NARRATIVA STRANIERA

Javier Marías
Il tuo volto domani
Vol. 1: Febbre e lancia

"Io sono il fiume, sono il fiume e pertanto un filo di continuità fra vivi e morti uguale ai racconti che ci parlano di notte, rassomiglio ai tempi e anche ai fatti, sono il fiume. Però il fiume è il fiume. E niente di più."

Questo primo volume di Il tuo volto domani è diviso in due grandi sezioni: "Febbre" e "Lancia", due termini duri che indicano alterazione e violenza. Protagonista è Jacques Deza, che potrà essere chiamato anche Jacobo, Jaime, Santiago, Diego o Yago, un uomo che possiede la strana virtù di "vedere" le persone, cioè di prevedere ciò di cui sono capaci e di conoscere oggi il loro volto di domani. Con il dono di interpretare le vite altrui Deza partecipa, mentre si trova in Inghilterra per rimanere lontano dalla moglie da cui si sta separando, a una festa a casa del professor Peter Wheeler (già noto ai lettori come personaggio di Tutte le anime). È spinto poi, dalla conversazione con il professore, a riprendere nella notte e nella mattina successiva, alcune letture che rievocano il passato, la guerra civile spagnola e la seconda guerra mondiale, ma anche un noto romanzo di Fleming, Dalla Russia con amore, a cui stranamente si fa allusione nell'annotazione di un volume. Da ciò si intrecciano nella mente di Deza riflessioni, congetture, analisi e ricordi, e in particolare la storia del padre, storia che introduce uno dei temi cardine del libro: la delazione e il tradimento. Entrano poi in scena i MI5 e MI6, servizi segreti inglesi creati più di mezzo secolo prima, durante la Seconda guerra mondiale, e ora riapparsi perché alla ricerca di individui in possesso del drammatico dono di Deza. Anche l'attualità entra nella riflessione di Marías: il Colpo di Stato contro Chávez in Venezuela, o l'attacco alle Torri Gemelle: tutto ciò che accade, il passato e il presente, necessita di parole per raccontarlo. Anche se "è incredibile come rapidamente le parole, pronunciate o scritte, lievi o gravi, tutte, insignificanti o con significato, si smarriscano e diventino lontane e rimangano indietro. Per questo dobbiamo ripetere, eternamente e spropositatamente dobbiamo ripetere…" . Questa dichiarazione appare in fondo una definizione di stile: la necessità di ribadire più e più volte, attraverso termini diversi, un unico concetto, un'idea dominante. La trama infatti appare ininfluente, è il fluire del pensiero e delle parole che lo interpretano, il vero senso dello scrivere. E il pensiero che da queste pagine e dalle tante riflessioni di Jacques o del professor Wheeler nasce, è complesso, ricco, coinvolgente, impedisce una lettura superficiale, richiede attenzione, spinge costantemente il lettore a mettersi in gioco.

Il tuo volto domani. Vol. 1: Febbre e lancia di Javier Marías
Titolo originale: Tu rostro mañana. I. Fiebre y lanza
Traduzione di Glauco Felici
372 pag., Euro 18,80 - Editore Einaudi (Supercoralli)
ISBN: 88-06-16573-9

Le prime righe

I
Febbre

Non bisognerebbe raccontare mai niente, né dare dati né tirare in ballo storie né fare in modo che la gente ricordi degli esseri che non sono mai esistiti né hanno mai messo piede su questa terra né attraversato il mondo, o che invece ci sono passati ma erano già in salvo nell'orbo e incerto oblio. Raccontare è quasi sempre un regalo, compreso quando porta e inietta veleno il racconto, è anche un vincolo e un concedere fiducia, e rara è la fiducia che prima o poi non si tradisca, raro il vincolo che non si aggrovigli o non si annodi, e perciò finisca per stringere e si debba tirare di coltello o di lama per reciderlo. Quante delle mie rimangono intatte, delle molte fiducie concesse da chi tanto ha creduto nel suo istinto e non sempre ha fatto attenzione ed è stato ingenuo per troppo tempo? (Sempre meno, sempre meno, ma la diminuzione di tutto questo è molto lenta). Rimangono intatte quelle che ho posto in due amici che ancora le conservano, a fronte di quelle riposte in altri dieci che le hanno perdute o dissipate; quella esigua che diedi a mio padre e quella pudibonda che diedi a mia madre, molto simili se non addirittura la stessa, quella di lei oltretutto non è durata molto, ormai non può defraudarla o soltanto in maniera postuma, se facessi un giorno una brutta scoperta, e smettesse di nascondersi qualcosa di nascosto; non dura quella di mia sorella, e neppure quella di nessuna fidanzata né di nessuna amante né di nessuna moglie passata, presente o immaginaria (è di solito la sorella la prima moglie, la moglie bambina), sembra inevitabile che in quelle relazioni si finisca per usare quello che si sa o si e visto contro l'amato o il coniuge — o chi è risultato essere soltanto momentaneo calore e carne —, chi ha fatto rivelazioni e ha ammesso un testimone per le sue debolezze e per le sue afflizioni e si è prestato a confidenze, o semplicemente ha rammentato sul cuscino distratto ad alta voce senza badare ai rischi, né all'occhio arbitrario che sempre ci guarda né all'orecchio selettivo e sghembo che ci ascolta (molte volte non è affatto grave, un utilizzo soltanto domestico, difensivo e racchiuso, per caricarsi di ragione in un momento di difficoltà dialettica quando si discute a lungo, un uso argomentativo). Arrecare offesa alla fiducia è anche questo: non soltanto essere indiscreto e provocare danno o rovina con ciò, non soltanto fare ricorso a quell'arma illecita quando i venti cambiano e si piglia di mira colui che ha raccontato e ha lasciato vedere — quello che si pente adesso e nega e confonde e intorpidisce adesso, e vorrebbe cancellare e tace —, ma anche trarre vantaggio dalla conoscenza ottenuta per debolezza o distrazione o generosità dell'altro, senza rispettare né tenere in considerazione la via attraverso cui si è arrivati a sapere ciò che si brandisce o si travisa adesso — o è sufficiente averlo enunciato perché ormai lo sfiguri nell'accoglierlo l'aria —: se furono le confessioni di una notte innamorata o di un giorno disperato, di un tramonto di colpa o di un risveglio desolato, o dell'ubriaca loquacità di un'insonnia: una notte o un giorno in cui chi parlava parlava come se non vi fosse futuro al di là di quella notte o di quel giorno e la sua lingua sciolta dovesse morire con loro, ignorando che c'è sempre altro che deve venire, rimane sempre, un po' di più, un minuto, la lancia, un secondo, la febbre, e un altro secondo, il sonno — la lancia, la febbre, il mio dolore e la parola, il sonno —, e anche l'interminabile tempo che neppure esita né rallenta il passo dopo il nostro compimento, e continua ad aggiungere e a parlare, a mormorare e a indagare e a raccontare anche se ormai non ascoltiamo e ci siamo taciuti. Tacere, tacere, è la grande aspirazione che nessuno compie nemmeno dopo morto, e io tanto meno, io che ho raccontato spesso e oltretutto per scritto in rapporti, e ancora di più guardo e ascolto, anche se in cambio non chiedo quasi mai niente. No, io non dovrei raccontare né ascoltare niente, perché non sarà mai nelle mie capacità evitare che si ripeta o si aggravi contro di me, per perdermi, o ancora peggio, che si ripeta o si aggravi contro coloro che io amo, per condannarli.

© 2003 Edizioni Giulio Einaudi


L'autore

Javier Marias è nato a Madrid nel 1951. Della sua opera ricordiamo L'uomo sentimentale (Premio Internazionale Ennio Flaiano), Tutte le anime (Premio Ciudad de Barcelona), Un cuore così bianco (Premio de la Critica, Prix 1'OEil et la Lettre, Impac International Dublin Literary Award), Domani nella battaglia pensa a me (Premio Fastenrath, Premio Internacional Rómulo Gallegos, Premio ArzobispoJuan de San Clemente, Prix Femina Étranger, Premio Internazionale Mondello), Malanimo, Nera schiena del tempo, Selvaggi e sentimentali, Quand'ero mortale.


Di Grazia Casagrande


23 gennaio 2004