La biografia


Silvia Di Natale
Il giardino del luppolo

"A proposito di quei giorni, nel suo quaderno con la copertina nera c'è un'annotazione: "La vita è un giardino del luppolo dove ci arrampichiamo ognuno sulla sua pertica cercando di raggiungere la cima, finchè viene l'uomo con l'uncino a tirarci giù e a cogliere i fiori fragili della nostra esistenza".
Qualche riga più in basso Adolf aggiunge: "Ma io sono tra quelli che rimangono a metà della pertica".

Una storia vera, ma anche il romanzo di formazione di una generazione difficile, vissuta nel periodo tra le due guerre mondiali nella cattolica Baviera. Silvia Di Natale, genovese trasferita in Germania, dopo il successo internazionale del romanzo di esordio Kuraj ha affrontato con grande passione, in questo suo nuovo libro Il giardino del luppolo, un duplice percorso: ha radunato, con ricerche presso archivi, enti pubblici e privati, amici e parenti, una ricchissima documentazione sul nonno di suo marito, Adolf Kolmar, attorno alla vita del quale ha poi creato un romanzo di vasto respiro, che mette in luce il dramma vissuto in Germania da chi vedeva crescere e dilagare la popolarità di Hitler e le infamie del nazismo senza potervi porre freno, anzi sentendosi a poco a poco estraneo alla propria patria, se non addirittura perseguitato. Il senso di colpa è la chiave interpretativa della psicologia di Adolf: si sente in colpa fin da bambino, perché grazie alla sua intelligenza il padre postino permette a lui, e non a suo fratello maggiore, il proseguimento degli studi fino all'università. Schierato con gli oppositori al nazismo, riesce a espatriare in America, ma il senso di colpa per aver abbandonato agli orrori del regime gli amici e la famiglia gli provoca scompensi psicotici e viene forzatamente rimpatriato. In tutti gli aspetti della sua esistenza si sente sempre inadeguato rispetto a un sé ideale irraggiungibile: anche i suoi amori sono vissuti senza serenità, perché il desiderio di evitare i conflitti finirà per farlo indietreggiare di fronte alle esigenze dei sentimenti. Arruolato durante la guerra come interprete, cerca di favorire gli alleati ma non riuscirà, a guerra finita, a provare il suo antinazismo, finendo per soccombere al marasma psichico. Nella vita tormentata di Adolf, Silvia Di Natale tratteggia con coraggio e intelligenza il dramma spirituale di tutta la Germania antinazista, che ancora non si è liberata dalla vergogna del passato.

Il giardino del luppolo di Silvia di Natale
300 pag., Euro 16,00 - Editore Feltrinelli, 2004 (I Narratori)
ISBN: 88-07-01648-6

Di Daniela Pizzagalli

le prime pagine
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1.
HALLERTAU, 1910-1917

Il luppolo era già alto sulle pertiche; telai verdi si allargavano dall'una e dall'altra parte della strada, sopra attorcigliati i fusti sottili, in basso le foglie aperte a cuore, ruvide, sgradevoli al tatto, pronte a difendere i fragili coni del fiore quando fosse giunta l'ora, non subito. La corriera della posta procedeva sballottando il gruppetto di passeggeri. Adolf sosteneva di ricordarsene, anche se in quel giorno di luglio aveva da poco compiuto tre anni. Ma non furono certo le pertiche sulle colline dell'Hallertau - una vista che gli sarebbe diventata familiare - a colpirlo a quella tenera età, bensì ciò che avvenne all'interno della corriera che attraversava la Hallertau fra i giardini del luppolo.
La corriera della posta avanzava dunque su una strada che a quel tempo si snodava una curva dietro l'altra in mezzo alle colline, quasi riproducesse il percorso dei sarmenti sui pali. A ogni curva il gruppetto di passeggeri veniva sbattuto a destra o a sinistra e le pertiche, inclinate verso la strada con il loro carico verde, sembravano minacciare i finestrini; a ogni curva Franz, che aveva circa cinque anni, le mani strette alla panca, scoppiava in gridolini di gioia. La mano della madre calava allora fulminea ad afferrare il più piccolo, Adolf, inchiodandolo al sedile. Ma a una frenata improvvisa la mano fu colta di sorpresa e non riuscì a posarsi per tempo sulla spalla del bambino. Adolf scivolò in avanti, rotolò in mezzo ai viaggiatori in piedi, fu travolto dalla frana di sacchi e valigie e vi rimase intrappolato, a gambe all'aria, senza riuscire a districarsi da solo. Fu allora che si accorse che le sue gambe erano nude. Adolf non portava i calzoni, come il fratello, ma era coperto solo da una camiciola. La vista delle proprie gambe esposte agli sguardi di tutti, come quelle di una bambina, lo riempì di vergogna. E di rabbia, una rabbia cieca contro la madre. Se questa fu la prima manifestazione del suo io, quel primo barlume di coscienza si mescola allora con il senso di insufficienza e di vergogna di sé e con la vaga convinzione di essere vittima di un'ingiustizia. Adolf reagì a quella valanga di sentimenti come solo poteva a quell'età: ne fu sopraffatto, travolto, soffocato nel senso letterale della parola. Stretto fra le braccia della madre che tenta di consolarlo, annaspa, cerca aria, si fa paonazzo. Lei teme che soffochi veramente, pigiati come sono tra passeggeri e bagagli; nella sua angoscia fa rimbalzare il bambino in grembo, per facilitargli l'accesso dell'aria nei polmoni, e gli dà dei colpetti sulla schiena, come se avesse inghiottito un nocciolo di ciliegia. Era invece il garbuglio di emozioni che non riusciva ad andare né su né giù: l'affiorare della coscienza lo soffocava.
Anche in seguito Adolf si sarebbe ritrovato improvvisamente ad annaspare cercando aria. Diventò il suo modo di esprimere indignazione e protesta. Era il male a togliergli il respiro. Da bambino se ne serviva per tenere acceso il vigilante affetto di sua madre. Non così di suo padre, che invece considerava quel suo agitarsi, "Getue", come diceva in tono dispregiativo, la manifestazione di un infantile cocciutaggine. In quanto a Franz, quella era l'unica reazione capace di tenere a bada il suo irrefrenabile impulso a sottoporre il fratello minore a una qualche angheria - come quella di mangiargli i Plätzchen, i dolci di Natale, e non c'era nascondiglio che li salvasse dalla sua insaziabile golosità - o a tiranneggiarlo.

Abitano da poco nella casa di Mühlbach, è inverno, e i due bambini sono scesi aIl'Ilm. 11 fiume in quel tratto si apre in una pozza poco profonda, dove l'acqua è imprigionata sotto una lastra di ghiaccio. "Guarda se tiene. Se tiene ci giochiamo sopra a birilli!" ordina Franz. Adolf, che i pantaloni di lana spessi e informi e gli zoccoli rendono ancor più impacciato, esita. "Vai tu!" prova a difendersi. "Tu sei più leggero!" replica Franz, con una voce che non ammette obiezioni. Adolf si lascia scivolare sulla riva coperta di neve, allunga un piede e saggia il ghiaccio. Tiene. Allora, più deciso, poggia anche l'altro. Si volta a guardare il fratello, ma in quel momento il ghiaccio cede. Franz accorre a tendergli una mano, ma appena Adolf è fuori, inzuppato, tremante, livido di freddo, subito lo minaccia: "Adesso non farti venire una 'crisi'!" - così la madre chiamava le reazioni di Adolf- e aggiunge in tono esplicito: "Guai a te se dici qualcosa!".
La crisi non venne e quanto alla minaccia era più che superflua: la lealtà di Adolf verso il fratello era incondizionata. Quella volta, infatti, Adolf si prese, oltre alla bronchite, anche un castigo, senza per questo accusare Franz.

© 2004 Giangiacomo Feltrinelli Editore

biografia dell'autrice
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Silvia Di Natale è nata a Genova e si è trasferita nel 1975 in Germania, dove tuttora vive e lavora. Kuraj, il suo romanzo d'esordio, ha avuto importanti riconoscimenti (Premio Bagutta Opera prima e Premio Donna Città di Roma, 2000) ed è stato tradotto in tutti i paesi europei.




27 febbraio 2004