La biografia


Marco Fabio Apolloni
Il mistero della locanda Serny

"Certo che Bosco e Giuditta come attori sono stati straordinari, anche se è proprio questo il loro mestiere, dopo tutto. Non avrei mai immaginato che la loro fosse una commedia destinata a far sì che il signor Serny si tradisse. Non direi però che siano riusciti nell'intento. Il pover'uomo, se mai è un pover'uomo o un assassino, più che altro era sconvolto".

Roma, gennaio 1839. Nella rinomata locanda Serny a piazza di Spagna s'incontrano casualmente l'illusionista Bartolomeo Bosco, il console francese Henry Beyle, romanziere ancora poco noto con lo pseudonimo di Sthendal, il giovane scrittore russo Nikolaj Gogol e la cantante lirica Giuditta Grisi. Questi personaggi, realmente presenti a Roma in quel periodo, sono stati riuniti in un caleidoscopico racconto a più voci dal critico d'arte Marco Fabio Apolloni al suo debutto nella narrativa. Il gioco d'autore creato ne Il mistero della locanda Serny è quello delle scatole cinesi. Attraverso i racconti dei quattro protagonisti, al principio slegati ma intrecciati via via dalle sorprendenti metamorfosi architettate dall'illusionista, la realtà e l'apparenza si alternano in una vertiginosa sarabanda. Lo spettacolo di magia ideato da Bosco in occasione di una grandiosa festa offerta dal principe Torlonia in onore del figlio dello Zar (festa realmente avvenuta il 9 gennaio 1839) diventa metafora dell'inganno dei sensi, perché i colpi di scena si susseguono e le versioni dell'accaduto cambiano a seconda dell'interpretazione dei vari testimoni, ciascuno a diverso titolo coinvolto nei fatti. Roma stessa, con i suoi misteri e i suoi personaggi, è il palcoscenico di questo giallo storico che fa rivivere il clima politico e culturale del romanticismo, dalle reminiscenze della ritirata napoleonica in Russia ai primi moti carbonari, dalle sedute di magnetizzazione alle rivalità nel mondo del melodramma. Nella suspence dell'intreccio il raffinato Apolloni inserisce un divertissement creato dagli inesauribili rimandi culturali che impegnano il lettore in una stimolante caccia al tesoro.

Il mistero della locanda Serny di Marco Fabio Apolloni
284 pag., Euro 14.00 - Edizioni Ponte alle Grazie
ISBN 88-7928-658-7

Di Daniela Pizzagalli

le prime pagine
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LA LOCANDA SERNY

Ho vissuto in molti paesi dove la gente dice che il tempo è bello anche quando piove, ma solo a Roma sembra di essere, ogni volta che Dio la manda giù, alla vigilia del diluvio universale. Le strade e le piazze diventano fiumi e laghi di fango, gialli o rossi a seconda di che terra millenaria si gonfi quest'acqua: le chiaviche aperte dove va a gettarsi rombano come se la loro nera bocca spalancata fosse quella di una fornace in piena attività. Potrebbero inghiottire un uomo, le chiaviche di Roma, ma non c'è anima viva per le strade, perché i romani hanno paura di bagnarsi come se dal cielo piovesse fuoco, e stanno tutti ugualmente rintanati nei loro palazzi o nei loro tuguri terrorizzati che qualche fulmine li venga a cercare la dove si nascondono, rompendo finestre e porte e poi saltando da un oggetto di metallo all'altro, secondo quella che a loro sembra una capricciosa e crudele intelligenza. Si dice che ieri uno abbia colpito un palazzo qui vicino, avventandosi lungo il condotto di una stufa fino all'appartamento affittato a una gentildonna inglese che stava facendo il bagno in una vasca di metallo. Dicono sia stata trovata bollita, ma nei commenti della gente non v'è compianto per l'atrocità di un simile caso, quanto piuttosto una certa soddisfazione per l'abilità del fulmine nel cogliere così a tradimento un'eretica, occupata in un'attività come quella civilissima del lavarsi, giudicata qui da tutti come un atto estremo di voluttà peccaminosa. Chi conosce gli inglesi sa bene quanta poca verità vi sia in questa opinione. Certo, se a lavarsi durante il temporale fosse stata una francese, forse queste voluttuose fantasie avrebbero almeno una qualche ragione. Ho comunque fatto portar via dalla mia stanza il semicupio di vermeil, prezioso e costante compagno dei miei viaggi, gradito dono della Contessa Gureva nata Nary_kin, quando ebbi l'onore di esibirmi ospite suo all'ambasciata imperiale di Firenze. Al posto di un articolo di toeletta così necessario mi sono fatto prestare dall'albergatore un grande mastello di legno, odoroso di bucato, che di certo non si armonizza con il resto dell'arredamento, ma che in compenso non è buon conduttore di elettricità. Tanta ve n'è nell'aria che questo temporale riesce a turbarmi: a guardare gli alberi straniti contro il cielo color del piombo come le cupo/e di questa città, e il torrente che scorre giù per la ripida discesa sottostante, altrimenti così allegra e variopinta, nel/e giornate di sole, di gente e carrozze che vanno e vengono alla Passeggiata del Pincio, non riesco a scacciare un senso di catastrofe. Purché davvero non continui a piovere fino a far straripare il Tevere, come mi ha detto il signor Serny capiti talvolta, a giudicare anche da certe piccole targhe di marmo sui muri, con delle minuscole manine come indici di libro incise sopra, messe lì per ricordare il livello di questa o quella inondazione, quasi per far credere che Nostro Signore si possa divertire a minacciare di sommergerci tutti un'altra volta, cambiando poi sempre idea all'ultimo momento. Che se i Papi facessero gli argini; come a Parigi; come a Londra, come pure nella nostra Torino, invece di redarguire il fiume con qualche ditino teso, non ci sarebbe più bisogno né di targhe né di preghiere. Io prego solo che mi vada via presto questo mal di capo, perché nemmeno gli impacchi con la miracolosa acqua di colonia del Re d'Inghilterra riescono a darmi sollievo. Fu un gesto veramente da monarca, povero signore, quello di rifornirmi della sua personale, distillata in Colonia proprio per lui. Ma adesso che sul trono hanno messo quell'antipatica bambina, dovrò farmene una ragione, e rinunciarvi quando avrò esaurito la scorta. Povero Re Giorgio! Davvero mi ha voluto bene. Tornate a trovarmi; disse, ma non era scritto. Eccolo qui; circondato di brillanti; che mi guarda. Meglio portarla via con me, perché davvero non posso fidarmi di lasciarla in camera. Per quanto sicuro sia l'albergo del signor Serny, si sa che nemmeno i santi vanno messi in tentazione. Il ritratto non è poi così somigliante, ma la tabacchiera è davvero degna di un Re. Ne prendo solo un pizzico, voglio vedere se mi fa passare il mal di testa.

« Sareste così cortese da concedermi una presa del Vostro tabacco, per favore? »

© 2003 Ponte alle Grazie Editrice

biografia dell'autore
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Marco Fabio Apolloni offre, con questo romanzo, la sua prima prova narrativa. Dopo essersi dedicato alla storia dell'arte antica sin da giovanissimo e aver perfezionato gli studi al Courtauld Institute of Art, è stato chiamato da Indro Montanelli a scrivere di critica d'arte sul Giornale. Ha poi collaborato per anni con «Epoca» e «Panorama», approdando da ultimo al Messaggero. Vive tra Roma e Milano. Ha scritto anche Igres.


21 novembre 2003