BESTSELLER

Amos Oz
Una storia di amore e di tenebra

"Di mia madre non ho parlato quasi mai, per tutta la mia vita fino a ora, che scrivo queste pagine. Né con mio padre né con mia moglie né con i miei figli né con nessun altro. Dopo la morte di mio padre, nemmeno di lui ho quasi mai parlato. Come fossi stato un trovatello."

È arrivato per Amos Oz il momento giusto per fare i conti con il passato. E quanto questo passato sia stato importante, traumatico, ingombrante nella sua vita lo deduciamo nel modo più banale e scontato: dalle 627 pagine di testo che danno vita a Una storia di amore e di tenebra. A circa sessant'anni il grande scrittore israeliano può guardare alla vicenda più drammatica della sua vita con una visuale allargata, collocandola storicamente e socialmente in quel momento particolare e spostandola dal piano personale a quello collettivo. Oltre al suo nucleo famigliare stretto e al tema del suicidio della madre (finalmente affrontato in modo autobiografico), avvenuto quando l'autore era appena dodicenne, Oz racconta anche la storia di altri componenti della sua famiglia, ritornando indietro nel tempo alla generazione dei nonni e anche più in là (spostandosi geograficamente verso l'Ucraina e la Lituania) per arrivare sino alla Palestina di oggi. Un romanzo viscerale, intimo per la partecipazione intensa sul piano personale e politico, ma anche corale per la storia di una intera collettività trascinata da una corrente che non ha mai potuto dominare. Ancora una volta è la mitica figura dell'ebreo errante a emergere, colui che non trova pace in nessun luogo. Scacciato dall'Europa in Palestina ("Giudeo vattene in Palestina"), una terra antica ora abitata da altri popoli, con un paesaggio e un clima profondamente diversi da quelli a cui l'ebreo dell'est, l'ashkenazita era abituato da secoli: l'entusiasmo per una nuova patria smorzato dalle nuove guerre, dalla nostalgia, dalla necessità (non nuova, certamente) di creare un gruppo solidale di autodifesa. E affrontare la successiva accusa: "Giudeo vattene dalla Palestina". Uno splendido affresco della Gerusalemme della seconda metà del Novecento, dello Stato di Israele e del sionismo, del popolo ebraico e delle sue radici religiose e culturali, unico appiglio per millenni d'incertezza, ma anche il racconto memorabile per la sua quotidiana normalità della vita privata di una modesta e infelice famiglia. E infine l'idea di una sconfitta morale sottolineata da un suicidio esemplare (e singolo) che non può non essere metafora di quello collettivo di un popolo che ancora non ha trovato un equilibrio, una strada, un futuro certo. "Rimasto solo in casa leggevo, tessevo sogni, scrivevo e cancellavo e scrivevo. O andavo in giro per i uadi a vedere da vicino, al buio, lo stato della frontiera con la terra di nessuno e i campi di sterpi lungo la linea del cessate il fuoco che divideva Gerusalemme fra Israele e il regno di Giordania. Camminavo dentro l'oscurità canticchiando con la bocca chiusa, ti-da-da-da-da. Non anelavo più a ‘morire o conquistare il monte'. Volevo che tutto smettesse. O quanto meno desideravo abbandonare per sempre casa e Gerusalemme e andare a vivere in kibbutz: lasciarmi alle spalle i libri e i sentimenti e avere una vita semplice, una vita di campagna, di fraternità e fatica fisica".

Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz
Titolo originale: A tale of Love and Darkness
Traduzione di Elena Loewenthal
627 pag., Euro 19.00 – Edizioni Feltrinelli (I Narratori)
ISBN 88-07-01643-5

Le prime righe

1.

Sono nato e cresciuto in un minuscolo appartamento al piano terra, forse trenta metri quadri sotto un soffitto basso: i miei genitori dormivano su un divano letto che la sera, quando s'apriva, occupava quasi tutta la stanza, da una parete all'altra. La mattina presto ripiegavano il divano comprimendolo per bene, nascondevano lenzuola e coperte nel buio del cassetto che stava lì sotto, rivoltavano il materasso, chiudevano, sistemavano, stendevano su tutto un rivestimento grigio chiaro e infine disponevano qualche cuscino ricamato in stile orientale, occultando con ciò ogni traccia del loro sonno notturno. E così, la stanza fungeva da camera da letto, studio, biblioteca, tinello e persino salotto.
Di fronte a essa si trovava il mio cantuccio dipinto di un verde tenue e per metà occupato dal panciuto guardaroba. Un corridoio buio, basso e stretto procedeva un po' storto dal cucinino al bagno e alle due stanzette: pareva un tunnel per dei carcerati in fuga. Un lume fiacco, imprigionato dentro una gabbia di ferro, spandeva sui corridoio, anche nelle ore del giorno, una luce incerta, torbida. C'erano soltanto una finestra nella camera dei miei genitori e una nella mia, entrambe riparate da imposte di ferro; entrambe provavano a modo loro ad ammiccare verso oriente, ma la vista concedeva solo un cipresso impolverato e una cinta di pietre a secco. Attraverso l'inferriata di un abbaino, invece, dalla cucina e dal bagno si intravedeva il piccolo cortile che sembrava quello di urta prigione, circondato com'era da alte mura e con il pavimento di cemento. Lì, senza mai un raggio di sole, languiva sino allo spasimo un pallido geranio piantato dentro una latta di olive arrugginita.

© 2003 Giangiacomo Feltrinelli Edizioni


L'autore

Amos Oz è nato a Gerusalemme nel 1939. È uno dei più grandi scrittori di Israele. Le sue opere sono state tradotte in ventotto lingue e hanno ottenuto moltissimi premi internazionali. È sposato, ha due figlie e un figlio e vive ad Arad, in Israele. In Italia sono stati pubblicati: Conoscere una donna, Fima, Michael mio, Soumchi, Una pantera in cantina, In terra d'Israele, Lo stesso mare, La scatola nera. Una storia di amore e di tenebra ha venduto in Israele più di ottantamila copie; quella italiana è la prima traduzione straniera a essere pubblicata.


Di Giulia Mozzato


24 ottobre 2003