La biografia


Angela Vallvey
Lezioni di felicità

"Le batte il cuore, e di questo non c'è da stupirsi, naturalmente, ma la innervosisce poter contare le pulsazioni tanto facilmente, senza sforzo e senza bisogno di tastarsi il polso. Chiunque potrebbe contarle, stanno risuonando in tutta la casa, un frastuono di tamburi non sincronizzati. Sicuramente anche Ulises sta contando le sue pulsazioni e sa che vanno troppo veloci, come se si affrettassero per finire al più presto quello che va fatto, in modo che il suo corpo funzioni e lei non diventi di colpo un altro involucro vuoto."

Spumeggiante e spiritoso come un romanzo leggero, Lezioni di felicità sa anche entrare in profondità nel complesso universo del cuore umano, e il suo equilibrato dosaggio ha avuto un importante riconoscimento con l'assegnazione del premio Nadal, uno dei più ricchi e prestigiosi del Palmarés spagnolo. Questo equilibrio si sostiene anche grazie alla rivisitazione in chiave contemporanea della cultura classica, un patrimonio a cui l'autrice attinge con la disinvoltura che le viene dalla sua laurea in filosofia. La Vellvey, quarantenne, aveva già pubblicato in Italia A caccia dell'ultimo uomo selvaggio, che aveva le stesse caratteristiche di satira intelligente ma non cinica, anzi pronta a commuoversi sulla strenua vocazione, soprattutto femminile, alle illusioni.
Al centro del romanzo la famigliola di Ulises, Penelope e Telemaco: ma lo schema omerico è rovesciato, perché è Penelope, donna in carriera, a girare il mondo lasciando a casa Ulises ad occuparsi del bambino. Ma poi si scopre che la fuga di Penelope è stata causata dalle irrefrenabili scappatelle del marito, a dimostrazione che la metamorfosi delle coordinate sociali ha cambiato soltanto la gestione, non la dinamica dei sentimenti. Anche la cornice del romanzo ribadisce questo discorso, presentando situazioni in apparenza determinate da modelli sociali emergenti, ma in realtà espressioni degli eterni conflitti esistenziali: questa cornice è data dall'Accademia, un circolo di autoaiuto creato dal patrigno di Penelope, che riunisce uno stravagante campionario di umanità in cerca di felici soluzioni ai problemi personali e collettivi. Le vicende di questi comprimari s'intrecciano a quelle dei protagonisti seguendo un percorso scandito in tre diverse parti, i cui titoli rappresentano appunto la "lezione di felicità" dell'autrice: "Ciò che rappresentiamo", "Ciò che abbiamo", "Ciò che siamo".

Lezioni di felicità di Angela Vallvey
Titolo originale: Los estados carenciales
Traduzione di Roberta Bovaia
308 pag., Euro 14,50 - Editore Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN: 88-8246-600-0

Di Daniela Pizzagalli

le prime pagine
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Ulises arriva all'Accademia

« L'uomo saggio non persegue ciò che è piacevole, ma
l'assenza di dolore. »
ARISTOTELE, Etica nicomachea

Ci sono cose che è meglio non sapere e altre che è meglio non dimenticare. Questo pensò quando tutto fu finito, ammesso che certe cose finiscano.
Ma prima dell'epilogo, in quella sera ormai buia di settembre in cui una parte del suo destino cominciava a forgiarsi, Ulises Acaty non rifletteva sulla memoria o sull'oblio. Aveva quasi trentasette anni e un figlio piccolo. Era solo con il bambino e i debiti, e preferiva tenere la mente occupata con altri argomenti meno astratti.
Il cielo si preparava ad accogliere i mesi più freddi dell'anno, indifferente alle passioni umane, come sempre. La barocca Plaza Mayor della Madrid asburgica, chiamata in passato Plaza del Arrabal o de la Constitución, offriva un aspetto decadente sotto il sole vellutato e moribondo del crepuscolo. In quello stesso spazio urbano, in altri tempi, si erano dati appuntamento mendicanti e cavalieri, picari e magistrati, nobili dame dalla pelle incipriata e sporche serve dagli abiti logori, in occasione di eventi e festeggiamenti di massa che andavano dalle nozze reali agli autodafé, dalle processioni alle esecuzioni pubbliche. Adesso, la statua di Filippo in era circondata da una non molto diversa e pittoresca folla. Turisti, poveri bisognosi senza un tetto né un pavimento, disoccupati di lunga data, perdigiorno che bighellonavano davanti alle vetrine dall'aria ammuffita dei negozi sotto i portici, manager, immigrati, adolescenti svampiti, casalinghe, terroristi.
Guardò con piacere la facciata della Casa de la Panadería e si disse che probabilmente le cose non erano cambiate granché dai tempi di Juan de Herrera. Anche se, questo sì, la vita era diventata molto più cara.

PRIMA PARTE

Ciò che rappresentiamo

Ulises affrettò il passo, ma faticava a tenere un buon ritmo perché doveva spingere il passeggino con il bambino dentro.
« Lo chiameremo Telémaco » aveva detto sua moglie, senza esitazioni né imbarazzi di sorta, quando il bambino era nato segnando l'inizio della fine dei bei tempi. « Non è un nome banale. Lo sai che detesto la banalità. E non è neanche fuori luogo, dal momento che tu ti chiami Ulises e io Penélope. » Ulises sorrise rassicurante a Telémaco, vedendo dall'alto il suo allegro sorriso semisdentato che cercava di specchiarsì in quello del padre, e schivò per un pelo una giovane donna che camminava di fretta in un paio di scarpe con la punta stretta e il tacco alto, stringendosi al petto il bavero dell'impermeabile grigio.
In quell'istante il nostro uomo non immaginava nemmeno che presto qualcuno potesse morire di morte violenta — schizzando sangue in vari modi su quanti avessero assistito, stupiti e increduli, alla tragedia, compreso lo stesso Ulises — o non morire perché era in suo potere evitare la disgrazia. No, Ulises non sospettava niente del genere. Si limitava a camminare, spingendo con decisione il passeggino in cui suo figlio, due anni appena compiuti, sgambettava divertito, come se avesse appena scoperto che quella era la sua sacra missione e nulla al mondo gli poteva impedire di portarla a termine. Telémaco era fortunato: il ritratto vivente dell'assenza di dolore. Ulises guardò l'orologio. Sarebbe arrivato tardi alla riunione, e Vili, il suocero, gli avrebbe rivolto quello sguardo un po' da maniaco con cui fulminava le persone quando voleva rimproverarle senza darlo a vedere.
A dire il vero non aveva nessuna voglia di andare all'Accademia di don Viliulfo Alberola — da tutti conosciuto come Vili — e neanche di sorbirsi ancora, nemmeno per un minuto, i suoi Dialoghi socratici sulla felicità, ma quando gli aveva ventilato che gli sembrava giunto il momento di abbandonare le riunioni (accidenti, era una vera scocciatura uscire di casa a quell'ora, proprio quando avrebbe dovuto occuparsi del bucato e della cena del bambino!) Vili lo aveva minacciato velatamente e, benché Ulises non fosse il tipo da lasciarsi intimidire con facilità, aveva preferito non scatenare le sue ire e continuare a frequentare gli appuntamenti settimanali dove un manipolo di bislacchi seguiva il dottore con fervore settario.
Sospettava che Vili volesse tenerlo d'occhio, in un certo senso. E che desiderasse vedere Telémaco regolarmente. Si poteva considerare il nonno del piccolo, benché in realtà fosse solo il marito della nonna materna. Voleva un gran bene al bambino, su questo non c'erano dubbi.
D'altro canto, lui aveva la sensazione che il vecchio Vili fosse sempre meno sereno riguardo alla propria vita privata. Ulises credeva di sapere a cosa fosse dovuto quel frequente stress: gli insegnamenti che impartiva servivano ben poco al pover'uomo, dal momento che non sapeva applicarli con rigore a se stesso o almeno alle questioni riguardanti la sua infernale relazione coniugale.

© 2004 Edizioni Ugo Guanda

biografia dell'autore
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Angela Vallvey è nata a San Lorenzo, Ciudad Real, nel 1964 e attualmente vive a Ginevra. Oltre a numerosi libri per ragazzi e tre raccolte di poesie, ha pubblicato i romanzi A caccia dell'ultimo uomo selvaggio e Vias de extinción. Lezioni di felicità ha vinto il Premio Nadai 2002.




13 febbraio 2004