IL MONDO MODERNO

Pietro Suber
Inviato di guerra
Verità e menzogne


Ogni retorica è abolita da questo saggio biografico di Suber, anzi l'autore sembra voler compiere una vera opera disvelatrice di ogni falsità che spesso la propaganda di guerra e il sistema della comunicazione mediatica hanno prodotto. I nomi più noti dei giornalisti delle principali testate occidentali spesso scrivono i loro servizi, ben protetti, nelle loro camere d'albergo: chi, meno noto e autorevole, ha messo in piazza tale discutibile metodo ha spesso subito le ire dei direttori dei giornali e ha visto la sua carriera compromessa. C'è invece chi, spesso giovane, sempre molto motivato, considera la propria professione di giornalista più importante della sicurezza e delle precauzioni necessarie per muoversi in un terreno pericoloso. Affronta così ogni sacrificio, ogni rischio per comunicare al mondo ciò che emotivamente vede, dare testimonianza diretta, farsi un'idea personale dei fatti e non essere semplicemente portavoce della linea politica dominante nel proprio Paese. C'è anche chi rischia la vita e la perde: bellissime, intense e dolorose, le pagine che ricordano l‘imboscata subita da un gruppo di giornalisti in Afghanistan, l'emozione di chi ha visto partire i colleghi e poi ne rivede i corpi martoriati.
Chi fa con serietà il proprio lavoro non può esimersi dal vivere in territorio di guerra tra mille difficoltà e mille scomodità, freddo, fame, alloggi improbabili, spostamenti difficoltosi e pericolo sempre incombente: corrompere i funzionari locali è una pratica necessaria per sopravvivere e per spostarsi, così come è necessaria la solidarietà con i colleghi, soprattutto con quelli che non sono privilegiati dal nome di una testata famosa che suscita timore e riverenza (la CNN ad esempio).
Un libro utile, oltre che interessante, che ci permette di osservare i tanti reportage con occhio maggiormente critico, che suscita grande ammirazione verso alcuni giornalisti e preoccupazione altrettanto grande per un sistema mediatico certamente drogato dalla propaganda di chi detiene un potere che ha ormai dimensioni mondiali.

Inviato di guerra. Verità e menzogne di Pietro Suber
XI-201 pag., ill., Euro 14,00 - Editore Laterza (I Robinson)
SBN: 88-420-7104-8

Le prime righe

Introduzione

Roma, ore nove di mattina. Davanti al vetro della portineria dell'ambasciata del Kuwait si è formata la fila in attesa del visto per il principato arabo, porta d'accesso per l'Iraq del dopo-Saddam. Nella saletta d'attesa, piena di fotografi e giornalisti, fa molto caldo. Immerso nella lettura di un giornale intravedo una vecchia conoscenza della guerra in Kosovo, un inviato di punta di una delle maggiori testate italiane. L'esordio è mozzafiato: «Ah... ecco un altro poveretto pronto per l'ennesima marchetta », dice apostrofando il sottoscritto. Il riferimento non troppo sottile è al viaggio organizzato dallo Stato Maggiore dell'esercito per seguire il primo battaglione del contingente militare italiano inviato nella zona di Nassiriya, Sud dell'Iraq. Viaggio, vitto e alloggio gratis per coloro che vogliono seguire da vicino l'avvio dell'operazione; soltanto il passaggio aereo, anche quello a sbafo, per tutti gli altri.
«Già mi immagino la rottura di scatole... con i portaborse del ministero che ci chiederanno un giorno sì e l'altro pure interviste sul sesso degli angeli a comandanti e generali. Ma sai che ti dico — fa il collega alzando il tono della voce —, io in Iraq ci vado solo per rifarmi la macchina. Tiro su un po' di soldi e chi se ne frega di tutto il resto».

Solo un esempio di cinismo portato all'eccesso, una delle tante distorsioni di un mondo, quello degli inviati di guerra, che, dietro la mitologia degli eroi impavidi che raccontano la loro verità sulle tragedie umane, nasconde pregi e meschinità sin troppo comuni.

© 2004 Edizioni Gius. Laterza & Figli


L'autore

Pietro Suber è alTg5 dal 1992. Nel ‘99 ha seguito la guerra in Kosovo per la trasmissione "Moby Dick" di Michele Santoro e ha realizzato numerosi reportage in giro per il mondo. Dopo l'11 settembre del 2001 ha trascorso tre mesi in Afghanistan come inviato durante l'offensiva angloamericana contro il regime talebano. Ha vinto il "Premio Ilaria Alpi" nel 2002 con un reportage sui Buddha di Bamiyan. Nel corso dell'ultimo conflitto in Iraq ha seguito dal Kurdistan il fronte nord.


Di Grazia Casagrande


13 febbraio 2004