GRANDI SCRITTURE

Wladimir Kaminer
Russendisko

“Ma voi siete giovani, non possedete nulla, e per voi la Germania è l’ideale: lì è pieno di scansafatiche. I tedeschi hanno un sistema sociale solido. Un paio di fannulloni in più non daranno certo nell’occhio.”

Detto, fatto. Nell’estate 1990 Wladimir e Misa partono alla volta di Berlino. Non hanno molto da lasciarsi alle spalle: sono troppo giovani per aver assorbito la drammaticità e il peso dell’appartenenza al regime sovietico. Il viaggio da Mosca a Berlino è per loro un rito di iniziazione alla vita, uno slancio energico alla ricerca di un’identità nuova e di una nuova patria. Ben presto questa esperienza acquista il sapore della libertà e si trasforma in un’avventura picaresca, ai limiti dell’assurdo, eppure sempre estremamente reale.
I due amici incontrano una città in fermento, che, come loro, ha appena chiuso un capitolo con il passato e deve ora ristabilire le proprie fondamenta. Una Berlino immersa in un’atmosfera caotica e senza tempo, protagonista passiva della forzata invasione capitalistica, che con i mirabolanti progetti di architetti all’avanguardia trasforma la metropoli in una sorta di isola artificiosa.
Kaminer scopre l’altro volto della neonata capitale tedesca. La Berlino underground di quegli anni si rivela essere un microcosmo etnico, un universo eterogeneo e misterioso abitato da vietnamiti, cinesi, indiani, turchi, greci e naturalmente russi. Lo scrittore ci parla dunque di emigrazione, ma soprattutto di integrazione. E in questo contesto multiculturale, integrarsi significa apprendere l’arte della sopravvivenza e imparare a improvvisare, sapersi adattare magari approfittando dell’ingenuità dell’assistenza sociale tedesca.
Così Kaminer ci racconta le favolose avventure di questi personaggi surreali ed eccentrici che si inventano lavori improbabili, sperimentano attività ai limiti della legalità o si dedicano a quelle professioni ormai abbandonate dai tedeschi. Ne deriva un terreno fertile di idee e sperimentazioni, animato da una generale spensieratezza e dalla volontà di raggiungere una totale libertà di espressione e di creazione di modelli di vita anticonformisti. Questo clima di diffusa anarchia rende secondario il problema del denaro e della sopravvivenza stessa. Ritraendo frammenti di questa umanità variegata, Kaminer ne ha saputo cogliere l’estrema vitalità e le stridenti contraddizioni: il risultato è questo romanzo corale e ironico, più simile all’affabulazione che al racconto.
Il linguaggio dell’opera è semplice e scarno e insieme mordace e tagliente. Animato dallo stesso spirito goliardico dei suoi personaggi, Kaminer si pone come spettatore distaccato di una realtà di per sé paradossale, della quale lo scrittore si limita a mostrare le profonde incongruenze. E chissà che proprio questo spirito umoristico e irrazionale, per non dire folle, sia lo strumento giusto per affrontare il difficile passaggio dalla caduta dell’impero sovietico e di un regime chiuso e restrittivo all’apertura delle frontiere e all’avvento frenetico del modello occidentale. Perché proprio attraverso il comico l’autore riesce a manipolare la realtà e plasmarla di volta in volta a suo piacimento: Kaminer osserva sornione il mondo circostante, vi si immerge fino a coglierne l’essenza e con un sorriso restituisce una società tramutata in microcosmo familiare e riconoscibile.

Russendisko di Wladimir Kaminer
Traduzione di Riccardo Cravero
Pag. 163, Euro 13,50 – Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN: 88-8246-450-4

Le prime righe

Russi a Berlino

Nell'estate del 1990 a Mosca si sparse una voce. Dicevano che Honecker avesse aperto le frontiere agli ebrei provenienti dall'Unione Sovietica per compensare il fatto che la RDT non aveva mai partecipato agli indennizzi tedeschi a favore di Israele. Peraltro la propaganda ufficiale della Germania Est sosteneva che tutti gli ex nazisti vivevano nella Germania Ovest. A far circolare la notizia in città erano stati i numerosi commercianti all'ingrosso russi che facevano la spola ogni settimana tra Mosca e Berlino Ovest. E la voce si era diffusa in fretta: ben presto lo sapevano tutti (tranne Honecker, probabilmente). Fino ad allora di solito gli ebrei dell'Unione Sovietica avevano cercato di nascondere le proprie origini, perché i giudei non potevano fare carriera. La causa di questa discriminazione non era dovuta ad antisemitismo, ma al semplice fatto che per avere un posto con un minimo di responsabilità bisognava essere iscritti al partito comunista. E nel partito gli ebrei non erano accolti volentieri. L'intero popolo sovietico marciava allo stesso ritmo, come i soldati sulla Piazza Rossa: da una vittoria dei lavoratori all'altra, senza possibilità di uscire dai ranghi. A meno che si fosse ebrei. In tal caso, almeno in teoria, uno avrebbe potuto emigrare in Israele. Se a emigrare era un ebreo qualsiasi, la cosa veniva considerata accettabile. Ma se a chiedere il permesso di espatrio fosse stato un membro del partito, gli altri comunisti della sua unità sarebbero rimasti con un palmo di naso. Quindi, niente tessera per gli ebrei.

© 2004 Ugo Guanda Editore


L'autore

Wladimir Kaminer, nato nel 1967 a Mosca, si è diplomato come ingegnere del suono prima di intraprendere gli studi di drammaturgia all’Istituto teatrale di Mosca. Dal 1990 vive a Berlino, dove è impegnato come scrittore, drammaturgo, attore e giornalista. Guanda ha pubblicato Militärmusik.


Di Paola Bonfanti


4 giugno 2004