SAGGISTICA

Anna Bravo
Il fotoromanzo

"Per tutti, è un oppio dei poveri dispensato alla parte più povera e arretrata (labile?) dell'Italia: per resistere alla cultura di massa, si pensa in quegli anni, bisogna essere colti, adulti, scaltriti e preferibilmente maschi."

Lo sapevate che il fotoromanzo nasce in realtà senza foto? Che la sua formula è assolutamente made in Italy e che fu proprio dall'Italia dell'immediato dopoguerra che essa colonizzò l'intera Europa e il Sud America, ma anche Turchia e Africa mediterranea? Che Zavattini sarebbe il papà di "Bolero" e che, proprio per questa rivista, il giovanissimo Damiano Damiani diresse storie neorealiste con un preciso intento di emancipazione delle masse? Che Oreste Del Buono già nel 1948, a due anni dalla nascita di "Grand Hotel", la prima e più longeva testata di fotoromanzi, aveva proposto di creare racconti a immagini per operai e contadini, unendo amore e politica? Che a partire dal '53 il PCI fece campagna elettorale con fotoromanzi? Che anche "Famiglia Cristiana" utilizzò questo mezzo e che nomi come Andreotti e Scalfaro facevano parte del comitato d'onore di una casa editrice attivamente impegnata nella proposta di fotoromanzi religiosi? Siete convinti - a torto - che il pubblico sia stato esclusivamente femminile, marginale, solitario, poco impegnato politicamente? Vi siete mai chiesti perché le mamme (le onnipresenti e protettive mamme italiane) non abbiano avuto diritto di cittadinanza nell'universo di fotografie e didascalie? E, soprattutto, siete sicuri che il fotoromanzo sia ormai defunto?
Il libro di Anna Bravo ricorda le riunioni semiclandestine della casa editrice Universo (che con "L'intrepido" aveva già avvicinato il pubblico femminile al fumetto) e l'uscita - nel giugno del 1946 - di "Grand Hotel"; lo strepitoso successo di pubblico e il boom di imitazioni; la progressiva normalizzazione e castigazione dei racconti; l'accusa, proveniente dagli ambienti cattolici, di traviare i giovani spingendoli verso condotte di vita immorali e quella, di matrice comunista, di instupidire il proletariato distogliendolo dalla lotta di classe; ma anche gli usi ideologici che proprio quegli ambienti fecero del medium a partire dagli anni Cinquanta; le innovazioni apportate dalla casa editrice romana Lancio; i fotoromanzi "di servizio" degli anni Settanta e dei primi Ottanta, pro-contraccezione prima e pro-aborto poi; il declino e quindi la rinascita grazie a Internet…
Storica, e già docente di Storia sociale nell'Università di Torino, l'autrice scrive un saggio di piacevole lettura che affronta con serietà critica il tema, analizzando fonti, formule, topoi, ma anche specificità e originalità misconosciute del fotoromanzo, offrendo un'ampia documentazione, un ricchissimo repertorio di esempi e una gustosa sezione iconografica.
E sottolineando come, al di là di facili critiche, il fotoromanzo sia stato uno straordinario mezzo di alfabetizzazione del nostro Paese, una via importante verso la modernizzazione e, malgrado tutto, un modello per riequilibrare i rapporti di forza tra i sessi.

Il fotoromanzo di Anna Bravo
174 pag., Euro 12.00 - Edizioni il Mulino (L'identità italiana n.22)
ISBN 88-15-09388-5

Le prime righe

Capitolo primo

Nascita e fortune del fotoromanzo

1. I carbonari di "Grand Hotel"

La storia si apre a Milano all'indomani della liberazione, quando un piccolo gruppo di amici — i fratelli Domenico e Alceo Del Duca, proprietari della casa editrice Universo, il giornalista Matteo Macciò e pochi altri — comincia a tenere riunioni di lavoro in luoghi fuori mano e in bar poco noti. Domenico, detto Mimmo, ha in mente il progetto di un settimanale di storie d'amore a tavole disegnate e fumetti, formato maneggevole, prezzo basso, pubblico popolare soprattutto femminile. E teme così tanto fughe di notizie e imitazioni che lo stesso distributore non saprà fino all'ultimo momento cosa precisamente si è impegnato a diffondere. È un cameo dell'Italia dell'epoca, che spicca sullo sfondo della grande città in transizione dalla guerra alla pace, fiera delle occasioni dove si fanno e disfano fortune, si aprono opportunità, ci si disputano idee e contatti.
"Giravano come carbonari", è l'immagine tramandata dalla memoria familiare dei Del Duca. Carbonari che devono misurarsi con problemi impellenti — dalla difficoltà di approvvigionamento della carta ai vuoti della rete distributiva alla precarietà del copyright — e lo fanno con un certo piglio trasgressivo. Oltre che una misura prudenziale, le riunioni fuori sede per Del Duca sono una consuetudine: è così refrattario alla routine d'ufficio che in tutta la sua vita non avrà mai una stanza né una scrivania personali, e anche a giornale affermato, per discutere di nuove rubriche o di una nuova copertina continuerà a preferire alla redazione i ristoranti, i giri in macchina, gli amati bar. Vezzo che riecheggia altri incontri e altri caffè cari alle avanguardie letterarie, dalle Giubbe rosse al Flore, e che si accompagna a un bell'intuito in tema di cultura di massa e potenzialità di mercato.

© 2003 il Mulino Editrice


L'autrice

Anna Bravo ha insegnato Storia sociale nell'Università di Torino. Si occupa di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile. Fa parte della Società italiana delle storiche. Tra i suoi libri: In guerra senza armi: storia di donne. 1940-1945 (con A. Bruzzone) e, con A. Foa e L. Scaraffia, I fili della memoria.


Di Paola Di Giampaolo


14 novembre 2003