SCRIVERE DI TUTTI I COLORI

Martin Millar
Latte, solfato e Alby Starvation

“Guardo una rivista che ho raccolto qui fuori per terra. Dentro ci sono un mucchio di articoli che vorrebbero essere divertenti ma per l’umorismo che riesco a vederci potrebbero anche averli scritti in una lingua straniera. Ci annunciano anche un premio letterario, il Premio Sinclair o qualcosa del genere, mandateci il vostro libro socialmente impegnato, dice, segaioli del cazzo, penso, fare pubblicità a libri socialmente impegnati su questa umoristica rivista patinata, proprio quello che sai sull’impegno sociale ed esattamente quello che vuoi dire, suppongo significhi qualcosa che si può discutere nei programmi culturali alla televisione senza sentirsi in imbarazzo. Getto la rivista dalla finestra e leggo dei fumetti”.

Starvation è un gioco di parole, significa “morto di fame”. Alby Starvation è anche il nome del protagonista, un ventiseienne povero in canna che cerca di sopravvivere, e non è un eufemismo visto che qualcuno lo vorrebbe pure morto. Siamo alla fine degli anni ’80 e Brixton è il quartiere malfamato in cui abita, “polveriera incontrollata per le forze dell’ordine”. Le risorse materiali di Alby sono il sussidio dello Stato, comune a parecchia gioventù inglese del periodo thatcheriano, e la vendita di solfato, droga per morti di fame appunto; è anche collezionista di fumetti, predilige Conan e l’Uomo Ragno, vorrebbe arricchirsi vendendoli ad altri collezionisti, ma stenta parecchio a realizzare il suo sogno. Il migliore amico è un criceto di nome Happy, uno dei molti personaggi a cui l’autore cerca disperatamente di dare spessore, fornisce a chi legge rapidi sussulti della loro esistenza, per poi dimenticarsene altrettanto rapidamente. Sembra tuttavia che l’esistenza che corra maggiori rischi sia quella del protagonista, minacciato di morte, scopriremo, perché militante nella campagna contro il latte. E infatti il Monopolio del Latte ha assoldato un killer per giustiziarlo: è il motivo che dovrebbe spingerci a scoprire come questa vicenda “a fumetti” vada a finire.
Il fumetto, lo sappiamo, è una specie di contagio visuale ormai esteso e inarginabile, ha contaminato vari generi culturali, compresi il cinema, la storia e la letteratura: esistono fumetti della vita di Giuseppe Verdi e dei libri di Salgari, ed esistono fumetti che citano fumetti. Ovviamente esistono anche romanzi che ne sono una diretta citazione, o emulazione che dir si voglia, come appunto questo di cui si riferisce. Hanno un pubblico fedele e ammirato che è superfluo istigare alla lettura dei loro capolavori preferiti. Bisogna forse chiarire al pubblico dei romanzi tradizionali, a quei lettori che cercano emozioni nelle storie ben concepite e ben scritte, che esistono autori di culto, o di nicchia, che si rivolgono a un altro pubblico, autori che fanno uso di una strategia dell’emozione completamente diversa da quella comunemente praticata. Martin Millar ad esempio sembra ignorare, o non gliene importa affatto di saperlo, che uno dei motivi per i quali lo scrittore di thrillers deve cercare di procedere in modo coerente, è riuscire a far evitare ai lettori impazienti di saltare dei brani o correre all’ultimo capitolo per mettersi l’animo in pace. Ciò che per i suoi colleghi “classici” era un pregio, per lui sarebbe un difetto, riusciamo a captare dal risvolto di copertina che inneggia “al romanzo disordinato”.
Tuttavia, dopo una trentina di pagine, l’autore sembra colto da un ripensamento e si chiede (o ci chiede): “C’è qualche cosa di tutta la faccenda che ho lasciato fuori? Voglio dire, è tutto chiaro fino a questo punto?”. Restiamo convinti che a chiunque abbia rivolto questa domanda, la risposta non sia pervenuta in tempo: infatti il racconto continua imperterrito nel suo stile elusivo e zigzagante. Certo, non bisogna dimenticare che oggi viviamo in un mondo nevrotico, anzi necrotico, cioè in continua perdita di tessuto vitale, e forse non è più opportuno che una storia di killer ci intrattenga, basta che ci distragga, e in questo Millar riesce talmente bene che alla fine del suo libro è difficile accorgersi di come vada a finire. Un particolare di sicuro utile per bypassare quei lettori che vanno in libreria per violare i finali e, scoprendoli ovvi, non comprano mai niente. Occorre dunque consigliarlo a un pubblico preparato, in grado di resistere alla mancanza di intrattenimento, un pubblico che sappia restare indifferente alla possibilità che l’assassino incontri la sua vittima o non la incontri affatto.
La qual cosa ci guarderemo bene dal rivelare.

Latte, solfato e Alby Starvation di Martin Millar
Pag. 177, Euro 12,40 – Edizioni Baldini Castoldi Dalai
ISBN 88-8490-486-2

Le prime righe

Cristo santo che cazzo di rottame sono diventato, ho la faccia che dimostra cent’anni, la gente si metterebbe a urlare se uscissi in strada, mi stanno cadendo tutti i capelli, c’è una donna del Monopolio del Latte che mi vuole uccidere. Se scopre il mio indirizzo sono morto di sicuro.
Così me ne sto qui seduto a registrare dalla radio il programma reggae di David Rodigan e a pensare come vendere i miei fumetti senza venire ucciso. Con il capitale della vendita dei fumetti posso pagare il tempo necessario in uno studio di registrazione per fare un disco che sarà semplicemente grandioso, oppure acquistare una pistola per uccidere la donna che ha fatto il contratto su di me. Con una pistola potrei anche fare le mosse decisive per accaparrarmi il mercato del solfato a Brixton. Voglio dire, solo perché l’uomo che mi ha minacciato era cinese non significa che fosse della triade, vero?

© 2004 Baldini Castoldi Dalai editore


L'autore

Martin Millar, Giornalista a tempo perso, scrittore e sceneggiatore, rappresenta uno dei talenti più multiformi e nascosti degli ultimi anni. Autore di culto, Baldini Castoldi Dalai editore ha nel suo catalogo anche Io, Suzy e i Led Zeppelin. Il suo sito web è http://www.martinmillar.com.


Di Alvaro Strada


19 marzo 2004