con momenti di splendida intuizione. Come da pagina 169 quando cominciano a fare una timida comparsa Scott e Zelda Fitzgerald, e di lì a poco quando si fa largo un tipo descritto un po’ macchiettisticamente, di professione scrittore, dedito come molti all’alcool e ad attività buffonesche, o da alcuni ritenute tali, come caccia, pesca, pugilato… un certo Ernest Hemingway.
È la svolta del libro, Hem irradia nella vita di Dos una luce senza la quale bisognerebbe avanzare a tentoni, almeno considerando la scrittura; la sua personalità esplode nonostante il tentativo di caricaturizzarla, infatti riusciamo a sapere poco del romanziere che nel ‘900 ha cambiato il modo di scrivere, anche se risulta evidente che se non avesse mai scritto una riga sarebbe stato comunque un grande personaggio, considerazione che Dos Passos non riesce a ottenere da sé e dalle proprie esperienze in 300 pagine di mirabolanti vagabondaggi. I due si incontrano in Italia nel ’18, entrambi volontari nella Croce Rossa, ma sembra un approccio piuttosto superficiale. Li ritroviamo amici per la pelle a Parigi e restano tali a lungo, almeno fino alla Guerra civile spagnola. Qui Hem si libera di Dos come una scarpa vecchia, ma per saperne le ragioni ci tocca prendere in mano Carlos Baker, biografo del primo. Da Dos Passos sappiamo soltanto che a Kay West, dove era spesso ospite di Ernest, c’erano stati degli screzi degenerati in seguito nell’attacco frontale che li allontanerà per il resto della vita. La riflessione sull’amicizia citata all’inizio riguarda quegli anni, ed è probabile che Dos senta di essere sul punto di crescere: da comunista diventerà anticomunista, da scrittore sperimentale di grande interesse, si adagerà su se stesso fino a scomparire dalle cronache.
Difficile dare un giudizio letterario riguardo una biografia parziale, sbilanciata su episodi marginali, con descrizioni di viaggio al limite della banalità, ma soprattutto con la ricostruzione del percorso ideologico di Dos Passos, forse la parte più interessante della sua vita, ferma alla fase entusiastica per il socialismo, prima della metamorfosi che lo farà diventare di destra. Si può solo presumere che nel prosieguo il piano dell’opera sarebbe stato condizionato da questo approfondimento, riportandolo in assetto. Fermo a questo stadio, il racconto risulta una curiosità più che un documento.

Tempi migliori di John Dos Passos
Titolo originale: Lina Angioletti
303 pag., Euro 15.00 – Baldini Castoldi Dalai Editori, 2004 (Romanzi e racconti n. 279)
ISBN: 88-8490-497-8

Le prime righe

Una sera eravamo seduti al Moskowitz di New York, verso Lower East Side. Ricordo che stavamo bevendo del vino di rapa, doveva quindi essere durante il proibizionismo.
Un giovanotto dallo sguardo intenso, bruno e pallido, si alza da un tavolo accanto e si avvicina al nostro: piomba sulla sedia di fronte e dice di essere uno studente liceale dell’ultimo anno. Mi guarda di sbieco da sotto gli occhiali:
«L’ho osservata per tutta la sera», mi dice.
«Per Bacco!».
«Vorrei sapere da lei perché non si comporta come uno scrittore».
«E come deve comportarsi uno scrittore?».
«Lo sa benissimo, meglio di me, come deve comportarsi uno scrittore». Tentando di essere cordiale: «Mettiamo che lo sappia, ma lei può essere certo che io voglia comportarmi come uno scrittore?».
Da dietro le lenti mi fulminò. Brancolava in cerca di parole. Balzò in piedi: «Permetta che le dica una cosa», sputò fuori in un fiato, «non è un piacere conoscerla».

© 2004 Baldini Castoldi Dalai editore


L'autore

John Dos Passos, nato a Chicago nel 1896 e morto a Baltimora nel 1970, è stato con Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald uno degli scrittori più importanti di quella generazione che fu definita, a torto, perduta.
Ebbero infatti tutti un’esistenza ricca di avvenimenti e di opere. Ammirato da Edmund Wilson, apprezzato da André Gide, esaltato da Jean-Paul Sartre e tradotto da Cesare Pavese, lo scrittore poi e stato a lungo ingiustamente dimenticato. Da ricordare, tra le tante opere, il suo capolavoro Manhattan Transfer.


Di Alvaro Strada


4 giugno 2004