GRANDI SCRITTURE

Anonima
Una donna a Berlino
Diario aprile-giugno 1945

“Che strano periodo. Si vive la Storia di prima mano, eventi che in seguito si dovranno cantare e raccontare. Ma da vicino si annullano in affanni e paure. La Storia è molto scomoda da sopportare.”

Il valore della memorialistica è, molto spesso, nel contenuto e nel suo diventare documento storico. Più raramente accade che un diario abbia anche un valore letterario, come è il caso di Una donna a Berlino la cui autrice ha voluto restare senza nome. La sua identità era tuttavia conosciuta al giornalista e critico Kurt Marek (autore, con lo pseudonimo di C.W. Ceram, della storia dell’archeologia “Civiltà sepolte”) che riuscì a far pubblicare il libro prima all’estero, nel 1954, e solo cinque anni dopo in Germania, dove l’accoglienza fu pessima e l’anonima scrittrice fu tacciata di immoralità. Per esplicita volontà dell’autrice stessa il libro fu ristampato solo dopo la sua morte avvenuta nel 2001. Il diario dell’anonima donna di Berlino è come un complemento ideale al libro autobiografico di Helga Schneider, Il rogo di Berlino: è come se l’Anonima fosse la sorella maggiore della bambina Helga che sperimenta come lei i giorni di privazione, di paura, di vicinanza obbligata con altri ospiti nella cantina che è diventata un rifugio fin dai primi giorni dei bombardamenti sulla città, e poi subisce la violenza dei soldati russi di cui, per fortuna, la piccola Helga era stata solo una testimone. Per l’Anonima tenere un diario è un modo per sopravvivere con dignità, per segnare lo scorrere di un tempo crudele.
Il diario inizia venerdì 20 aprile 1945, quando il rombo dei cannoni è vicinissimo a Berlino. Termina un altro venerdì, il 22 giugno, quando circolano voci che gli americani avrebbero occupato i quartieri meridionali della città. Si divide idealmente in tre parti: la furia, la stasi, la rinascita. La furia dell’Armata Rossa: i soldati russi erano stati preceduti dalla fama di gettarsi sulle donne, vecchie e giovani che fossero, e da quella di una loro crudeltà selvaggia. Abbiamo già letto altri libri sugli ultimi giorni di Berlino, sulla richiesta di Stalin che fossero i russi a entrare per primi in città e su quello che accadde dopo il loro ingresso. Ma un conto è leggere la narrazione storica e documentata di quel grande scrittore che è Anthony Beevor, altro è leggere l’esperienza diretta - che risulta peraltro meno morbosa - di chi ha vissuto lo stupro sul proprio corpo. Non c’è autocommiserazione nell’Anonima, c’è voglia di continuare a vivere e per questo decide di scegliere “il meglio del peggio”: un “amico” con le stellette che sappia bloccare le voglie dei rozzi soldati. Seguono giorni lenti e affamati: quando i russi iniziano ad andare via ci si leccano le ferite, si temono malattie e gravidanze, si contano i superstiti. Poi c’è la lenta, lentissima ripresa, solo un accenno, un tentativo di porre ordine. Il severo occhio dell’Anonima non fa sconti né a sé né agli altri, lei per prima sente che sono stati gli stessi tedeschi a procurarsi quanto è successo. Uno stile privo di retorica, un agghiacciante realismo che giustappone la distribuzione dei budini al rosa e bianco di un cervello spappolato, uno sguardo capace di registrare i lillà che sono fioriti in una città che ha visto cadere gli dei, e soprattutto una forza vitale che le fa dire “L’oscura, meravigliosa avventura della vita mi eccita. Rimango qui, non fosse altro per curiosità; e perché sono contenta di respirare e di percepire le mie membra sane.”

Una donna a Berlino. Diario aprile-giugno 1945 di Anonima
Titolo originale: Eine Frau in Berlin
Introduzione di Hans Magnus Enzensberger
Traduzione di Palma Severi
Pag. 259, Euro 14,50 - Edizioni Einaudi (Gli struzzi)
ISBN: 88-06-16792-8

Le prime righe

Una donna a Berlino

Cronaca iniziata il giorno in cui,
per la prima volta, Berlino si trovò
a guardare in faccia la battaglia.

Venerdì, 20 aprile 1945, ore 16

Si, la guerra avanza rombando verso Berlino. Ciò che ieri era ancora un brontolio lontano, oggi è un tambureggiare continuo. Si respira il fragore dei cannoni. L'orecchio è come assordato, ormai percepisce soltanto i colpi dei calibri più grandi. Da tempo è impossibile stabilirne la direzione. Viviamo dentro un cerchio di bocche da fuoco che si restringe di ora in ora.
Nello stesso tempo, ore di inquietante silenzio. A un tratto si pensa alla primavera. Attraverso le rovine del quartiere annerito dagli incendi spira a ondate un profumo di lillà, proveniente dai giardini abbandonati. Davanti al cinema il tronco mozzato dell'acacia pullula di verde. Tra un allarme e l'altro i giardinieri dilettanti devono aver vangato, perché intorno ai pergolati di Berliner Straße la terra appare smossa di fresco. Solo gli uccelli diffidano di questo aprile; sulla nostra grondaia non c'è neppure un passerotto.
Verso le tre del pomeriggio, dal chiosco è passato il fattorino dei giornali. Una ventina di persone lo aspettava al varco. In un attimo è stato sommerso di mani e monetine. Gerda del portiere ha acchiappato una manciata di «Nacht-ausgabe» e me ne ha lasciata una. Non è più un vero giornale, ormai è solo una specie di edizione straordinaria, stampata su due lati e ancora tutta umida. Continuando a camminare ho letto anzitutto il bollettino dell'esercito. Nomi di nuove località: Mùncheberg, Seelow, Buchholz. Nomi terribilmente brandeburghesi, vicini.

© 2004 Giulio Einaudi Editore


Di Marilia Piccone


4 giugno 2004