STORIA, CULTURA, SOCIETA'

Piera Sonnino
Questo è stato
Una famiglia italiana nei lager

"Quando il treno si ferma e la porta viene riaperta intravedo confusamente alcune di noi prendere dei corpi e farli rotolare giù. Il fatto si ripete sovente. Mi desto su qualcosa di morbido e di duro a un tempo. Tocco. Sono gambe, è un ventre, è un letto. Un volto. Gelido. Ho dormito su una morta."

"Sessanta pagine scritte a macchina, senza un errore, senza una cancellatura. Pensate, riscritte, limate, per essere custodite quarantadue anni in una cartella rossa di cuoio. Le memorie erano una presenza invisibile in casa." Così Giovanni Papi inizia il suo commento al diario di Piera Sonnino; e da queste poche frasi emerge la straordinarietà di quanto queste pagine rivelino: ricordi su ricordi che senza rimaneggiamenti postumi sono stati trascritti sull'onda di emozioni rievocate, di sensazioni rivissute. Sono uno sfogo, un liberarsi da un peso opprimente che ha tormentato per tutta l'esistenza l'autrice (deceduta nel 1999); ma sono uno sfogo personale, intimo, nato con il proposito di emanciparsi da memorie divenute un giogo soffocante, troppo pesante da sopportare: l'unico sbocco poteva essere la scrittura. Nel redigere i propri ricordi, l'autrice non perseguiva alcuna velleità di pubblicazione, di celebrità, tanto è vero che, senza la decisione della figlia di Piera di inviare queste pagine al sito di "Diario" nel 2002, esse sarebbero rimaste nell'ombra.
Il diario di Piera Sonnino è suddiviso in due momenti, separati da una data ben precisa che lei stessa ci indica: " Il 12 ottobre 1944 fu un giorno che nacque in un cielo d'intensità azzurrina, tersa e trasparente...", a cui si contrappose l'arrivo dei fascisti e l'arresto di tutta la famiglia Sonnino. Fino a quella data questa famiglia ebrea aveva dovuto fronteggiare l'intensificarsi, anche in Italia, dell'antisemitismo, a seguito della promulgazione, nel 1938, delle leggi razziali. Da Genova, dove risiedevano, i Sonnino dovettero trasferirsi nei paesi circostanti: ma le contingenze e la volontà di non allontanarsi dai luoghi ove fratelli e sorelle erano cresciuti, li spinse a far ritorno nella città nativa.
Poi l'arresto e la deportazione ad Auschwitz: da quel momento la catastrofe. Da quel momento Piera si troverà a convivere con la morte, con il lento ma inesorabile disgregarsi del proprio nucleo famigliare, inghiottito nei forni crematori nazisti, o annientato dal freddo e dalla fame. Unica superstite di tre fratelli e due sorelle, oltre al padre e alla madre, Piera farà ritorno a Genova solo dopo la liberazione da parte delle truppe alleate.
Anche a livello di scrittura il libro si scinde in due parti. Nella prima vi è un lento fluire degli avvenimenti, degli eventi, narrati in modo pacato, dettagliato: essi appaiono come un cappio che va annodandosi attorno al focolare della famiglia Sonnino, ma contro i quali questa non reagisce, lasciando passivamente che il nodo scorsoio si stringa attorno ai suoi componenti. Con la deportazione il ritmo del racconto si fa incalzante, in un vorticare d'immagini ed emozioni che si succedono l'una dietro l'altra: è un altalenarsi di brevi pensieri, di frasi concise, ridotte all'essenziale, quasi che l'esistenza vissuta nel lager debba avere un suo riflesso a livello testuale. Per raccontare una vita fatta di stenti non ci si può avvalere di una scrittura prolissa, barocca, ma si deve ricorrere ad un linguaggio asciutto, esprimendo il timore d'infrangere le sensazioni suscitate da queste memorie, da queste pagine, sensazioni provenienti da un passato di cui dobbiamo mantenere viva la memoria.

Questo è stato. Una famiglia italiana nei lager di Piera Sonnino
125 pag., Euro 10,00 - Editore Il Saggiatore (Nuovi Saggi)
ISBN88-428-1135-1

Le prime righe

Genova, 20 luglio 1960

Mi chiamo Piera Sonnino, sono nata trentotto anni orsono a Portici, nei pressi di Napoli, quarta dei sei figli avuti da mia madre, Giorgina Milani, e da mio padre Ettore. Il loro matrimonio, celebrato con rito ebraico a Roma nel 1910, era stato fastoso, come si addiceva alle condizioni sociali di entrambe le famiglie, e la cerimonia si era conclusa con un concerto al quale aveva partecipato una soprano allora assai nota. Per mia madre, profondamente innamorata dell’uomo che era diventato suo marito, e per mio padre l’inizio di una vita in comune era avvenuto sotto i migliori auspici.
Il primogenito fu Paolo, cui seguirono Roberto, Maria Luisa, io, Bice e Giorgio.. Mio padre era un bellissimo uomo. L’unica fotografia che sia riuscita a salvare di lui lo mostra ancora giovane con l’aspetto di un gentleman di fine secolo, elegante e dall’aria spavalda. Era buono e generoso come sanno esserlo i napoletani.

© 2004 Gruppo editoriale il Saggiatore


L'autrice

Piera Sonnino, nata a Portici nel 1922, ha vissuto a Genova fino allo sfollamento dopo l’armistizio dell8 settembre 1943. Nell’ottobre 1944 subisce l’arresto e la deportazione, prima ad Auschwitz, poi a Bergen Belsen e Braunschweig. Unica sopravvissuta di una famiglia di otto persone, nel 1950 fa ritorno a Genova, dove sposa Antonio Gaetano Parodi, giornalista dell’Unità, e ha due figlie. Muore l’11 maggio 1999.


Di Luca Piccinini


30 aprile 2004