STORIA, CULTURA, SOCIETA'

Lucio Lami
Visti e raccontati
40 ritratti di personaggi famosi nel mondo

“Quando Montanelli morì, non scrissi una riga e giurai che non l’avrei mai fatto. Scrissero tutti, lo osannarono tutti, anche quelli che lo avevano denigrato in vita, anche gli “amici” che amici non erano e che lui, per anni, aveva qualificato come bischeri. Fu uno spettacolo sconcertante di usucapione del morto. Ora devo violare la consegna del silenzio perché non si creda che io non lo ritenga uno dei grandi, tra quanti ho avuto la ventura di incontrare, proprio grazie a lui.”

Dire “grande giornalista” equivale spesso a tacere “scrittore mancato”. Per smentire il teorema si ricorre spesso a una lista di nomi illustri che, fatte le debite eccezioni, sono scrittori che hanno concesso “marchette” al giornalismo, gli stessi che fanno gonfiare il petto ai praticanti e li spingono entusiasti verso una professione a volte insidiosa. L’onda di ritorno riguarda invece i giornalisti veri che a fine carriera o quasi si sentono in dovere di pubblicare dei libri e fregiarsi di un titolo, quello di scrittore, che non avendo un albo è per lo meno strano ritenere onorifico.
È un mondo alla rovescia e ne soffrono soprattutto le persone in buona fede e quelle di talento. Il talento di Lucio Lami non si discute, è una penna facile e incisiva, ed è tra quelli a cui legittimamente il giornalismo va stretto: pur avendolo onorato per molti anni, la vena dello scrittore è presente in ogni articolo, soprattutto in questi 40 ritratti di personaggi illustri incontrati nella sua carriera, tra i quali ricordiamo Arafat, i Beatles, Buzzati, Khomeini, Umberto II e, naturalmente, Indro Montanelli. È un’opera a metà strada tra il libro di memorie e l’indagine psicologica, uno scavo che prelude il romanzo e muove i protagonisti dentro scenari avventurosi che potrebbero non essere della realtà ma dell’inganno narrativo. La rapidità nel disegnare in pochi tratti la fisionomia esteriore e interiore del soggetto denota un grande colpo d’occhio; i fatti, ovviamente storici, che fanno da perno, sembrano inventati al momento, i dialoghi hanno un’incisività cinematografica, e gli scenari, tra giungle sudamericane e deserti mediorientali, arricchiscono la pagina di un esotismo che nel giornalismo sarebbe facile colore, ma nel romanziere diventa materiale di prima scelta.
Si scopre nella biografia dell’autore che uno dei suoi scrittori di culto è Ernesto G. Rossi e allora i conti tornano. Ma non proprio tutti, perché se dovessimo metterli a confronto, resterebbero comunque due universi separati. Difficile trovare modelli recenti che si avvicinino alla prosa di Lami: di sicuro non vi è lo stile iperbolico e toscaneggiante di Montanelli, né quello prettamente saggistico di Piovene, scrittori-giornalisti a cui sicuramente deve qualcosa proprio per il fatto di averli frequentati e ammirati; se dovessimo ricordare un nome da affiancargli si azzarderebbe Ojetti, sì, il dimenticato Ojetti, proprio quello che il grande Indro riusciva a stento a riconoscere tra i suoi pochi maestri veri. Dell’Ojetti di “Cose viste”, Lami possiede lo sguardo penetrante e la curiosità di indagare la realtà che conta, quella che può diventare storia. L’augurio è che Lami possa essere ricordato più a lungo di Ojetti, dopotutto uno dei non molti giornalisti a potersi fregiare anche del titolo di scrittore.

Visti e raccontati. 40 ritratti di personaggi famosi nel mondo di Lucio Lami
208 pag., Euro 18,00 – Edizioni Ares, 2003 (Profili)
ISBN: 88-8155-277-9

Le prime righe

ABDDALLAH
Il principe taciturno dell’Arabia saudita

Nel gennaio del 1981, in preparazione della conferenza di Taif, alcuni membri della casa reale saudita accettarono di incontrare i giornalisti. L’iniziativa era del tutto inconsueta.
In una sala foderata di lino verde, con i pavimenti in marmo di Carrara e i lampadari di bronzo, vidi prendere posto, su poltrone dagli schienali dorati, l’allora principe Fahad, destinato a succedere, di li a pochi mesi, al fratello re Khaled; il principe Abdallah (che diventerà reggente nel 1996, dopo la malattia di Fahad) e il figlio di quest’ultimo, Feisal.
Fahad, che stava per diventare re, aveva 58 anni ma sembrava già un vegliardo. Disse che l’America di Reagan aveva capito i pericoli del comunismo, non quelli del Medio Oriente, ma si augurò un’intesa con gli Stati Uniti che portasse pace e buoni affari. Respinse l’ipotesi di una Gerusalemme internazionalizzata e annunciò lo stanziamento di un miliardo di dollari per promuovere la Banca dello sviluppo islamico: un contentino per tener buoni gli integralisti.
Suo figlio Feisal disse più o meno le stesse cose. Solo Abdallah tacque, per più di un’ora, avvolto nella jallabia bianca, il volto inespressivo seminascosto dalla keffia bianco-rossa. La cosa mi apparve curiosa, visto che il fratello di Fahad era considerato uno dei principi di maggior prestigio.

© 2003 Edizioni Ares


L'autore

Lucio Lami, in quarant’anni di giornalismo, ha lavorato per quasi tutti i grandi editori del dopoguerra: Gianni Mazzocchi, Edilio Rusconi, Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli. Esordiente a La Notte, redattore di Gente, caporedattore di Epoca. ha fondato Commentari, ha diretto L’Indipendente, ha rifondato L’uomo qualunque ed è tuttora firma di punta ed editorialista per diversi quotidiani e periodici. Nel 1974, con la nascita de Il Giornale, fu chiamato da Indro Montanelli, e incominciò a viaggiare per oltre vent’anni in tutto il mondo, come inviato speciale, corrispondente di guerra e collaboratore delle pagine culturali. Autore di molti volumi, è attualmente presidente del Pen Club italiano. Ha pubblicato il pamphlet Giornalismo all’italiana, la memoria autobiografica Il paradiso violato e Il Re di maggio, biografia di Umberto II.
Nel sito di Alice è presente un’intervista.


Di Alvaro Strada


30 aprile 2004