NARRATIVA STRANIERA

Juan Chabás
Porto d'ombra

"Lei prese i garofani con entrambe le mani, raccogliendo nel grembo il mazzolino quasi disfatto, ancora bagnato. Volle che lui stesso lo odorasse sulla sua gonna. La fragranza dei garofani si confondeva con i profumi della toilette insieme all'alito ancora umido di sapone, tiepido di sangue pulsante, delle sue braccia nude e trasparenti sotto la seta finissima della mantellina color cotogna. E Adolfo dovette subito allontanare la testa da quella delizia intima e alzare gli occhi per guardare quelli di sua zia, umidamente dolci per aver pianto. Lei gli mise una mano sul capo e gli accarezzò i capelli delicatamente fermandosi sulla nuca e attraendolo con dolcezza fino alla sua bocca, che si aprì sulla sua fronte con una pressione lenta e tremante".

Un romanzo scritto a 26 anni alla maniera della prosa di avanguardia del primi decenni del ‘900, una narrazione a volte discontinua, fatta di slanci e arresti, e tuttavia con un esito complessivo davvero sorprendente per freschezza stilistica e poetica. Sette brevi capitoli divisi da un Intermezzo che delimita anche un passaggio di linea, dall'elegiaco al misterioso, dall'evocazione manieristica, quasi proustiana, alla dolenza crepuscolare tipica della poesia italiana di quel periodo che ben poco ha a che vedere con la formazione culturale di Chabás. Un passaggio anche tra la luce radiosa dell'infanzia e le ombre vespertine della maturità di un personaggio, Adolfo Aprile, rampollo di famiglia agiata, tra estati a Bellagio, viaggi a Roma, Genova, Portofino. In filigrana due donne prevalgono su altre, la compagna di giochi Liliana e la zia Juliette, due amori idealizzati, sempre sull'orlo di un'evoluzione torrida che arricchiscono l'infanzia e l'adolescenza di Adolfo di slanci visionari, di proiezioni liriche e fantastiche su una natura, soprattutto nei primi quattro capitoli, sfolgorante di colori e fragrante di profumi che lo fa urlare: "Lo vedete? Anch'io sono felice, fortunato e libero!". Ma non è così, la fragilità delle persone troppo sensibili, troppo indifese e ignare che gli eccessi di entusiasmo si scontano a usura, tramuta la bellezza in dolore e in cattivi presagi. Come nell'episodio dello specchio sfuggitogli dalle mani, un incidente banale diventato nel tempo paradigma delle disillusioni, che introduce Adolfo alla pratica di rapportare il disincanto con i frammenti delle proprie riflessioni. "Persino quella mattina, seduto sulla riva del mare, tutti i suoi ricordi erano pezzi di quello specchio, che lui raccoglieva guardandosi in ciascuno senza poter trovare il suo vero volto".
Siamo nel 1916, la fine di un'Epoca, l'epoca bella anche in Italia, non solo a Parigi dove questa definizione assume contorni sfarzosi. Anche la spensierata esistenza di Adolfo Aprile muta registro, deve andare in guerra, viene ferito, il resoconto è dato nell'Intermezzo con l'espediente surrealista del sogno. Al risveglio il mondo è cambiato, c'è ancora il mare, la brezza, i colori, i profumi, ma su tutto avanza l'ombra della sera. L'amore per Liliana, tanto idealizzato, ha avuto un risvolto carnale pieno di scontento, Adolfo vira poi tra le braccia di una ballerina, Adelaide, l'antica innocenza sembra perduta per sempre. Ne restano frammenti nell'immagine delicata della zia Juliette, resta nell'aria il suo profumo, il suo "dormire sulla soglia del sogno", ma è di breve durata, la morte è in agguato: "All'improvviso, senza che Adolfo Aprile potesse evitarlo, arrivò l'ombra muta e invisibile"; e con essa l'ultima constatazione: "Siamo arrivati tardi... Ora... Sempre", un destino comune a tutti gli uomini, non essere mai a tempo, essere sempre in ritardo con la felicità.
Juan Chabás ritratto in una fotografia con Garcìa Lorca, Alberti, Guillén, sembra un intruso nel gruppo dei poeti della Generazione del ‘27; viziato dalle donne, stregate dalla sua bellezza, non lo fu altrettanto dalla critica che lo sottovalutò, dimenticandolo. Arriva più che mai opportuna la riscoperta che dobbiamo all'ispanista Gabriele Morelli, non nuovo a ripescaggi di questa entità, il quale con la complicità di Vanna Massarotti Piazza, editore illuminato, ha permesso a questo romanzo di uscire dall'ombra in una splendida e misurata traduzione.

Porto d'ombra di Juan Chabás
Traduzione di Gabriele Morelli
Pag. 152, Euro 14,00 - Viennepierre Edizioni (Collana La bella brezza)
ISBN: 88-86414-71-4

Le prime righe

Chiuse gli occhi. Poi lentamente sollevò le braccia e, avvicinando le mani al viso, palpò lievemente con le dita le palpebre abbassate. Era seduto in riva al mare su una sedia a dondolo, con i piedi su un piccolo sgabello. Un grande ulivo, che era a lato, gli faceva ampia ombra e frangeva tremolando l'armonia del venticello con il sussurro tenue delle foglie inquiete. Tutte le mattine si svegliava agitato dall'ansia di giungere a quel luogo ombroso del suo riposo. Lui avrebbe voluto contenerla, prolungare il sonno ancora di un'altra ora; ma dalle persiane della finestra entrava un raggio di sole fino al suo letto, e non poteva più tenere chiusi gli occhi; era inutile anche chiudere la finestra. Giacché la stanza da letto era ormai invasa dalla fragranza delle rose del giardino, dall'odore fresco dell'erba, e si udivano già i chicchirichì dei galli e il cinguettio dei passeri, che proprio davanti alla finestra, tra le fronde dell'eucalipto, animavano il giorno scandendo di rumori il suo ultimo dormiveglia.

© 2004 Edizioni Viennepierre


L'autore

Juan Chabás (Denia, Alicante 1900 – La Habana 1954) dal '19 al '22 comincia a collaborare alle principali riviste d'avanguardia spagnole. Nel '24 vince una borsa di studio per insegnare in Italia, nel '26 viene espulso per critiche al regime fascista. Nel '27 fa parte del gruppo di poeti che commemora il tricentenario della morte di Góngora, ma sta abbandonando i versi per dedicarsi alla prosa. Puerto de sombra esce nel '28, Agor sin fin nel '30. Con lo scoppio della Guerra Civile diventa militante di sinistra. Con la salita al potere di Franco lascia la Spagna e comincia a peregrinare in vari Paesi. Si spegne a Cuba completamente dimenticato.


Di Alvaro Strada


27 febbraio 2004