SCRIVERE LO SPETTACOLO

Giorgio Gaber e Sandro Luporini
Questi assurdi spostamenti del cuore

“Bisognerebbe proprio ricominciare ogni volta da capo. Abbandonare i nostri pensieri, fermi, sicuri, inamovibili. Abbandonare quell’egoismo ossessivo che ci accompagna da sempre. Abbandonare il mostro bisogno smisurato di affermazione. Abbandonare il desiderio di ricompensa per qualsiasi nostro atto. Abbandonare l’eroismo. Abbandonare persino il proprio io. Sì, abbandonare anche quell’aristocrazia intellettuale dell’individuo che consiste quasi sempre nel non sporcarsi con la vita”.

È praticamente impossibile prescindere dal proprio personale coinvolgimento con i testi, gli spettacoli, le canzoni di Gaber, vissuto per anni da un’intera generazione, soprattutto milanese, come interprete di emozioni, pensieri, rivolte, delusioni che spettacolo dopo spettacolo sapevano leggere l’iter di un mondo giovanile diventato per la prima volta protagonista (i “giovani” come categoria sociologica a sé nascono proprio in quegli anni), trasgressivo e arrabbiato, teso a destrutturate un mondo borghese da cui proveniva, ma di cui deplorava la mistificazione e il perbenismo da cui tanto faticosamente, e spesso senza riuscirci, tentava di liberarsi. Poi, via via, il reflusso, l’amara delusione, il rifiuto del mondo e delle certezze…
Luporini, coautore di tanti testi, è rimasto forse penalizzato (per quanto riguarda la grande notorietà) dalla straripante figura di Gaber, vero mostro teatrale, intenso, ironico, con un viso e un corpo talmente mobili e espressivi da riuscire a comunicare oltre che le emozioni anche i concetti con un solo sorriso, uno sguardo o un gesto.
Le ingiustizie sociali, le incongruenze della vita, i tradimenti, gli abbandoni, le ipocrisie, tutto il malessere che ci circonda si specchia nella nostra vita privata, nei rapporti che instauriamo coi nostri compagni, con gli amici, con i colleghi: siamo, nel particolare microcosmo di ognuno, l’immagine riflessa del mondo circostante e delle regole sociali che verbalmente rifiutiamo. Così la voce, il viso, le parole degli spettacoli (e ora di questo libro) di Gaber diventano la nostra coscienza e, con leggerezza, con ironia, con pietà ma con altrettanta amara chiarezza, ci costringono a guardare in faccia la vita che ci siamo inventati, a leggerne le ipocrisie, le violenze mistificate, le ipocrisie autocompiacenti e autogiustificanti. I monologhi raccolti in questo volume parlano di amore, “non quello per il mondo… quell’altro”, come disse lo stesso Gaber, un sentimento pieno di contraddizioni, di dolore e nello stesso tempo anche di comicità e di tenerezza, che ha solo bisogno di verità, (“Quello che per me conta è sapere quanto si finge e quanto si fa sul serio”).
Negli ultimi anni sempre più forte si era fatto il distacco, il pessimismo, la negatività, e anche il coraggio amaro di un fallimento esistenziale. Così rileggere questi monologhi è importante per ricostruire l’intero cammino di una figura di riferimento che ha saputo riprodurre in teatro un momento cruciale del nostro tempo e della nostra vita.

Questi assurdi spostamenti del cuore. Monologhi in forma di racconto di Giorgio Gaber e Sandro Luporini
201 pag., Euro 12,00 – Edizioni Einaudi (Einaudi tascabili. Stile libero big n. 1189)
ISBN: 88-06-16846-0

Le prime righe

Il dio bambino

Eppure nella mia vita ci deve essere stato un momento in cui ho sbagliato qualcosa. No, non è una cosa recente. Probabilmente da bambino; un errore impercettibile, innocente, che poi col tempo si è ripetuto, moltiplicato, ingigantito, fino a diventare gravissimo, fino a farmi stare così male. E perché sto male? E semplice. Perché mi sono trovato a vivere in un modo che certamente non è il mio. E così andrà a finire che prima o poi mi ammalerò davvero e morirò anch’io, come d’altronde fanno tutti.
Purtroppo non lo so, quando ho sbagliato. Però sono sicuro che questo errore è stato determinante per il mio equilibrio affettivo.
Fin da piccolo mi sono accorto subito che ci sono i bambini e le bambine. Ma quello che non ho mai capito è quanto sia importante l’incontro tra un uomo e una donna.
A me, per esempio, come dire... mi è capitato tutto per caso: amori, famiglia, figli... Anche con lei; certo, l’ho amata, forse l’amo ancora, voglio dire... una cosa importante, anche se...
Ma cominciamo da capo.

Per un vero cittadino gli alberghi sul mare, fuori stagione, hanno uno strano fascino. Sono come lontani dal mondo, fermi e silenziosi. Si sente solo il dolce e monotono rumore delle onde.

© 2004 Giulio Einaudi Editore


Gli autori

Giorgio Gaber (Milano 1939-2003) debutta al Santa Tecla, locale milanese dove si esibisce con Celentano, i Rocky Mountains ed Enzo Jannacci. La sua prima canzone è Ciao ti dirò, scritta nel 1958 con Luigi Tenco. Dopo il successo in televisione e molti Festival di Sanremo, nel 1970 debutta al Piccolo Teatro di Milano con Il signor G, cui seguiranno molti altri spettacoli, scritti con Sandro Luporini. Negli anni Settanta rinuncia alla Tv, diventando, con il suo teatro-canzone, il più singolare fenomeno teatrale degli ultimi trent’anni. Con La mia generazione ha perso (2001) torna al mercato discografico ufficiale, dopo molti album esclusivamente dedicati alla registrazione integrale dei suoi spettacoli. Nel 2003 esce postumo il suo ultimo disco, lo non mi sento italiano. Vincenzo Mollica ha curato per Einaudi il cofanetto Giorgio Gaber. Parole e canzoni, rivisto dallo stesso Gaber.

Sandro Luporini (Viareggio, 1930) studia ingegneria all’Università di Pisa. Nel 1953 decide di dedicarsi alla pittura e si trasferisce a Roma. Espone nelle più importanti rassegne nazionali, ottenendo riconoscimenti e premi. Nel 1956 si trasferisce a Milano e partecipa a varie mostre di gruppo, assieme ai pittori della Galleria Bergamini, prendendo parte agli eventi del realismo esistenziale. Oltre che alla pittura, si dedica assieme a Giorgio Gaber alla stesura delle canzoni e dei testi teatrali interpretati dallo stesso Gaber.


Di Grazia Casagrande


2 aprile 2004