MUSICA E DINTORNI

Flavio Testi
La Parigi musicale del primo Novecento

“La signora D. (Debussy), una giovane donna molto graziosa, moglie di un eminente compositore di musica considerato come il capo della giovane scuola e del quale un’opera è stata recentemente molto applaudita in un teatro sovvenzionato, ha tentato in questi giorni di togliersi la vita sparandosi all’inguine. Lo stato della donna ferita, che era stata trasportata in una clinica della rue Blomet, è oggi rassicurante. L’infelice aveva voluto morire avendo appreso che il marito la tradiva. Il compositore non si è riconciliato, a quanto sembra, con la sua giovane moglie e viene annunciato il suo prossimo divorzio. Il signor D. si risposerebbe con la signora B., la giovane moglie divorziata di un noto finanziere” (Le Figaro, 4 novembre 1904).

Ci eravamo abituati da troppo tempo a ritenere che il “nuovo” venisse da Parigi, si era trattato di una vera dittatura del gusto che perdurava fino a ieri. Dalla cucina al romanzo, avevamo appreso a deglutire con il sorriso sulle labbra qualunque immondizia purché sull’etichetta ci fosse scritto “nouveau”. In ambito musicale, come ci riferisce Flavio Testi documenti alla mano, il primo Novecento francese è stato prodigo di talenti; si può dire che la musica colta moderna (ammesso che si possa ancora chiamare musica, il termine “sonorità” è forse più appropriato) nasca qui, soprattutto con Debussy e con certi suoi preconcetti sia nei riguardi della scuola italiana (da Rossini a Verdi) sia tedesca (Wagner su tutti; salvava, bontà sua, Bach): nessun preconcetto dimostrò invece nel frequentare ricchissimi finanziatori che fecero di lui il “fenomeno” della modernità. Come dire: quando il “nouveau” viene consacrato dai soldi. Pelléas et Mélisande è l’opera che rompe con la tradizione, anzi respinge radicalmente ogni modello, se si eccettua il Boris di Musorgskij, a sua volta opera senza modelli, composta da un musicista dilettante ma, almeno lui, con un grande senso del teatro. Al seguito di Debussy si affacceranno Ravel, Satie, Stravinskij e qualche nome di contorno, tuttavia nell’insieme una “rivoluzione” inspiegabile, o mai spiegata, un salto mortale dentro la storia dell’arte musicale che ormai nessuno oserebbe minimizzare, ma il cui successo restava un mistero, in piena Belle Epoque, in pieno edonismo. La musica colta che i parigini andavano a sentire, accalcandosi nei teatri, dopotutto era ancora o tedesca o italiana; Sonzogno nel 1905 porterà Caruso, la Tetrazzini, Titta Ruffo a cantare il repertorio verista con un seguito di pubblico travolgente. Lo stesso successo ottenuto dai Balletti di Diaghilev che in quegli anni facevano conoscere un’altra tradizione musicale, quella russa appunto.
Leggendo i documenti che Flavio Testi mette a disposizione, appare evidente come Debussy fosse un fenomeno artificiale, creato, ma bisognerebbe dire imposto, da Gabriel Astruc, un ricco ebreo che fondò nel 1904 La Société Musical per promuovere alcuni compositori contemporanei; al suo fianco la contessa Greffulhe (la Guermantes di Proust), ma anche un codazzo di snob (s-ine nob-ilitate) come il gruppo dei cosiddetti Apaches che faceva capo a Maurice Ravel, il quale più di altri aveva un grande desiderio di stupire, arrivando a malapena a far sbadigliare chi di musica se ne intendeva: i suoi cinque tentativi falliti di aggiudicarsi il Prix de Rome la dicono lunga sulla considerazione che di lui avevano i musicisti del suo tempo; eppure nella giuria vi erano personalità che giuravano di ammirarlo, come Massenet e Fauré.
Che cosa si vuole affermare, dunque? Che il libro di Flavio Testi contenga un benemerito saggio revisionista sulla nascita della musica-sonorità, i cui epigoni tuttora affliggono i cultori, sia pure retrogradi, dell’armonia e del bel canto? Non proprio, Testi è egli stesso un compositore della modernità, e non potrebbe tradire le proprie radici, ma fornendoci le lettere, gli articoli, i diari, sottopone al lettore i retroscena che i libri di critica e storia della musica ignorano o danno per scontati, dove tra l’altro il materiale è sempre esposto a favore di una tesi; per tutto il ‘900 la tesi è stata: “Non importa se il pubblico continua a preferire Traviata e Bohème, noi musicologi diciamo che Péllease et Mélisande, anche se riduce le platee a macchia di leopardo, va imposta nonostante l’ascolto sia di una noia mortale”. Quando venne chiesto a Richard Strauss e a Rimski-Korsakov cosa ne pensassero del Pélleas di Debussy diedero giudizi tremendi, persino esageratamente negativi. Oggi non ci si pone nemmeno il problema di comprendere i famosi “silenzi” dell’opera di Debussy, siamo abituati ad accettare ben altro dai sovrintendenti “sine nobilitate” e anzi, la battuta che corre è che in certe serate la differenza tra concerto e sconcerto non faccia più notizia.
Flavio Testi con questo libro potrebbe aprire una nuova stagione della storiografia musicale, con rilievi sicuramente più credibili riguardo l’esaltazione del “nouveau” accettato a scatola chiusa per ragioni snobistiche. Proust, che ben conosceva gli snob, diceva che “si consolavano di essere degli imbecilli con l’illusione di essere dei precursori”.

La Parigi musicale del primo Novecento (cronache e documenti) di Flavio Testi
Pag. 433, Euro 18,00 – Editore EDT (Biblioteca di cultura musicale – Improvvisi - 19)
ISBN 88-7063-693-3

Le prime righe

Parigi al passaggio di secolo

Stiamo entrando nel ventesimo secolo e la Francia vive un clima oltremodo febbrile, vivace ed esaltante. Sono gli anni che conducono al culmine la potenza di una nazione dove progresso scientifico e materiale, sensibilità artistica e culturale, educazione civica e morale si fondono felicemente con originalità e concretezza di risultati. Sono gli anni della grande euforia, dei solidi successi e delle soddisfazioni motivate. Sono gli anni dell’affaire Dreyfus, il famoso caso giudiziario che, diventato fatto politico, spacca in due la nazione segnando, per la prima volta nella storia, l’ingresso in campo degli intellettuali. È uno scontro che contrappone avanguardia a conservazione per affermare, di fronte alla ragion di stato, le più forti ragioni della verità e della giustizia. È uno scontro che avrà risonanza enorme al di là delle frontiere e porrà ancora una volta la Francia al centro della vita intellettuale e spirituale dell’Europa.
In questa Francia estremamente viva se pur contraddittoria, in questa Francia ferita, audace, misera, violenta e al tempo stesso ricca non meno che superba, Parigi rimane sempre l’emancipazione e il sogno, la continuità d’una festa, la macchina elettrizzante che infonde carica, nervosismo, eccitazione e fuoco, la bella capitale, la più bella di tutte, piena di aria, luce e spazio, la capitale haussmanniana, grandiosa, imperiale e alla fine teatrale, dove il boulevard resta il palcoscenico sul quale recitare, attraverso i negozi e i caffè, e sul quale affacciarsi, un palcoscenico fatto soprattutto dai giuochi prospettici delle strade concentriche e dalle lunghe quinte, uniformi e maestose, quasi una lunga serie di barcacce per l’alta borghesia da cui ammirare la coméa’ie quotidiana e 1’ opéra solenne delle celebrazioni.
È naturale, è ovvio che il suo fascino rimanga irresistibile e non conosca declino. Anzi. Se i piaceri della capitale non sono molto cambiati dalla nascita della Repubblica, sono il lusso e i suoi commerci a conoscere ora una prosperità mai vista. Così è per i luoghi di questo lusso e di questi commerci: le promenades, per esempio, più o meno sono sempre le stesse, ma è l’eleganza ora a essere diversa.

© 2003 EDT srl Edizioni


L'autore

Flavio Testi è compositore di musica sinfonica, sinfonico corale, cameristica e soprattutto teatrale. Traduttore di libretti d’opera (Poulenc, Prokof’ev, Sauguet, ecc.) è inoltre autore di libri su Medio Evo, Rinascimento e Seicento de La musica italiana da Sant’Ambrogio a noi.


Di Alvaro Strada


20 febbraio 2004