La biografia


Andrea Di Robilant
Un amore veneziano
Un giovane aristocratico, un'avventurosa ragazza inglese, una storia vera

"Hanno proposto a mia madre un matrimonio tra me e un cavaliere romano molto ricco. Che cosa terribile, Memmo. Non ne sei un po' geloso? E se davvero fosse così amabile come me lo dipingono. E se mia madre lo volesse… Non posso continuare, neppure per scherzo. Sono tutta tua, mio caro, e tu sei tutto per me."

Una grande storia d'amore, un tuffo nell'Europa del ‘700. Il giornalista Andrea di Robilant, in Un amore veneziano ricostruisce con rigore documentario e brio narrativo travolgenti avventure realmente accadute, nella seconda metà del ‘700, a due innamorati separati dalle convenzioni sociali ma disposti a tutto pur di stare insieme: il nobile veneziano Andrea Memmo e la giovane angloveneziana Giustiniana Wynne. La vicenda era già venuta alla luce, sia per gli accenni contenuti nelle memorie di Giacomo Casanova, amico non disinteressato della coppia, sia per la pubblicazione di alcune lettere di Giustiniana, ma Andrea di Robilant, grazie a un nutrito pacco di lettere trovato da suo padre nel palazzo di famiglia, ha potuto arricchire e completare la storia, dando voce all'altro protagonista, Andrea Memmo. I due s'incontrarono a Venezia nel 1753 a casa del console inglese, e fu amore a prima vista, ma reso impossibile dalla vita chiacchierata della madre di lei, che precludeva il matrimonio della fanciulla con un patrizio destinato a un'importante carriera politica. Gli ostacoli ispirarono alla fantasia dei due amanti i più arditi sotterfugi per continuare a incontrarsi. I ridotti dei teatri, i palazzi degli amici compiacenti, stanzette d'affitto in isolati campielli: nelle lettere si delinea il volto notturno e ambiguo di una città che dietro la splendida facciata nasconde le crepe della decadenza. Perseguitata dalle maldicenze, la madre di Giustiniana fugge con la famiglia attraverso l'Europa. Da Parigi e da Londra Giustiniana, in cerca di un marito vecchio e facoltoso che le permetta finalmente di sistemarsi, scrive a Memmo, chiamato ora con tenera ambivalenza "cher frère", intelligenti e vivaci cronache che rivelano un indubbio talento letterario. Talento che metterà a frutto nell'ultima parte della sua vita quando, vedova di un aristocratico austriaco, pubblicherà con successo prose saggistiche e narrative. Questo libro avvincente e piacevolissimo ha avuto una grottesca avventura editoriale, in quanto ha dovuto essere pubblicato in inglese prima di interessare il mercato italiano: l'esterofilia dei nostri editori raggiunge vertici di ridicolo.

Un amore veneziano. Un giovane aristocratico, un'avventurosa ragazza inglese, una storia vera di Andrea Di Robilant
Titolo originale: A Venetian Affair
Traduzione di A. Mattirolo
306 pag, Euro 18,00 - Edizioni Mondadori
ISBN: 88-04-52243-7

Di Daniela Pizzagalli

le prime pagine
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PROLOGO

Anni fa mio padre portò a casa una scatola piena di vecchie lettere che il tempo e l'umidità avevano reso a malapena leggibili. Disse che le aveva trovate nella soffitta dell'antico palazzo sul Canal Grande dov'era cresciuto da bambino, negli anni Venti. Palazzo Mocenigo era un luogo familiare del mio immaginario. Tante volte mio padre aveva incantato noi fratelli con le storie della sua infanzia dorata - c'erano sempre gite in gondola, eleganti merende nei palazzi veneziani e grandi picnic al Lido mentre, sullo sfondo, gli adulti sorseggiavano champagne, si vestivano in maschera e ballavano il charleston. Infinitamente più malinconico era il racconto di come quella vita lussuosa e stravagante dei miei nonni cominciò presto a logorarsi. Già nei primi anni Trenta avidi mercanti d'arte presero a visitare il palazzo sempre più di frequente. Presto comparvero le prime ombre lasciate sui muri dai quadri venduti. Antichi mobili di famiglia furono portati via. Perfino i vecchi stendardi sbrindellati e le spade arrugginite che i nostri prodi antenati avevano strappato ai turchi furono messi all'incanto. Alla fine mio nonno vendette anche il palazzo, un piano alla volta. Mio padre ne rimase profondamente ferito. Non ebbe più occasione di tornare a vivere a Venezia, ma non smise mai di rincorrere il passato che lo legava a quella città, facendo pellegrinaggi nostalgici nei luoghi della sua infanzia, e soprattutto in quel grande e antico palazzo che non ci apparteneva più da tanti anni.
La famiglia di Robilant in realtà è di origine piemontese. Il legame con Venezia risale alla fine dell'Ottocento, quando il mio austero bisnonno di Torino, Edmondo di Robilant, sposò Valentina Mocenigo, una delle ultime grandes dames veneziane, che alcuni miei parenti ancora ricordano per la sua lingua tagliente e gli occhi nerissimi. La famiglia Mocenigo era stata tra le più importanti di Venezia. «Diede sette dogi alla Repubblica», ci ripeteva mio padre con orgoglio. I giorni gloriosi della Serenissima erano finiti da tempo quando i miei bisnonni si sposarono, ma gli ultimi Mocenigo possedevano ancora palazzi affrescati, tesori artistici e immensi fondi agricoli in terraferma. Il nonno Andy non aveva ancora vent'anni quando ereditò quella vasta fortuna e subito cominciò a dilapidarla.
Mio padre, cresciuto a palazzo Mocenigo, si era sempre sentito più vicino ai suoi antenati veneziani che non a quelli piemontesi. Quella scatola piena di lettere era per lui un tesoro miracolosamente scampato alla dissolutezza di mio nonno. Ricordo bene il suo sorriso sornione quando la sistemò in bella mostra sul tavolo da pranzo della nostra casa in Toscana, pregustando il piacere di rovistare tra quelle vecchie carte polverose. Le lettere erano piuttosto malandate, segnate da macchie di cera e tracce violacee che a noi sembravano di vino. Ma già al primo colpo d'occhio ci parvero diverse dai soliti inventari e conti di casa che spuntavano ogni tanto in qualche anfratto dimenticato di palazzo Mocenigo. Le aprimmo una alla volta, attenti a non provocare altri danni, e scoprimmo che si trattava di bellissime lettere d'amore. Risalivano alla metà del Settecento. Alcune erano coperte da geroglifici illeggibili che le rendevano ancora più misteriose. Trascorremmo un piovoso fine settimana a decifrare il codice dei due amanti e a dare un senso ai primi frammenti che eravamo riusciti a leggere. Ci sentivamo degli intrusi che violavano segreti sepolti tanto tempo prima. Ma andammo avanti lo stesso, perché il fascino di quelle carte era diventato irresistibile.
Tornai a Roma, dove lavoravo nella redazione del quotidiano «La Stampa», mentre mio padre si prese il compito di decifrare e trascrivere l'intero fascio di lettere (circa un centinaio). Erano scritte da un nostro antenato, Andrea Memmo, erede di una delle più antiche famiglie di Venezia, a Giustiniana Wynne, una bella ragazza anglo-veneziana, intelligente e piena di spirito, ma segnata da una nascita illegittima. Raccontavano una tormentata passione romantica, molto diversa dall'amore lieve e galante così tipico del Settecento. Era anche evidente che si trattava di un amore clandestino: tutti quei puntini, quei cerchietti, quelle minuscole figure geometriche sparse per le pagine erano la testimonianza grafica del loro timore che le lettere cadessero nelle mani sbagliate.

© 2003 Edizioni Arnoldo Mondadori

biografia dell'autore
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Andrea Di Robilant (Roma 1957) si è laureato alla Columbia University. Giornalista, è stato corrispondente dagli Stati Uniti per La Repubblica e La Stampa.




6 febbraio 2004