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Luca Barbareschi

Attore teatrale e cinematografico oltre che personaggio televisivo Luca Barbareschi ha saputo far conoscere al pubblico italiano autori e testi mai pubblicati o rappresentati. Lo abbiamo intervistato curiosi di conoscere su quali letture si è formato e con quali autori ha maggiore familiarità.

Che cosa rappresenta per lei il libro e che rapporto ha con la lettura?

Il libro è la mia grande passione. Sono un buon lettore, anzi un appassionato: la lettura è il mio luogo di rifugio e di tranquillità.

Dedica delle ore particolari della giornata alla lettura?

Sì, le prime della mattina perché è il momento in cui, almeno nel mio ambito professionale, non si è disturbati: fino alle dieci nessuno ragiona. Quindi le ore che vanno dalle sette alle dieci sono tutte dedicate alla lettura.

Ha un genere preferito?

Sono appassionato un po' di tutti: romanzi, saggi, in particolare di filosofia.

Quali sono stati i suoi libri di formazione?

Il primo libro che ricordo è stato Il vecchio e il mare. Avrò avuto dieci anni ed è stato il primo romanzo che ho letto interamente. Credo di non avere capito tutte le sfumature, ma avevo un tale approccio sensoriale alla lettura che quel romanzo, così legato all'avventura, alla passione, alla battaglia del singolo, al dolore, ai sapori, al sale mi ha lasciato un segno, ha acceso in me la passione per il racconto.

E poi?

Continuando con i ricordi mi vengono in mente Salgari e poi a 14 anni l'avvicinamento a Hermann Hesse e a Thomas Mann.
Poi a 15 anni il grande sconvolgimento con la lettura di Proust

Qualcuno dei suoi familiari l'ha consigliata in questo percorso di lettura?

Mia madre era una grande amante di Proust e ho letto tutta la Alla ricerca del tempo perduto in tre anni e mezzo. Questa lettura ha cambiato la mia sensibilità, ampliandola, e mi ha portato a scoprire la passione per il teatro. La sottigliezza di Proust nel descrivere i personaggi è molto simile a quella di Cechov e dei più grandi scrittori di teatro.

Quali sono le caratteristiche che deve avere oggi un buon libro?

Io partirei invece dalle caratteristiche che deve avere un buon lettore. Un buon lettore deve dimenticarsi di chi sta scrivendo, deve avere meno spirito critico e deve perdersi nella storia. Se leggo un romanzo privilegio la storia, concetto che deriva dalla letteratura russa. Tolstoj, Dostoevskij, Puskin e tutti gli altri hanno la capacità di raccontare una storia. Se poi leggendo I fratelli Karamazov si riesce a capire che quello è il più bel romanzo sul parricidio, questo è un altro piano di lettura per gente più colta... ma ciò non toglie che molte persone abbiano letto il romanzo apprezzandone la semplice vicenda familiare. I grandi scrittori hanno grandi profondità in cui è possibile immergersi, ma offrono anche zattere a cui tutti possono aggrapparsi: dipende dalla capacità di analisi e dalla sensibilità del lettore.

E oggi un buon scrittore, narratore o filosofo che sia, quali caratteristiche vorrebbe che avesse?

Vorrei che il saggista avesse onestà intellettuale nel metodo con cui compie le ricerche, e i filosofi ancora di più. Parliamo di un mondo elitario, ancora rivolto a pochi, dove coloro che si avvicinano alla filosofia speculativa, e non, sono di parte, vengono eliminati a priori: non c'è uno scienziato delle idee ma un continuo farsi pubblicità.

Lei ha trascorso molto tempo a scoprire e a far conoscere autori poco noti in Italia.

Sì, è stata la mia passione anche da ragazzo e lo è ancora. Anzi è quasi un'esigenza. Avendo studiato teatro negli anni della mia formazione ho sentito la necessità di trovare chi sapesse parlare di temi universali usando un linguaggio nuovo. Ho cercato qualcosa o qualcuno che mi stimolasse, che mi trasmettesse passione e che mi motivasse nella fatica di trovare le risorse economiche necessarie a mettere in scena autori sconosciuti. All'epoca lavoravo all'Actors Studio e c'erano dei giovani scrittori che si chiamavano Mamet, Shepard, Rabe, e altri. Si trattava di autori sconosciuti anche a New York. Quando lessi per la prima volta le opere di Mamet fu per me veramente un'illuminazione. Poi da lì è stato tutto più semplice: quando si trova un passepartout intellettuale... Ho scoperto poi Bogosian, Galin in Russia e molti altri.

Si tratta di un'attività che coltiva ancora oggi?

Sì, certo. Prima facevo proprio il talent scout, avevo un'agenzia che si occupava di autori dell'Europa dell'Est o di scrittori magrebini (come Tahar Ben Jelloun) che andavo io stesso a cercare nei paesi d'origine. Oggi svolgo questa attività da produttore nel senso che ho prodotto film di Galin, di Mamet e anche cose italiane.

Tornando alle sue letture: come spiega la sua predilezione per i testi filosofici?

Forse è la vecchiaia. Invecchiando si attenua il desiderio di perdersi, si ha invece voglia di trovare una logica nella grande confusione che ci circonda. In realtà la confusione aumenta perché ci si sente sempre più stupidi. Sono laico, così l'avvicinarsi della fine della vita, e il pensare alla morte, coincide col tentativo di cercare non dico delle risposte ma qualcosa per cui continuare a costruire. Ho pensato molto alla religione ebraica perché trovo che sia la più vicina a un pensiero laico. So che è un paradosso pensare così, ma in realtà lo è. Non a caso La guida dei perplessi di Maimonide (che per altro è stata ristampata da poco e che prima esisteva solo in edizione inglese) è un testo interessantissimo sul quale si sono basati Cartesio, Spinoza, Kant e molti altri. Queste letture sono le uniche che mi aiutano ad avvicinarmi a una metafisica che non sia fatta di pregiudizi o di superstizioni religiose di cui vedo intriso il mondo moderno, ma fatta di logica e di avvicinamento alla verità per tentativi.

C'è qualche personaggio creato da uno scrittore che le piacerebbe interpretare?

Mi piacerebbe molto interpretare piccoli personaggi. In questo Cechov ha molto influenzata la mia vita di attore, come anche Mamet che è un suo epigono: mi affascinano di più le introspezioni psicologiche di personaggi non conosciuti. Fra gli uomini famosi della contemporaneità vorrei interpretare Indro Montanelli, ma vorrei raccontare non tanto la sua battaglia contro Berlusconi, (è la prima cosa che viene in mente a tutti) quanto la sua psicologia, capire le sue contraddizioni. In realtà questo è limitante perché la gente vuole vedere il lato eroico, illustre e famoso degli uomini pubblici, invece quando si mettono in scena personaggi oscuri si può lavorare sulle sottigliezze, sulle cattiverie, sui difetti senza irritare nessuno. Se interpreto Oblomov di Goncarov posso narrare la sua pigrizia, raccontare il meglio e il peggio di lui, ma se il personaggio si chiamasse per esempio Spadolini, improvvisamente dovrei censurarmi.

Il titolo di un romanzo secondo lei imperdibile?

Oh, è un genere di domande che io odio! Vediamo... per alcuni versi La montagna incantata, per altri La marcia di Radetzky e poi Il giovane Holden o La versione di Barney, ma non riesco a fare paragoni fra romanzi e non mi piace fare classifiche.

E in questo momento quale libro ha sul comodino?

Ho tante cose diverse: dai gialli di Varesi che sono molto interessanti e che sto leggendo per lavoro perché ne farò una trasposizione cinematografica, a Philip Roth, poi la mia passione Maimonide che rileggo continuamente. Mi sta piacendo molto un saggio di De Michelis La lunga ombra di Yalta, poi un libro americano non ancora tradotto in Italia di Michael Moore e molti altri ancora. Mi vergogno un po' perché compro circa ottanta libri alla settimana, ne leggo in realtà cinque e tengo gli altri per un domani...

Quale modalità segue nella lettura?

Leggo tutto insieme, magari le prime cento pagine di un libro, poi ne attacco un altro... la settimana scorsa ho letto d'un fiato l'ultimo romanzo di Palahniuk perché mi piaceva e mi divertiva.

Come sceglie i libri?

In libreria. Ce ne sono due o tre che amo particolarmente in cui sto ore intere e, quando posso (il sabato o la domenica) interi pomeriggi.

Di Piera Passalacqua


21 novembre 2003