La biografia


Pedro Lemebel
Ho paura torero

“Le lacrime di una fata orfana come lei non vedevano mai la luce, non si sarebbero mai trasformate in mondi umidi asciugati dalla carta assorbente delle pagine letterarie. Le lacrime delle fate sembrano sempre finte, lacrime interessate, pianto di pagliacci, lacrime artificiose, complemento esteriore di emozioni eccentriche.”

Siamo a Santiago, l’anno è il 1986. La dittatura di Pinochet sta perpetrando i suoi ultimi feroci crimini agonici prima della consultazione popolare (a cui non gli sarà possibile esimersi) che vedrà sconfitto, dopo tredici anni di persecuzioni, torture, uccisioni, sparizioni misteriose di dissidenti e avversari politici, quel cupo macellaio.
Ma questa drammatica atmosfera non sembra toccare la casetta macilenta della Fata dell’angolo. Nuovo arrivato nel quartiere periferico di una Santiago di mezza tacca (l’uso indifferenziato del maschile e del femminile quando ci si riferisce a questa “uccellina ossigenata”, un travestito quarantenne, caratterizzerà tutto il romanzo), ha come principale fonte di sopravvivenza il ricamo: abilissima nel tracciare disegni elaborati e romantici su tovaglie e lenzuola, annovera tra le sue principali clienti le mogli dei generali del regime, entusiaste della perfezione e della delicatezza delle sue magiche dita di Fata. Un incontro casuale, un innamoramento immediato, totalizzante e pudico per un uomo che sa non potrà mai corrispondere al suo desiderio alato e impossibile, le cambieranno la vita. Carlos, questo è il nome di battaglia del giovane rivoluzionario, userà quella casa piena di trine, nastri e cuscini color fucsia, per nascondere delle casse piene di improbabili libri e un grande pesante cilindro che verranno mimetizzati, trasformati in mobilia, coperti da drappi colorati e ricamati dalla sentimentale e inconsapevole complice. L’amore, un amore che non ha pretese, il rispetto per l’amato, il bisogno di non far vergognare il ragazzo con atteggiamenti eccessivi, la paura di perderlo per sempre, la miscellanea di sentimenti forti e stordenti della fata sono alimentati da pochi eventi. Qualche abbraccio amicale e riconoscente da cui questa povera fata turbata si ritrae, infiammato da una passione che sa dover contenere. Un sogno: un rapporto sessuale reale e onirico nello stesso tempo di cui Carlos è forse inconsapevole, raccontato da Lemebel con incredibile tensione erotica e pari pudore virginale. Una gita domenicale in campagna, alle pendici delle Ande, proprio là dove Pinochet andava ogni fine settimana. Il bel cappello giallo a falda larga, gli occhiali da sole con i brillantini erano forse troppo vistosi, ma come resistere alla tentazione di sfoggiarli in quell’occasione irripetibile? E sarà proprio quel cappello ad attirare l’attenzione della logorroica e insopportabile moglie del dittatore quando l’auto dai finestrini oscurati passerà di là per raggiungere la casa di campagna. Creazione straordinaria dello scrittore cileno, la moglie di Pinochet resta davvero un personaggio indimenticabile: il suo parlare continuo fa da contrappunto all’odiosa e macabramente silente figura del coniuge, la superficialità e la stupida leggerezza rendono ancora più mostruose le azioni che si stanno compiendo, e che si sono compiute da tredici anni, in quel Paese.
Quella gita fuori porta aveva per Carlos lo scopo ben preciso di fare un sopralluogo, passando inosservato (e quindi utilizzando quella strana amica) sul territorio in cui dopo pochi giorni avrebbe, con i propri compagni, organizzato un attentato: come nei piani, l’auto presidenziale viene colpita, un inferno di fuoco circonda Pinochet, ma il dittatore si salva fortunosamente e, altrettanto miracolosamente, gli attentatori riescono a sfuggire alla cattura. Ma la repressione e la ricerca capillare dei responsabili finirà col toccare anche l’ingenua fata costretta a lasciare precipitosamente il suo roseo nido fatto di nulla.
Molti, molti altri i fatti che si intrecciano nel romanzo, le figure che entrano in gioco, patetici vecchi travestiti o odiose mogli di generali, ma è lei, la Fata, a essere davvero un personaggio straordinario e a restare scolpita nella mente del lettore. Questo è un romanzo d’amore, della più pura e totale delle passioni; l’erotismo è lasciato all’onirico perché il pudore impone di nasconderlo. Ma è anche un romanzo politico in cui il delirio di onnipotenza del dittatore, la sua paranoia brutale, la volgarità della violenza e l’orrore della repressione, fingendosi da contorno al melodramma amoroso, diventano invece nucleo centrale che determina vita e morte, scelte obbligate e rinunce definitive.
Il linguaggio, pur nei toni emotivi, per altro perfettamente adeguati al personaggio, sa trovare una sua crudezza quando la circostanza lo richiede e il tono giocoso e sentimentale fa da contrappunto ironico e nello stesso tempo tragico a una realtà di violenza e di coraggio, di eroismi quotidiani e necessari a cui anche i meno coscienti, come la nostra Fata, sono a un certo punto chiamati, per amore certo, ma anche per un rigurgito orgoglioso di ribellione sempre più consapevole e irresistibile.

Ho paura torero di Pedro Lemebel
Pag. 202, Euro 13,00 – Edizioni Marcos y Marcos (Gli Alianti)
ISBN: 88-7168-392-7

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
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Come scorrere una garza sul passato, una tenda bruciacchiata che sventola alla finestra aperta di quella casa nella primavera dell’86. Un anno marchiato a fuoco dai copertoni fumanti per le strade di Santiago, schiacciata dal pattugliamento. Una Santiago che si svegliava al suono delle pentole sbattute nei cortei, ai lampi dei black out, per i cavi elettrici scoperti, esposti alle catene, alle scintille. Poi il buio pesto, le luci di un camion blindato, i fermo lì stronzo, gli spari e le corse a perdifiato, come nacchere di metallo che frantumavano le notti di feltro. Quelle notti funeree, trafitte dalle grida, dall’incessante “Cadrà”, e da tanti, tanti comunicati dell’ultimo minuto, sussurrati dall’onda sonora del “Diario de Cooperativa”.
Poi c’era la casetta macilenta, un angolo di tre piani con una scala vertebrale che portava in soffitta. Da lì si poteva vedere la città in penombra, coronata da un velo torbido di polvere. Era una piccionaia, una ringhiera per stendere le lenzuola, le tovaglie e le mutande inalberate dalle mani marimbe della Fata dell’angolo. Nelle sue mattine di finestre spalancate, cantava “Ho paura torero, ho paura che stasera il tuo sorriso svanisca”.
Tutto il quartiere sapeva che il nuovo vicino era così, una novellina dell’isolato un po’ troppo fissata con quella costruzione in rovina. Una mammoletta dalle sopracciglia increspate che venne a chiedere se per caso affittavano quel rudere terremotato all’angolo.
Quel siparietto tenuto in piedi soltanto dall’arrivismo urbano di tempi migliori. Chiusa da tanti anni, così piena di sorci, fantasmi e scarafaggi che la fata fece sloggiare implacabile, con il piumino in una mano e la scopa nell’altra, spazzando ragnatele con la sua energia da checca, intonando in falsetto Lucho Gatica, tossendo “Besame mucho” nelle nuvole di polvere e ciarpame che accumulava sul bordo del marciapiede.
Gli manca solo il fidanzato, bisbigliavano le vecchie delle case di fronte, seguendo i suoi movimenti da colibrì alla finestra. Però è simpatico, dicevano, ascoltando le sue canzoni fuori moda, seguendo con la testa il tempo di quelle melodie del passato che svegliavano tutto il vicinato. Quella musica chiassosa che la mattina tirava giù dal letto i mariti nottambuli, i figli scioperati che si arrotolavano nelle lenzuola, gli studenti pigri che non volevano andare a scuola. Il grido di “Alleluia” intonato da Cecilia, una cantante in voga, era una sveglia, un canto di galli all’alba, un fragore musicale che la fata alzava al massimo volume. Come se avesse voluto condividere con il mondo intero il testo grossolano che strappava dal sonno i vicini con quel “E... tu mi prendeeraiii per maaanooo”.
Così la Fata dell’angolo, in men che non si dica, entrò a far parte della fauna sociale di quella Santiago di mezza tacca che si spulciava tra la disoccupazione e il quarto di zucchero preso a credito all’emporio. Una bottega di quartiere, epicentro delle chiacchiere e dei commenti sulla situazione politica del paese. Gli effetti dell’ultima protesta, le dichiarazioni dell’opposizione, le minacce del Dittatore, le elezioni di settembre. Che ora sì, che non ce n’è, che l’86 è l’anno. Che tutti al parco, al cimitero, con sale e limone per resistere ai lacrimogeni, e tanti, tanti comunicati strillati dalla radio permanente.

QUI COOPERATIVA, VI PARLA MANOLA ROBLES
Però lei non aveva testa per la politica. Anzi la spaventava ascoltare quella radio che dava solo cattive notizie. Quella radio che si sentiva ovunque con le sue canzoni di protesta e la sua tiritera allarmista che teneva tutti con il fiato sospeso. Lei preferiva sintonizzarsi sui programmi della nostalgia: “Al ritmo del cuore”, “Per chi è stato ragazzo”, “Notti di quartiere”. E così trascorreva pomeriggi interi, ricamando enormi tovaglie e lenzuola per qualche vecchia aristocratica che pagava bene il talento da aracnide delle sue mani. Quella casa primaverile dell’86 era il suo nido. Forse il suo unico vero amore, l’unico spazio tutto per sé che ebbe in vita sua la Fata dell’angolo.

© 2004 Edizioni Marcos y Marcos

biografia dell'autore
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Pedro Lemebel è una delle figure più amate della sinistra cilena dei nostri anni. Nato a Santiago, alterna l’attività di scrittore a quella di fotografo, cineasta, attivista del movimento gay. Il taglio dissacrante dei suoi rilievi critici, l’originalità delle sue performances, la coerenza del suo impegno civile fanno di lui un personaggio scomodo quanto “intoccabile” della comunità intellettuale dell’intero continente sudamericano.




21 maggio 2004