INDIA E OCCIDENTE

Jhumpa Lahiri
L'omonimo

"Perché essere stranieri, comincia a realizzare Ashima, è come una gravidanza che dura tutta la vita - un'attesa perenne, un fardello costante, una sensazione persistente di anomalia. È una responsabilità ininterrotta, una parentesi aperta in quella che era stata la vita normale, solo per scoprire che la vita precedente si è dissolta, sostituita da qualcosa di più complicato e impegnativo."

Un'autrice che ha vinto i premi letterari americani più prestigiosi e che in Italia è ancora troppo poco conosciuta, troppo poco almeno rispetto ai suoi notevoli meriti. Credo infatti che difficilmente si possa vedere una maggiore capacità di sintesi di culture e mentalità lontane come nella Lahiri che, anche solo dai suoi dati biografici e dalla sua esperienza di vita, rappresenta l'aspetto più positivo della globalizzazione. Nata in Inghilterra da famiglia bengalese, cresce negli Stati Uniti, dove decide di vivere. Temi a lei cari sono quelli legati all'impatto e all'inserimento nel mondo occidentale di chi arriva da una cultura così particolare come quella indiana, osservando anche come la seconda generazione sappia (possa o voglia) conservare l'identità della famiglia d'origine pur nella piena integrazione con il mondo in cui si trova a crescere e maturare. Tema centrale nei racconti del già esaminato L'Interprete dei malanni, in questo romanzo l'autrice si sofferma ad osservare due generazioni di immigrati. Nelle prime pagine del libro viene descritta la vita di Ashoke Ganguli che, scampato miracolosamente ad un incidente ferroviario (grazie ad un libro di racconti di Gogol che stava leggendo), decide di andarsene lontano, si trasferisce in America, ha due figli dalla giovane moglie, diventa docente universitario e conserva uno stretto rapporto con il paese d'origine pur accettando gradualmente di assumere abitudini di vita americane. Maggiori le difficoltà iniziali della moglie, turbata dalle differenze di comportamento che la circondano, desiderosa di stabilire legami con altri conterranei (cosa che in effetti avviene), fedele al modo di vestire, di cucinare, di festeggiare della propria cultura, ma capace nello stesso tempo, grazie soprattutto alle due maternità, di inserirsi nella realtà in cui vive. L'attenzione del lettore però è subito indirizzata verso il primogenito, chiamato Gogol proprio in omaggio all'autore che in qualche modo era stato il salvatore del padre. Il piccolo "omonimo", presa coscienza della stranezza del suo nome, inizia a soffrirne moltissimo e da questo fastidio ha inizio il suo graduale allontanamento dalla famiglia e dalle tradizioni indiane. Anche il suo primo legame affettivo ha questa valenza: Maxine e la sua famiglia rappresentano infatti una mentalità e una cultura davvero all'opposto di quella in cui è cresciuto. La morte improvvisa del padre provoca nel ragazzo un vero sconvolgimento psicologico e lo induce a una particolare revisione della propria vita. Quando si sposa Gogol (che nel frattempo ha cambiato il suo nome in quello di Nikhil) rientra, almeno apparentemente, nei canoni della tradizione. La sposa e la festa di nozze sono tipicamente indiane, ma la giovane moglie ha un passato (e un futuro) all'insegna della totale aspirazione alla libertà e all'insofferenza per legami stabili. Il romanzo si conclude con la visione di una festa natalizia in cui è riunito ciò che resta della famiglia e con l'esigenza di Gogol/Nikhil di ritrovare, attraverso la lettura de Il cappotto, un nuovo interiore contatto con il padre e con la sua stessa identità. La bella traduzione permette al lettore di cogliere le varie sfumature psicologiche dei personaggi, pur nella sobrietà dello stile e nella scelta dell'autrice di descrivere per fatti piuttosto che per riflessioni o commenti. Il tipo di inserimento sociale qui descritto è relativo a una classe colta e di certo privilegiata di emigranti per la quale non c'è la preoccupazione del denaro o del lavoro, ma che ha la capacità e l'intelligenza di intrecciare diverse esperienze e diverse culture senza perdere di vista la ricchezza di cui è portatrice.

L'omonimo di Jhumpa Lahiri
Titolo originale: The Namesake
Traduzione di Claudia Torolo
342 pag., Euro 15.50 – Edizioni Marcos y Marcos (Gli alianti n. 105)
ISBN 88-7168-372-2

Le prime righe

I

1968

Una sera appiccicosa di agosto, due settimane prima della data presunta del parto, Ashima Ganguli, nella cucina di un appartamento in Central Square, mescola Rice Krispies, noccioline Planters e cipolle rosse affettate in una ciotola. Condisce con sale, succo di limone, strisce sottili di peperoncino verde, rimpiangendo di non avere olio di senape da aggiungere. È tutta la gravidanza che mangia quell'intruglio, modesta imitazione degli spuntini offerti per pochi centesimi sui marciapiedi di Calcutta, lungo le banchine ferroviarie di tutta l'India, traboccanti dai cartocci di giornale. Adesso che non resta quasi più spazio dentro di lei, è l'unico cibo che le fa gola. Assaggiandolo dal palmo della mano, storce la bocca: come sempre, manca qualcosa.
Osserva distrattamente i ganci dietro il bancone con appesi i suoi arnesi da cucina, tutti coperti da un leggero strato di unto. Si asciuga il sudore sul viso con il lembo del sari. Le fanno male i piedi, gonfi, sul linoleum grigio marmorizzato. Le fa male il ventre per il peso del bambino. Apre un armadietto, i ripiani foderati con una carta triste a quadretti bianchi e gialli che si ripromette sempre di sostituire, prende un'altra cipolla, e di nuovo si acciglia togliendo la buccia magenta.

© 2003 Edizioni Marcos y Marcos


L'autrice

Jhumpa Labiri è nata a Londra nel 1967 da genitori bengalesi. Cresciuta negli Stati Uniti, vive a New York. Il suo primo libro di racconti, L'interprete dei malanni, ha vinto i premi più prestigiosi, fra cui il Pulitzer per la letteratura, nel 2000.


Di Grazia Casagrande


5 dicembre 2003