AUTORI E LUOGHI

Guido Ceronetti
Piccolo inferno torinese
Fogli dispersi restaurati

"La mostra dei fotoreporter torinesi mi ha fatto fare un piccolo viaggio all'inferno, dove ogni tanto qualche atollo di calma e di bellezza pura appariva. Sapevo da molto tempo che i balconi di Torino non sono chilometri di ferraglia ma grovigli di tenerezza, coagulazioni di bisbiglio umano, che ancora resistono bene al peso di tante storie. Sono stato raccolto sul Nilo di uno di questi balconi e lo svolacchiare nero e bianco delle sue storie mi ha fatto per trent'anni da ventaglio."

Chi non è nato a Torino potrà godere appieno della lettura di questo libretto? Spero proprio di sì, ma non so dirlo perché io, a Torino, sono nata. È un ritratto impietoso, dolorante, cinico, ironico e anche drammatico, ma pervaso di evidente nostalgia e amore, di un torinese da tempo allontanatosi dalla sua città, ma che ne ricorda ogni particolare, ogni sfumatura, ogni virgola. È la storia di un figlio della capitale sabauda che ne ripercorre le strade, ma soprattutto le tipologie umane, in un viaggio durato vari anni (i testi qui riaccorpati provengono da raccolte già edite tra il 1978 e il 1997). Piccolo inferno torinese (un titolo, un'idea ben precisa) si apre con un bellissimo ricordo del padre di Ceronetti, il Vecchio Torinese per eccellenza, con la sua smania di perfezione rigorosa, di regolarità: "è possibile che nel suo spirito geometrico ogni cosa che accennasse a stare fuori posto, a spenzolare, non 'ben messa', ribelle alla simmetria, premesse per essere tagliata via", sia che fosse una delle proprietà della moglie o la propria piccola ditta o la zia affetta da un modestissimo inizio di demenza senile. Un uomo privo di inquietudini metafisiche, che non temeva la morte. "La vedeva, anzi, con molta simpatia, come situazione stabile e perché eliminatrice del disturbo che si procura agli altri vivendo". Un concetto, quello del "non disturbo", centrale nella mentalità del torinese doc, anzi, nella sua morale radicata fondata proprio "sul non disturbo come unico principio e sul dovere di non darne". Esilarante il ritratto delle torinesi (intriso di misoginia, ma gliela perdoniamo...) così cambiate nel tempo da risultare oggi quasi irriconoscibili. Scomparse le sartine e le modiste (professione svolta dalla maggioranza assoluta delle donne di Torino nel passato) dal sorriso accattivante, ecco emergere figure piuttosto tristi: "A chi sappia apprezzare le tonalità del grigio (non trascurabili perché goyesche) le Torinesi appariranno alonate di un certo humour peculiare, realistico e sottile, frutto di sofferenza, ma pronto a degenerare in sarcasmo". Hanno "pavimenti lucidati a sangue, testimoni di una rabbia epica per trasformare in cristallo di Boemia la sorda mattonella", "come ricostituenti preferiscono il marsala all'uovo e l'insalata di carne cruda" e possono anche invitare a pranzo, ma rifiutano tassativamente l'ospitalità notturna. "L'ospite, di notte, è un ladro di privatezza, un vampiro d'intimità, e un portatore d'indecenza. Purché non voglia trattenersi a dormire, moltiplicano le attenzioni diurne: pranzi congestionanti, centrati sul terribile fritto misto, lo saziano, invogliandolo a camminare l'intera notte. Neanche un amante, dopo la mezzanotte, è gradito: sarà più amato dormendo a casa sua". Nel breve testo intitolato Piccolo inferno torinese troviamo le impressioni su una mostra fotografica di qualche tempo fa che raccoglieva immagini tratte dalla Torino più caratteristica , ma anche da quella più drammatica: una fra tutte la testimonianza visiva dell'atroce sofferenza della vittima del rogo del bar Angelo Azzurro, che i torinesi ricorderanno certamente, fermata nello scatto di un fotografo impietoso mentre l'uomo viene issato sull'ambulanza. "Questi anni, a Torino: la città che si avventa sull'abitante, lo riplasma, lo deforma, lo chiude; visioni di prigionia senza sbarre, di manicomio senza mura". Una drammaticità ripresa nel racconto dei vari incendi che hanno distrutto cinema e teatri della città nel corso degli anni, scandendone anche il mutare dei gusti e delle abitudini; nel ricordo di Carlo Casalegno, giornalista serio e profondamente torinese nell'animo; nel ritratto spietato dei mali che affliggono questa come tante altre metropoli, unite nel degrado e nell'abbandono. E a rendere ancor più prezioso questo ritratto, sono presenti alcune fotografie in bianco e nero degli anni Cinquanta e Sessanta scattate dall'autore e da Carlo Fruttero: case di ringhiera, bagni esterni, corti umide e fatiscenti che stanno scomparendo per lasciare il posto a qualcosa che ancora non sappiamo bene cosa sia, ma che sarà il luogo dove vivranno i nuovi torinesi, così differenti e distanti da quelli raccontati da Ceronetti.

Piccolo inferno torinese. Fogli dispersi restaurati di Guido Ceronetti
VIII-99 pag., ill., Euro 10.50 – Edizioni Einaudi (L'Arcipelago Einaudi n.36)
ISBN 88-06-16650-6

Le prime righe

Licenziando queste vecchie carte

Torinese si, per foglietto anagrafico, l'accento incorreggibile, i ricordi... Finisce li, io sono quello che ripeto spesso di essere, un cittadino di Gerusatene senza lacerazioni, introvabile chimera tra i fiolologi, animale normale nell'Alessandria dei Settanta. Certo, fossi Sansone, non riuscirei a buttare giù nello stesso istante un pilastro situato nell'Attica di Dioniso e un altro nella Giudea dei profeti — è tuttavia là che sono realmente nato, patria invisibile dove non si va a morire, priva di cimitero.
Come aggregato biologico nacqui in casa, in Via Marna (oggi Bligny) n. 4, per mano di levatrice, e questo separa, tutte le folle che vedo sono di nascita ospedaliera, salvo avventurose eccezioni. Tutt'attorno era la città cattolica e fascista, che fin dai primi anni rovinava irreparabilmente le dentature, con torroni d'Alba e dolciumi che non finirò di esecrare. L'arcivescovo Maurilio Fossati, che ancora lo era quando dal conclave usci eletto Giovanni XXIII, mi diede la prima Comunione e mi cresimò all'istituto del Sacro Cuore, nel 1935. La chiesa della SS. Trinità era famosa per le prediche di un prete ancora oggi celebrato per la sua dottrina, il canonico Vaudagnotti, che credo di aver ascoltato senza poterne apprezzare l'erudizione.

© 2003 Giulio Einaudi Editore


L'autore

Guido Ceronetti è nato a Torino nel 1927. È un collaboratore della «Stampa» fra i più amati dai lettori. In altro suo libro ha raccontato la Torino del passato: La vera storia di Rosa Vercesi e della sua amica Vittoria, di cui lo stesso autore ha curato una riduzione a fumetti e, per il Piccolo di Milano, uno spettacolo teatrale. Nel Café Letterario è disponibile la recensione del libro N.U.E.D.D. Nuovi Ultimi Esasperati Deliri Disarmati, La fragilità del pensare


Di Giulia Mozzato


14 novembre 2003