PANORAMICA ITALIANA

Vinicio Capossela
Non si muore tutte le mattine

“E io intanto marcito qui... dove la luce non può trovarmi. Infestato di sogni, impregnato come uno straccio sporco, come un ragno, come un Nessuno.”

Chi conosce già la musica di Vinicio non si aspetterà di certo un romanzo nel senso più classico della parola.
E l’autore ce lo conferma già quando prendiamo in mano il suo libro, in quarta di copertina: “Vorrei che queste pagine si potessero prendere a etto, sfuse, a capitoli, a ognuno la parte che gli serve…”. Ma anche l’indice contiene indizi sulla struttura frammentata (o frammentaria?) dell’opera: ad ogni capitolo viene fatto corrispondere un “genere” (tra i quali: ouverture, spurgo, notturno, elegia, invenzione a due voci, ma anche seconda sbronza, terzo scasso, ecc…) che ne traduce l’essenza. Non si muore tutte le mattine non è infatti un romanzo vero e proprio, non vede lo svolgersi di una storia lineare. Ci catapulta nel suo mondo caleidoscopico, spesso delirante e sconclusionato, sicuramente alcolico, regalandoci qua e là squarci di vite più o meno perdute, sprazzi di poesie in prosa e riflessioni sul senso profondo di ciò che lo circonda, senza mai cadere nel luogo comune o nel banale.
L’affinità con Bukowsky salta subito all’occhio.
Con lui Capossela condivide la “filosofia dei bar”, della vita vissuta al massimo, spremuta (anzi, bevuta) fino all’ultima goccia; assieme alla capacità di trasformare in poesia anche la più sordida (squallida?) delle situazioni.
Tra gli innumerevoli personaggi che animano questo romanzo c’è ad esempio Ben, annebbiato dai tanti giorni insonni e dall’alcool, che gira la città , tra pensieri allucinati e prostitute. Oppure Nuttles e Nodles, compagni di sbronze, con la storia della loro particolare amicizia che attraversa tutto il libro come un’ombra. E la triste sfilata della contrada Chiavicone, sperduta nella calura africana. O ancora Jack Kerouac, Napoleone, un’orda di alpini chiassosi ed avvinazzati, una gara tra sollevatori di pesi, il polacco Goyeneche e Troilo da sempre seduti lì, l’uno accanto all’altro, Glenn Gould, la musica impazzita di Charlie Parker, e così via…
A questi brevi ritratti, si alternano le riflessioni dell’autore, frammentate (o frammentarie?) e spesso vagheggianti (in alcuni momenti mi hanno fatto pensare agli scritti di un adolescente) ma capaci di sorprendere con lampi di poesia, proprio come le sue canzoni.
Ne è un esempio Confessioni di un rinchiuso, claustrofobico ed immobile monologo; oppure Mantenere la posizione, impressioni di un’estate immersa nel cemento bollente della città svuotata.
È il paesaggio milanese a fare da sfondo a molte di queste vicende, grigio e dolente, spesso notturno e piovoso, ma sempre famigliare ed affezionato con le sue circonvallazioni “come vene aperte”, tagliate dalle rotaie dei tram ed abbracciate dalle tangenziali.
Vinicio condivide quest’amore malinconico per Milano con l’amico poeta Carlo Costantino detto “Cinaski” (Henry Chinasky è l’alter ego letterario di Bukowsky) che compare in uno dei primi capitoli, regalandoci un breve monologo urlato ai lampioni.
Non si muore tutte le mattine è in definitiva un libro pieno di emozioni, sempre profondamente vissute, un romanzo-non romanzo, del tutto fuori dal tempo.
Chi ha amato la musica di Capossela vi ritroverà le stesse caratteristiche che hanno reso i testi delle sue canzoni dei piccoli capolavori, e non potrà non apprezzare quest’opera.

Non si muore tutte le mattine di Vinicio Capossela
333 pag., Euro 16.00 – Edizioni Feltrinelli (I narratori)
ISBN 88-07-01647-8

Le prime righe

ELOGIO DELLA QUANTITÀ

Siamo rimasti solo voce. Come la ninfa Eco, che a furia di consumarsi, per passione, finì col rimanere voce… eco di voce, eco della sua voce.
Non abbiamo più peso, né corpo, né vita, siamo soltanto voce.
La voce che si spande nei canali della quantità, la voce rinchiusa, asserragliata a spurgare, incarcerata. La voce dai motel, la voce rimasta impigliata nella rete dei telefoni, delle strade, dei binari.
Siamo rimasti Voce, senza più corpo, sul bordo della nostra gioventù, sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. La voce delle serenate, che ci echeggiano nelle orecchie, e non ci lasciano in pace.
Puniti dalla troppa passione, ci si è portati al punto di rimanere fermi davanti ai bivi.
Allora ci è voluto il ritiro, l’impresa e l’epopea.
La voce è diventata la nostra divinità, il nostro nume.
Essa soltanto ci tutela e conserva, ci riproduce, che ci ha infebbrato la vita, ingravidati, e solo la voce è rimasta per sgravare quella colica di immaginazione, quel mare grosso che ci ha sollevati fino a dove Dio si è fatto intravedere e poi ancora, ci ha annegati, ributtati dalla parte di sotto. La voce è la nostra barca, il nostro confine, quel che resta di noi, l’eco della nostra voce, rimbalzante per tutti gli spigoli dai quali ci siamo intravisti.
La voce, eco della visione.

Dove siamo finiti tutti? Il tenente Dum, Caarlo sul sidecar a spasso nella notte, e Nuttless, e Maldonado... siamo rimasti solo voce.
E i poeti... i maestri? E i geni... i farneticatori, dove sono finiti? Dov’è il lustro dell’umanità?

© 2004 Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autore

Vinicio Capossela è nato ad Hannover il 14 dicembre 1965. Questo è il suo primo romanzo.


Di Carlotta de Lorenzo


23 aprile 2004