LA SCRITTURA NARRATIVA

Tommaso Landolfi
Se non la realtà

“Anche a San Remo, inutile dirlo, pioveva. In una piazzetta dov’è un palco per la musica, poco più in giù della fontana luminosa, sostava un crocchio di persone che parevano circondare alcunché di invisibile. Mi avvicinai: un grosso e bel cane era lì steso sul selciato rantolando e ogni po’ debolmente lagnandosi. Non sembrava ferito; era un cane che moriva solo perché bisogna morire (così almeno, a torto o a ragione, abbiamo concluso sulla scorta di una lunga esperienza). La gabbia delle sue costole si sollevava e gonfiava in convulso con moto bruscamente interrotto, il pelo biondo era tutto arruffato e appiccicato dall’acqua; giacché anche su quel povero cane pioveva”.

Nelle seconde linee degli scaffali di casa sono rimasti molti scrittori dimenticati che qualche volta varrebbe la pena di ricordare. Ai vari Piovene, Orio Vergani, Ojetti fa eccezione Tommaso Landolfi, il quale per fortuna troviamo sempre più spesso di ritorno in prima linea. Lo si potrebbe definire, con termine usato persino per i parrucchieri, un maestro, di quelli che darebbero profitto ai corsi di scrittura creativa, non solo per la ricercatezza dello stile, eseguito su una tastiera ricca di ottave che gli permettevano di sfumare dal drammatico all’ironico con tocchi quasi impercettibili; va aggiunta infatti una dote che si dà spesso per scontata, ma che risulta alla prova dei fatti carente anche in coloro cui si riconosce la generica attitudine di scrivere bene: la capacità di saper guardare.
Il saper guardare e cogliere la realtà nel suo divenire appare evidente in questi articoli di viaggio pubblicati tra il ’52 e il ’59 sul “Mondo”. Sono bozzetti, scorci, lampi di dialogo colti in una stazione ferroviaria, su una corriera, all’angolo di una strada, persino nelle case da gioco, luoghi per l’autore, e non solo per lui, di espiazione più che di divertimento. Landolfi e il gioco, se non la realtà, un modo tra i tanti di sognare: banconote, gettoni, carte, parole, immagini, ricordi, emozioni; smazza e taglia, distribuisce a piene mani, punta sui colori della sua tavolozza, rosso e nero, a volte vince, più spesso segue il proprio inconscio desiderio di perdere e soccombere. Un’accoppiata tragica lui e il gioco che richiama il destino di un altro grande scrittore, Dostoevskij, entrambi perseguitati da una maledizione: l’incapacità di saziarsi della propria fortuna (che derivava dallo scrivere, dal dominare questa arte difficile e corrosiva), immolandola nel gioco d’azzardo che li vedeva al contrario perdenti. Ed è chiaro che Landolfi come il russo doveva scrivere sempre di più per guadagnare e riuscire a supplire ai continui rovesci finanziari. Dosdoevskij si lamentava con la moglie Anna Grigor’evna che l’entità dei debiti gli impediva di dedicare la cura necessaria ai propri romanzi, ma appena poteva correva a Baden Baden a incrementarli, i primi, abbandonando i secondi a luciferine incoerenze; Landolfi a sua volta scrive queste cronache con qualche disinvoltura di troppo, o se non altro restando al di sotto delle capacità del proprio talento, quasi l’urgenza di far denaro gli bruciasse l’ispirazione sul nascere; così che un articolo iniziato in modo promettente si trovava a virare verso un finale raffazzonato, come succede quando si deve spedire prima che la tipografia chiuda le pagine. E’ frequente il ricorso a dialoghetti origliati a caso e, sembrerebbe, riportati giusto per completare il numero di righe concordato; egli stesso confessa sovente al lettore di non aver saputo trarne una morale, invitandolo a cercarla da sé, se ci riusciva.
Potremmo essere nell’ambito della ben nota sprezzatura, a cui fanno ricorso alcuni maliardi della penna. Di sicuro, quando Landolfi decide di scrivere come sa fare, ce n’è per pochi. Come in Terza classe ispirato a un viaggio in treno senza meta conosciuta. Nello scompartimento, il viso di una ragazza, alla quale il viaggiatore non osa rivolgere la parola, ispira un monologo interiore che potrebbe essere l’incipit di un romanzo joyciano. Gli stati d’animo della donna si susseguono lasciando emergere un’inquietudine trasversale che coinvolge sia lei, sia il viaggiatore che lo immagina, cioè Landolfi, realizzando un cammeo di psicologia femminile filigranato al maschile. E’ una descrizione contratta, ma non sarebbe possibile rendere giustizia a un pezzo di bravura come questo senza citarlo per intero. Nella sua brevità emergono implicazioni continue, una caratteristica che si ripete spesso in questi articoli di Landolfi, scritti a volte con la mano sinistra, mentre con la destra reggeva una sigaretta perennemente accesa.

Se non la realtà di Tommaso Landolfi
Pag. 204, Euro 10,00 – Adelphi Edizioni (Piccola biblioteca n. 503)
ISBN 88-459-1823-8

Le prime righe

LA GRAZIA DI DIO

Scrivo da Venezia, e chi scrive da Venezia ne avrebbe delle cose da dire: specie ora colla Biennale, le mostre, i convegni, i teatri verdi e tutto il resto. Senza contare che insomma Venezia è, come dicono, una dimensione dell’animo, sicché con essa deve prima o poi fare i conti chiunque usi tener la penna in mano.
Eppure, o sia umore o naturale pochezza, io sono stavolta propenso a lasciare ad altri meglio qualificati il lumeggiarne gli aspetti ufficiali, spettacolari o universali, e per conto mio mi atterrò piuttosto a qualche minuto episodio di cui un vagabondare senza meta mi abbia fatto testimonio. Così, se non di altri, riscuoterò almeno l’approvazione di coloro che amano «la vita colta sul vero». In conclusione, il lettore resti avvertito: non cerchi in queste pagine che quanto io gli prometto. E, per cominciare, si disponga a udire di due tipi per qualche riguardo notevoli che mi è capitato d’incontrare nei passati giorni.

© 2003 Edizioni Adelphi


L'autore

Tommaso Landolfi (Pico Farnese 1908- Roma 1979) geniale traduttore dal francese, tedesco, russo, letterato di raffinata cultura. Esordì come narratore nel ’37 con Dialogo dei massimi sistemi. Altre opere: Ombre (’54), Ottavio di Saint Vincent (Premio Viareggio ’58), Racconti impossibili (’66). Des mois (’67) biografico.


Di Alvaro Strada


12 marzo 2004