SCRIVERE LA REALTA'

Marc Augé
Perché viviamo?

“Mi riesce difficile pensare che tutti noi non proviamo un senso di alienazione e allo stesso tempo di diffidenza nei confronti di questo sistema, perché il bisogno di avere con qualcun altro dei veri contatti, una vera relazione, il bisogno anche di immaginare la nostra vita, di costruire le nostre immagini senza contentarci di consumarne di prefabbricate, mi sembrano alla fine dei conti esigenze assai condivise in grado di costituire l’abbozzo di un contro-sistema, di una resistenza.”

Leggere il Prologo di questo saggio è davvero indispensabile, soprattutto per chi non conosca Augé, per capire il senso e la finalità della sua intera opera, della sua ricerca e di scelte intellettuali davvero particolari: etnologo dei villaggi africani è oggi il più significativo antropologo dela contemporaneità
“L’individuo non è libero di non essere ciò che l’epoca vuole che sia. E questa vuole che lui sia felice. Che consumi e sia felice”. Oggi la felicità si misura in base all’indice dei consumi familiari che testimonia la maggiore o minore fiducia nell’avvenire degli uomini. Ma a questo punto è indispensabile chiedersi che cosa sia la felicità. Prima di tutto ha un imprescindibile rapporto con il tempo, quindi necessita di una qualche forma di comunicazione con gli altri. Per meglio rappresentare il concetto attuale di felicità inventa un personaggio, Dupont, un classico uomo medio, quarantacinquenne, impiegato di banca, telespettatore, padre di un figlio adolescente, con una moglie che ama viaggiare, con una misurata capacità critica che lo fa sentire libero, utente di internet, dialoga con moglie e figlio con cui organizza le proprie vacanze: tutti e tre “felici e senza storia”.
Augé prosegue analizzando poi il proprio cammino di studioso (“ogni etnologia è un’etnologia del quotidiano”) e constata come l’esperienza africana gli abbia fornito importanti strumenti per osservare il ricco mondo occidentale (tutte le osservazioni sul corpo umano ad esempio). In particolare interessante è ciò che viene detto sul potere dell’immagine. Se in Africa il profeta dà di sé un’immagine che lo rende riconoscibile e riconosciuto, in Occidente l’immagine dell’altro prende il sopravvento sul desiderio di conoscerlo e di identificarlo come persona: ciò avviene in modo clamoroso nel turismo, nella pubblicità, e nella televisione dove vi sono visi familiari che chiaramente non conosciamo. Augé ha, passando allo studio della sua contemporaneità, compiuto un capovolgimento di prospettiva che però ha avuto implicazioni metodologiche e tematiche. Il concetto di mondializzazione attuale conduce a due realtà “molto diverse: la globalizzazione e la coscienza planetaria”. Quest’ultima è sorta come “coscienza infelice ed ecologica”, consapevolezza della fragilità del pianeta e coscienza della propria insicurezza e responsabilità. Perché viviamo? Viene chiesto nel titolo del saggio: forse solo per riflettere su chi siamo oggi, chi eravamo e dove stiamo andando.

Perché viviamo? di Marc Augé
Titolo originale: Pour quoi vivons-nous?
Traduzione di Luisa Capelli e Antonio Perri
133 pag., Euro 13,50 – Edizioni Meltemi (Biblioteca n. 17)
ISBN: 88-8353-288-0

Le prime righe

Prologo

Per cosa viviamo?
Ci vuole un grande coraggio o tanta incoscienza per porsi questa domanda. E ancor più coraggio ci vuole per cercare una risposta, ad esempio parlando di felicità, di ciò che intendiamo per felicità per noi stessi o di ciò che immaginiamo sia, per gli altri, la felicità. D’altra parte, la morale delle favole non arriva proprio quando la storia si conclude e la felicità comincia? Quando il principe sposa la contadina il tempo incalza e mancano le parole: “vissero felici e contenti ed ebbero molti figli”.
Se non abbiamo niente da dire o da raccontare sulla felicità, e se proviamo una grande difficoltà a definire cosa essa sia, quando si tratta di evocare ciò che la ostacola o la minaccia la letteratura è più ricca e ci dilunghiamo di più: il dolore sotto diverse forme, la malattia, la povertà, la solitudine, la morte. La definizione minima della felicità è assenza del dolore, tregua, pausa.
Nel mondo di oggi, aumenta ogni giorno la distanza tra i più ricchi e i più poveri. Gli uomini sono ogni giorno più ineguali davanti alla malattia, alla povertà e alla morte e forse anche davanti alla solitudine, poiché i più poveri dei poveri sono tentati di cercare la salvezza nella fuga, nello sradicamento, nel volo spesso solitario verso le luci sfavillanti e mortifere del mondo sviluppato. Certo non potremmo affermare che tutti i più o meno ricchi sono contenti e tutti i più o meno poveri infelici: c’è una disposizione personale alla felicità o alla disgrazia che sfugge a questo determinismo.

© 2004 Meltemi Edizioni


L'autore

Marc Augé è uno degli antropologi francesi più noti al pubblico internazionale. Directeur d’Études presso l’École des Hautes Études di Parigi, ha pubblicato alcuni dei maggiori successi della letteratura antropologica, tra cui : Il dio oggetto, Un etnologo nel metrò, Rovine e macerie, Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Diario di guerra, Storie del presente. Per un’antropologia dei mondi contemporanei, Disneyland e altri nonluoghi, Finzioni di fine secolo.


Di Grazia Casagrande


26 marzo 2004