La biografia


Adam Williams
Il palazzo dei piaceri celesti

"Le dirò, mia cara, col tempo questo antico celeste impero cadrà e sarà sostituito da una società moderna e attiva, proprio come la nostra. E allora che posto rimarrà per le vecchie superstizioni? Avviciniamo la Cina all'Occidente e la vera religione che illumina e fa muovere tutto il nostro mondo troverà qui il terreno ideale dove crescere."

È inevitabile definire un "romanzone " "Il Palazzo dei Piaceri Celesti" di Adam Williams, ma non in senso riduttivo: il cospicuo numero di pagine (741) infatti non costituisce un ostacolo per il lettore, perché l'avvicendarsi sulla scena di vari protagonisti, i cui rapporti s'intersecano in ben scanditi colpi di scena assicura una tensione costante e l'interesse non viene mai meno. Il fascino del libro è giocato sull'incalzante dinamismo dell'azione: l'autore Adam Williams, di famiglia inglese ma nato e cresciuto ad Hong Kong e ora residente a Pechino, ha scelto di ambientare la trama durante la famigerata rivolta dei Boxer del 1900, quando la decadente dinastia imperiale cinese si affidò a dei fanatici tradizionalisti per scacciare gli stranieri e rifiutare le innovazioni tecnologiche, temendo che introdurre il progresso portasse a snaturare i valori propri di una civiltà millenaria. Lo scontro armato finale è preparato da un progressivo inasprirsi dei conflitti ideologici e morali, rappresentati nel romanzo da due luoghi che diventano simboli di due stili di vita: la missione dove vive con la famiglia il pastore anglicano Airton, che tenta di conciliare gli ideali cristiani con quelli confuciani, ma riuscirà a sopravvivere solo grazie al cinico pragmatismo di un mandarino disposto a ogni compromesso pur di raggiungere i suoi scopi; e il Palazzo dei Piaceri Celesti, raffinato bordello centro di intrighi e perversioni, dove volenti o nolenti tutti i personaggi finiranno per convergere. Non poteva mancare una grande storia d'amore: lei è Helen, appena giunta dall'Inghilterra con tanti sogni esotici, lui è Henry, un ufficiale dal tenebroso passato, predestinati a trovarsi e perdersi ripetutamente, tanto da far pensare, alla conclusione del romanzo, che le loro avventure avranno un seguito.

Il palazzo dei piaceri celesti di Adam Williams
Titolo originale: The Palace of Heavenly Pleasure
Traduzione di Paola Merla
PaG. 741, Euro 19,00 - Edizioni Longanesi (La Gaja scienza n. 705)
ISBN: 88-304-2073-5

Di Daniela Pizzagalli

le prime pagine
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LEGAZIONE BRITANNICA, PECHINO
LUGLIO 1899

I LIBRI di geografia vi diranno che d'estate le tempeste di polvere, sebbene rare, sono di solito violentissime.
Quell'estate fu così.
Forti venti dalla Siberia investirono la conca calda di una pianura della Cina settentrionale resa più vulnerabile da tre anni di siccità e, sollevando senza sforzo la sabbia dal deserto di Gobi e la polvere fine del loess dalle scarpate del fiume Giallo, seppellirono i campi riarsi sotto una nube ambrata. L'avanzare della tempesta fu come quello di un'orda barbarica; come uno di quei movimenti di contadini che di tanto in tanto, nel corso della storia dell'impero, provenendo da chissà dove, sopraffacevano gli ormai deboli eserciti che cercavano inutilmente di sbarrare loro la strada. Come all'epoca della rivolta dei Turbanti gialli, o dei Taiping o del Loto bianco, i cui capi aspiravano e talvolta riuscivano a insediarsi sul trono del Drago: incoraggiata dai successi riportati, crebbe in dimensioni e furia finché le sue armate giunsero a scalare le alte mura e le porte della capitale dell'impero, irrompendo nelle strette vie, penetrando perfino nei cortili della città Proibita dove un debole imperatore teneva ancora nelle sue fragili mani il mandato celeste. Così la tempesta di sabbia, in una notte d'estate dell'ultimo anno del secolo, avviluppò le strade di Pechino. I suoi soldati vincitori, a miriadi, furono lasciati liberi di devastare la città invasa. I demoni della polvere si aprirono ululando un sentiero di distruzione fra gli hutong, strapparono le insegne decorate delle botteghe, spaccarono i cancelli di legno dei cortili, lacerarono la pelle dei rari passanti che avevano avuto la temerità di uscire di casa e affrontare la pioggia dei dardi di sabbia.
Fu un giorno senza crepuscolo, poiché il sole sempre più pallido si era spento già a mezzogiorno. Le tenebre di un meriggio innaturale si confusero impercettibilmente con l'oscurità più profonda di una notte senza stelle. Gli abitanti di Pechino se ne stavano rintanati nella calura soffocante delle loro case, senz'aria, rannicchiati, cercando di non sentire gli urli e i gemiti del vento che infuriava all'esterno; quella notte il male era in agguato in città. Non c'era nessun ricevimento quella sera nel quartiere delle Legazioni. Nessun candeliere sfavillante nelle sale da ballo. Landò e barouche erano chiusi nelle scuderie insieme con i cavalli, le finestre chiuse, le imposte sigillate. Gli sfortunati fanti di marina che montavano la guardia si coprivano la faccia cercando di difendersi dalla sabbia meglio che potevano. I ministri e le loro consorti si rassegnarono a coricarsi presto.
Nelle sere d'estate i cortili della legazione britannica offrivano per solito un fiabesco spettacolo di lanterne. Lady MacDonald, castellana di un palazzo che un tempo era appartenuto alla nobiltà manciù, si compiaceva di indulgere alla sua predilezione per le chinoiserie. Fingeva di non udire i commenti dei pochi veri orientalisti della legazione, i quali obiettavano che le sue decorazioni in stile impero giapponese sciupavano la purezza dell'edificio (o «mettevano le zampe a un serpente », come avrebbe detto un cinese). Ma l'ospite più illustre di Pechino sapeva esattamente ciò che poteva piacere ai rappresentanti delle potenze europee che intervenivano ai suoi ricevimenti: era più importante presentare la Cina come avrebbe dovuto essere piuttosto che com'era nella realtà, squallida e maleodorante per le fogne e i canali appena fuori delle mura. Perciò, se Gilbert e Sullivan potevano migliorare tre millenni di civiltà, lei ne era ben contenta.
Quella sera, però, tutte le vistose decorazioni erano state rimosse; i padiglioni cinesi e gli archi ornamentali, con le loro colonne e i tetti a pagoda, dovevano affrontare la tempesta di sabbia al pari di qualsiasi altra dimora della città. I violenti fantasmi del vento penetravano nelle verande e facevano sbattere le tavole di legno fissate sulle preziose vetrate d'importazione. I rami degli alberi di gingko si agitavano come spettri in preda alla follia, con le foglie a forma di ventaglio agitate dalla violenza delle raffiche di sabbia. I vecchi edifici sembravano sul punto di crollare sotto l'assalto del vento, ombre grigio scuro contro un cielo più scuro ancora, quasi fossero ritornati allo stato di decrepitezza e di abbandono cui li avevano sottratti i lavori di restauro effettuati dagli inglesi. Il profilo dei tetti simili a quelli dei templi, in quelle tenebre ululanti, richiamava alla mente le pagode deserte che nella letteratura cinese erano popolate da spettri e diavoli. 11 giardino di Lady MacDonald era divenuto un regno della desolazione e della furia selvaggia, dove avrebbero potuto aggirarsi le ombre inquiete degli occupanti di un tempo, o certe creature del folclore cinese — spiriti volpe, divinità serpente, spettri affamati — e altri innominabili mostri nati dalla superstizione che, secondo le antiche leggende, si manifestavano in notti come quelle.
Non che Sir Claude e Lady MacDonald ne fossero particolarmente preoccupati. Nella residenza principale, quella che un tempo era la sala ancestrale, dormivano saporitamente nei loro letti sotto le zanzariere. Soltanto un funzionario era sveglio e sensibile ai pericoli della flotte. La luce brillava debolmente a una finestra del piano superiore di uno degli edifici meno imponenti, al limite dell'area cintata: in passato i nobili avevano conservato i loro tesori in quella stanza che ora ospitava l'interprete, un giovane inglese assunto da poco alla legazione. In maniche di camicia, era curvo su una piccola scrivania sulla quale tremolava la luce di una lampada a olio che rivelava nude pareti di legno, un letto da ospedale e scaffali pieni di libri, per la maggior parte in lingua cinese. Il giovane stava scrivendo un dispaccio, fuori della cancelleria, oltre l'orario di ufficio, nel mezzo di una notte tempestosa: difficilmente poteva trattarsi di questioni ufficiali e, in ogni caso, il suo atteggiamento furtivo bastava a indicare qualche faccenda segreta. L'uomo era sudato, con il volto affilato e stanco, e gli occhi arrossati spalancavano a ogni rumore. A tratti si interrompeva, posava la penna, andava alla porta e scrutava nei corridoi bui; poi tornava a scrivere, intingendo ogni tanto la penna nel calamaio. Scriveva in fretta, ma con una grafia nitida.

© 2003 Longanesi & C. Edizioni

biografia dell'autore
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Adam Williams, discendente di una famiglia inglese vissuta in Cina fin dall'inizio del Novecento, è nato e cresciuto a Hong Kong. Risiede con la moglie Fumei e i due figli a Pechino, dove lavora da diciotto anni come rappresentante di una grande società commerciale dell'Estremo Oriente.




16 gennaio 2004