La biografia


Jonathan Franzen
Forte movimento

“Fuori, in Pleasant Avenue, non era più un giorno festivo ma un morto giovedì sera. Era una serata fresca, con un anticipo di rugiada nell’aria. Louis guidò alla massima velocità che osò raggiungere, e nella sua ubriachezza riuscì a cogliere un secondo ogni tre o quattro che passavano. Lontano, nella notte, il rumore spettrale delle sirene formava un cuscino sonoro su cui i pneumatici sembravano scivolare e rimbalzare come sci d’acqua. Poco più a est di Davis Square, la Civic si tuffò in un tunnel di black-out, in fondo al quale ruotavano dei lampeggianti blu. Due figure rischiarate soltanto dalle luminescenti nuvole urbane spingevano con tutte le loro forze quelli che sembravano cartoni di bevande alcoliche lungo una strada laterale”.
- Saccheggiatori! Erano saccheggiatori? Sì, erano saccheggiatori!

Che ve ne sembra dell’America?, titolava più di mezzo secolo fa i suoi indimenticabili racconti il primo dei minimalisti, se così possiamo osare definirlo, William Saroyan. Quando Vittorini tradusse questo scrittore e lo portò da noi cominciarono le fantasticherie sul più grande Paese del mondo, grande soprattutto perché regalava libertà a piene mani. Oggi la stessa domanda di Saroyan potrebbe essere trasferita al romanzo di Franzen, Forte movimento, che ci presenta un’America liberticida forse peggiore di quella presecessionista, un’America che esporta schiavitù a piene mani e di cui anche noi europei siamo vittime consenzienti.
Dovremmo essere allarmati dalla sincerità con cui Franzen descrive le miserie della ricchezza negli Stati Uniti, l’asservimento ai principi del profitto, tanto che persino i fenomeni naturali come i terremoti ne sembrano una diretta conseguenza. Invece camminando tra le macerie di una civiltà tecnologica avanzata, ma priva di contenuti veramente umanistici e, soprattutto, sfavorevole a che gli uomini, i cittadini, siano liberi, ma davvero liberi nel senso di essere in grado di rifiutare gli abbracci soffocanti del cosiddetto benessere, ci viene da considerare quanto sia normale quel malessere, quanto assomigli al nostro, anche se parecchio meno “progredito”, e quanto in fondo non risulti drammatico che persino i terremoti possano derivare da una sopraffazione posta in atto dalla strategia industriale; lo abbiamo voluto, anzi abbiamo preteso di disumanizzarci pur di avere la pancia sempre piena, e questo abbiamo avuto. In realtà l’assunto sismico è a dir poco fantasioso e sproporzionato, ma non lo è il contesto di violenze, morali e fisiche, che discendono direttamente da una valanga di speculazioni in caduta libera, tra le quali fa capolino, mimetizzandosi abilmente, anche quella letteraria.
Il minimalismo da citare, questa volta, è quello vero di Raymond Carver, che ha lasciato parecchie tracce nella prosa tersa e nei dialoghi iperrealisti di Franzen, ma pochissime della stringatezza simbolista del maestro del racconto breve, pregnante, essenziale. Sembra anche questo un uso industriale della letteratura, un modo americano di incorporare il buono per trarne profitto: nel nostro caso una narrazione di vasto respiro dentro cui fluiscono tutti i generi, dalla novella al thriller, dall’impegno ecologico all’esibizione della sessualità. Verrebbe da dire: strano, molto strano questo ricorso pretestuoso all’ostentazione corriva, perché Franzen è veramente bravo, non è affatto il solito prodotto di consumo scaricato in Italia dalla strapotenza degli agenti letterari americani.
Forte movimento è infatti un romanzo di solido impianto, arricchito da una scrittura dai toni flessibili e cangianti, vi compaiono personaggi molto ben concepiti sui vari piani della personalità, guardati con quella particolare ironia metafisica che li rende spontanei e imprevedibili nelle loro manifestazioni. Tuttavia è contaminato dal “forte movimento” sotterraneo di voler stupire che lo trascina in tante piccole cadute di gusto, di tono, di misura che spiacciono proprio perché evitabili. Descrizioni particolareggiate di atmosfere post-sbronza, post-coito, post-qualcosa diluiscono, interrompono e alla fine scaricano la tensione, prevaricando sulla storia quasi con un anelito saggistico che può lasciare disorientati ma, occorre presumerlo, può anche contribuire a creare una dimensione parallela del tempo che Franzen ci vuole far esplorare.
Infatti è questo un romanzo che segna il tempo e che ci avverte: attenzione, l’America di Saroyan e finita da un pezzo, non è più quel Paese che ha liberato i neri e ha accolto i resti di alcuni popoli sterminati (sterminando però a sua volta i pellerossa), è una nazione che sta decomponendosi al suo interno, e il vostro sfascio europeo è solo un accenno di tremore: tra poco potrebbe arrivare l’onda sismica che vi travolgerà definitivamente.
Basterà un’opera letteraria a salvarci?

Forte movimento di Jonathan Franzen
Titolo originale: Strong Motion
Traduzione di Silvia Pareschi
551 pag., Euro 15.20 – Edizioni Einaudi (Supercoralli)
ISBN 88-06-16097-4

Di Alvaro Strada

le prime pagine
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Parte prima
Genere di default

Capitolo primo

A volte, quando le chiedevano se avesse fratelli o sorelle, Eileen Holland doveva pensarci un po’ prima di rispondere.
Alle elementari Eileen giocava ai quattro cantoni con le amiche durante l’intervallo, e quando scoppiava una rissa nell’angolo opposto del cortile, di solito a restare con la faccia schiacciata contro l’asfalto era il fratello minore di Eileen, Louis. Eileen e le sue amiche continuavano a far rimbalzare la palla da un quadrato all’altro. Stavano saltando la corda, il giorno in cui Louis fece a pugni con un bambino in cima al vecchio castello di tubi infestato dal tetano e riportò una lesione diversa per ognuno dei tubi che urtò durante la caduta: rottura di un incisivo al livello tre, costole contuse al livello due, commozione cerebrale e colpo di frusta al livello uno e schiacciamento del diaframma contro l’asfalto. Le amiche di Eileen corsero a vedere il potenziale cadavere. Eileen invece rimase a reggere la corda, sentendosi come se fosse stata lei a cadere e nessuno fosse corso in suo aiuto.
Eileen era un fedele e grazioso ritratto della madre, con gli occhi scuri stupefatti e le sopracciglia cosi sottili da sembrare disegnate, la fronte alta, le guance paffute e i capelli scuri e lisci. Aveva il corpo flessibile come un salice, e a volte, quando era cosi felice di trovarsi con le amiche da dimenticarsi della loro presenza, si metteva a ondeggiare a occhi chiusi, proprio come un salice.
Louis, come il padre, era meno decorativo. Dall’età di dieci anni portava occhiali da aviatore con una montatura di metallo vagamente intonata ai suoi capelli, che erano ricci e del colore delle vecchie viti di ottone, e che avevano cominciato a diradarsi alla fine delle superiori.

© 2004 Edizioni Giulio Einaudi

biografia dell'autore
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Jonathan Franzen ha scritto tre romanzi: La ventisettesima città, Forte movimento, Le correzioni e una raccolta di saggi: Come stare soli.




30 aprile 2004