VOCI DAL MONDO

Daniel Chavarría
Prìapos

“Di ritorno dall’Avana nell’ottobre del ’91, Marito frequentò per molti pomeriggi la biblioteca del Centro nazionale di informazione delle scienze mediche per documentarsi sul priapismo. La prima cosa che lo colpì fu l’origine del termine, derivante da un tale Priapo (in greco Priapos), figlio di Dioniso e Afrodite. Nel pantheon della Grecia classica, era il dio della fecondità e una canaglia impenitente con il fallo in perenne erezione per violentare qualsiasi incauta fanciulla gli capitasse a tiro. Scoprì inoltre che in tutta Cuba, tra il 1970 e il 1990, erano state registrate soltanto cinque amputazioni e 258 drenaggi di pene per priapismo, il che significa un totale di 263 casi acuti nell’arco di vent’anni”.

Per ricorrere all’ultima esibizione di falli letterari (e non intendiamo refusi o altre bazzecole grafiche) di una certa levatura nell’ambito della narrativa cubana, bisogna regredire di parecchi decenni e tornare al mai dimenticato capolavoro di José Lezama Lima, Paradiso. Piacque talmente l’8° capitolo a Pier Paolo Pasolini, raffinato intenditore di bella prosa, e non solo, che lo inserì in Nuovi Argomenti del 1970, anticipando di alcuni mesi l’uscita della traduzione di Valerio Riva. I personaggi di Leregas e Farraluque possono dunque risultare dei precorritori sani dell’epidemia di priapismo che dà impulso al romanzo di Chavarrìa, il quale se non può vantare lo stile soaveloquente di Lezama, ha di suo un solido mestiere in grado di tenere le briglie a un intreccio tutt’altro che banale, con risvolti legati all’attualità politicosociale della Cuba di oggi assai istruttivi, sia per chi conosca la storia di questo Paese, sia per chi crede di conoscerla attraverso la cronaca frammentaria che ci perviene. Chiunque lo abbia visitato, come turista o tagliatore di canna nella trascorsa gioventù entusiasta per la libertà, si sarà reso conto che la grande attrattiva dell’isola non risiede solo nel mare e nella cucina creola, pregi per nulla secondari, quanto nel frequentare la cordiale umanità della sua popolazione, forse unica al mondo per simpatia. Grande merito del romanzo è avere interpretato, quasi fotografato, le sfumature dell’animo popolare, variegate quanto lo sono le sfumature della pelle, un arcobaleno che preannuncia le caratteristiche della popolazione del pianeta nel prossimo futuro. Chavarrìa è in grado di muovere con disinvoltura decine di caratteri imprimendo nella fantasia di chi legge volti, voci, gesti peculiari, tenendoli distinti e intrecciandoli con legami indissolubili alla vita quotidiana, al costume, ma soprattutto al sincretismo culturale che ha origine dall’Africa, dalla Spagna del precedente colonialismo, fino all’attuale colonialismo statunitense, tutt’altro che scomparso dopo il superamento della dittatura di Batista, ma reso più subdolo dalla nuova dittatura del dollaro, unità di misura del benessere-malessere che ci coinvolge tutti. L’America incombe ed è presente nonostante le 400 miglia marine che segnano il confine, incombe anche il priapismo dei suoi grattacieli che, come si vedrà alla fine del romanzo, rappresenta una metafora voluta, ricercata e orchestrata con arguzia e amaro umorismo.
La trama, trattandosi di un racconto in cui l’azione prevale, deve essere parzialmente elusa, e anche se non rappresenta lo stimolo più esclusivo alla lettura del romanzo, ha un suo sviluppo sinuoso che non consente distrazioni; si resta infatti avvinti allo strano fenomeno che provoca in una parte della popolazione virile estenuanti erezioni a ogni età, persino quelle presumibilmente destinate a un meritato riposo sessuale; si direbbe un contrappasso del Viagra, la nuova schiavitù cui è sottoposto il martoriato sesso maschile, vilipeso per anni da certo femminismo, istigato al “prestazionismo”, obnubilato da un eccesso di domanda, assediato dal nudo ginecologico, e diventato proprio nelle isole caraibiche oggetto di volubile consumo per le donne abbienti, almeno quanto lo è il “lolitismo” per gli uomini. Chavarrìa ha la capacità di insinuare in un racconto, apparentemente di evasione, una quantità di temi umani, di riflessioni sul nostro tempo, sui costumi che lo caratterizzano, più nel male che nel bene. Ma soprattuto sulla realtà di Cuba al di fuori delle opposte propagande.
Be’, un difetto esisterà pure. Ammettiamolo, Chavarrìa non è Lezama Lima e Priapos non è Paradiso. Ma questo è un altro discorso.

Prìapos di Daniel Chavarrìa
Traduzione di Simona Geroldi
245 pag., Euro 15,00 - Marco Tropea Editore (Le Gaggie)
ISBN: 88-438-0449-9

Le prime righe

Mayito
Mario Luján y Torralba

La storia del priapismo ebbe inizio un 14 ottobre, un pomeriggio in cui Mayito si godeva il fresco e qualche sorso di rum sulla porta della piccola casa che il ministero della Sanità pubblica gli aveva destinato come abitazione e ambulatorio.
Era reduce da una giornata di quelle toste, sempre in movimento: due casi di ipertensione a tre chilometri da lì, tutti in salita, e un parto traumatico alle porte del paese. Nel ricordare quest’ultimo intervento con un senso di levità, il medico rabbrividiva di piacere al contatto della brezza. A torso nudo, Mayito cullava i suoi pensieri su una sedia a dondolo, mentre le prime ombre della sera scendevano da un fianco scosceso della Siena del Cristal.
Impossibile distogliere il pensiero da quel parto, dagli occhi imploranti, disperati della guajira, fortunatamente un pezzo di ragazzona come molte contadine. Che spavento, cazzo. Quattro ore con il fiato sospeso, prima di vedere la creatura in salvo. Ma adesso se l’assaporava. Quanto più era angosciante il ricordo, tanto più ne godeva.
La soddisfazione per aver superato il momento critico era andata crescendo durante la mezz’ora di camminata per tornare a casa; nella vasca da bagno si era sfregato la pelle con vigore, aveva continuato per un pezzo a fischiettare, a canticchiare la sua allegria; poi, dopo le prime due sorsate, si era lasciato invadere dall’euforia e aveva tirato un respiro profondo: il paesaggio era bello, e lui era eterno, come chi si inebria con la marijuana.

© 2004 Marco Tropea Editore


L'autore

Daniel Chavarria è nato in Uruguay nel 1933. Una vita avventurosa l’ha condotto a svolgere i mestieri più vari: professore di lingue in Marocco, cicerone al Museo del Prado, venditore ambulante in Italia, minatore e fabbro in Germania, fino ad approdare all’Avana, dove è stato professore universitario di Latino, Greco e Letteratura classica. Fra i suoi romanzi pubblicati in Italia ricordiamo: La sesta isola, Il rimedio universale, L’occhio di Cibele (Premio Flaiano 1998), Quell’anno a Madrid, Ritorno di fiamma (scritto insieme a Justo Vasco), Il rosso del pappagallo (Premio Casa de Las Américas 2000) e Adiòs muchachos (Edgar Allan Poe Award 2002).


Di Alvaro Strada


21 maggio 2004