IL ROMANZO ITALIANO

Fabio Magalini
L'albero dei piedi alti

"Allora lentamente alzò la mano con la torcia, puntandola verso l'albero. Le cose che pendevano appese ai rami erano dei piedi. Piedi umani, mozzati all'altezza della caviglia. L'albero ne era ricoperto, come dei grossi frutti. Pendevano, appesi, alcuni legati con il nastro adesivo, altri tenuti sospesi da delle catenelle sottili, con dei ganci in fondo, infilzati nella pianta dei piedi."

"La morte, certo, è il destino di tutti. Tutti, prima o poi, ci troveremo di fronte alle porte di quel deserto. È lì che finiremo, forse cenere, forse granelli di sabbia, parte di qualcosa di più vasto e immenso. Non è la mia morte che mi spaventa. Non è la fine del mio corpo, le mie mani, i miei piedi, i miei occhi che mi fa paura. Non è questo. È qualcosa di diverso. È, non so, la perdita della memoria. Mia, altrui... Un ultimo respiro e poi tutto che va perduto. Noi, andremo perduti. Pietro, chi? Charlie, chi? Lester, chi? È questo spreco, tanto mio quanto degli altri, che mi spinge a ricordare."
È partendo da questo concetto, da questa visione della storia che Magalini costruisce il suo racconto: per ricordare ciò che gli è capitato di vivere e vedere più come testimone che come protagonista, perché la sua voce racconta gli altri dimenticando se stesso. L'albero dei piedi alti è immerso in una palude terrificante, nelle sabbie mobili dell'Africa, in una di quelle realtà talmente difficili da immaginare che spesso tendiamo a mettere da parte, a rimuovere dall'attenzione e dall'immaginario. Solo chi l'ha vista può raccontarla agli altri, solo chi ha respirato quegli odori è in grado di riprodurli con le parole. Le bande di ribelli che si aggirano senza pietà e senza limiti, l'esercito regolare altrettanto feroce e imprevedibile, i gruppi di bambini-soldato che seminano il terrore e scatenano la più viscerale pietà, i pastori seminomadi razziatori Karimojong (guerrieri temuti e odiati da tutti i popoli loro vicini), quei campi profughi che definire inferno in terra è indubbiamente poco. Tutto questo è l'Uganda, un paese dove la vita umana sembra non avere valore, ma che nasconde dietro questa facciata di terrore un'antica morale, una spiritualità misteriosa e radicata in un paesaggio meraviglioso, ma difficile, in cui vivere, tra la gialla e secca savana e le paludi, le baracche, gli abbaglianti frammenti di luce e il buio intenso della notte.
Più che un romanzo un racconto, o forse una serie di racconti (tangentalmente autobiografici) uniti fra loro dal legame forte dei luoghi e dal desiderio di non dimenticarne i protagonisti.

L'albero dei piedi alti di Fabio Magalini
196 pag., Euro 12.90 - Edizioni Mursia (Graffiti)
ISBN 88-842-531790

Le prime righe

I

Pajule Catholic Mission - 03:30

Da lontano, sento arrivare un rumore. È il rumore di un camion pesante, seguito dal rombo di un altro. Dall'oscurità vedo spuntare dei fari, due coppie. Li vedo avanzare incolonnati sulla strada tra gli alberi.
Presto. Sento una voce, mentre le immagini si fanno confuse, minacciose. Li vedo. Stanno arrivando.
Vedo volti neri, sotto elmetti calzati. Sguardi feroci, occhi gialli. Mani sudate, attorno a canne di fucili. I fucili sono automatici. Sobbalzano nelle mani degli uomini, stipati nei camion che si avvicinano.
Fuggite. C'è urgenza nella voce.
Il rumore avanza. I fari diventano un sole. Il rumore diventa un ruggito. Loro, sempre più vicini.
Presto!
Apro gli occhi. È buio. C'è silenzio. Sono sveglio? mi chiedo. Lentamente riguadagno il respiro. Sudo.
Sono in Uganda.
In Africa, molta gente crede ai sogni. Li ascoltano, li raccontano, li ricordano, li interpretano, li seguono. Da quando sono qui, anche io ho di questi sogni. Anche io adesso ci credo.

Presto! C'era urgenza nella voce del sogno. Allora non pensai. Non ebbi dubbi. Avevo acceso la luce, m'ero infilato le scarpe, avevo fatto la borsa, trovato le chiavi del Toyota e m'ero avviato alla porta. Poi ero uscito all'aperto nella notte calda. Sospese appena sull'orizzonte verso occidente, vidi le luci della città di Gulu, nascosta in fondo a miglia e miglia di boscaglia scura. L'aria odorava di terra fresca.
Mi guardai attorno. Il cortile della missione era vuoto e silenzioso, sotto la luce della luna alta in cielo.

© 2003 Gruppo Mursia Editore


L'autore

Fabio Magalini è nato a Roma nel 1958. Presta servizio volontario internazionale dal 1995. È stato in Bosnia, Kenya, Albania, Colombia, Costa d'Avorio, Rwanda, Burundi e Uganda.


Di Giulia Mozzato


14 novembre 2003