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Joseph O'Connor
Stella del mare
Addio alla vecchia Irlanda

"Consideri in che angustie mi trovo. Nelle mie proprietà, da quattro anni, non c'è un uomo che mi paghi l'affitto. La morte di mio padre mi lascia possessore della metà di tutti gli acquitrini del Connemara del Sud, di una grande estensione di sassi e vile torba, e di un mucchio ancora più grande di conti protestati e salari non versati. Per tacere delle ragguardevoli imposte dovute al Governo". Prese un pezzo di pane, bevve un sorso di vino. "Morire è molto costoso" e sorrise cupamente al Capitano. "A differenza di questo chiaretto, che è roba da quattro soldi".

Joseph O' Connor, quarantenne di Dublino, già noto da noi per titoli di successo come Cowboys & Indians e Il rappresentante, con il suo nuovo bellissimo romanzo Stella del mare porta alla ribalta un periodo storico di grande sofferenza per il suo paese, quando, a metà '800, una devastante malattia delle patate portò alla fame milioni di contadini, costringendoli all'emigrazione di massa. Il teatro d'azione del romanzo è la nave "Stella del mare", diretta a New York, che ammassa nella terza classe centinaia di disperati, mentre in prima classe un gruppo di privilegiati trascorre il tempo in lauti pasti e furiosi litigi. Tra questi, un proprietario terriero ormai in rovina ma scelto come capro espiatorio per le colpe della classe aristocratica egoista e crudele, che è braccato da un malvivente imbarcato tra gli emigranti con il preciso compito di assassinarlo. Le storie personali dei due antagonisti, inconsapevolmente uniti dall'amore per la stessa donna, anch'essa sulla nave come governante dei figli del Lord, sono ricostruite attraverso flash back inseriti da un narratore occulto, che è poi uno dei personaggi, un giornalista americano, reduce da un'inchiesta sulla tragica carestia irlandese, che raccoglie materiale sugli eventi di cui è testimone a bordo, e attraverso il diario del Capitano e soprattutto testimonianze dirette, scrive il grande romanzo cui ha sempre aspirato.
Per questa storia assai complessa, circostanziata nella ricostruzione storica e appassionante nella trama che unisce la suspence del giallo e l'intensità dei grandi sentimenti, O' Connor si è messo sulle tracce di un grande maestro, Charles Dickens (che appare nel libro in un divertente cammeo, intento a frugare i bassifondi cercando materiale per i suoi romanzi) utilizzando quindi un linguaggio che ricrea l'atmosfera vittoriana e rinnova la potenza della scrittura romanzesca nella sua stagione d'oro.

Stella del mare. Addio alla vecchia Irlanda di Joseph O'Connor
Titolo originale: Star of the Sea
Traduzione di Massimo Bocchiola
405 pag., Euro 16.50 – Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-599-3

Di Daniela Pizzagalli

le prime pagine
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PROLOGO
Da
UN AMERICANO ALL'ESTERO

Appunti su Londra e l'Irlanda nel 1847

di G. GRANTLEY DIXON
Del New York Times

IL MOSTRO

PREFAZIONE, IN CUI SI FA UN ABBOZZO DI TALUNE
MEMORIE DELLA STELLA DEL MARE;
LO STATO DEI SUOI PASSEGGERI E LA MALVAGITÀ
CHE ALLIGNAVA FRA ESSI.


Tutta la notte andava per la nave, da poppa a prua, dall'imbrunire fino alle prime luci, lo zoppo del Connemara secco come un palo, spalle cadenti e panni color cenere.
I marinai, le guardie, gli appostati nei pressi della plancia, sviando gli occhi dalla conversazione o dal lavoro solitario, lo vedevano incedere nel vaporoso buio: circospetto, furtivo, sempre solo, il piede sinistro trascinato come il peso di un'ancora. Aveva una bombetta accartocciata in capo; una sciarpa sdrucita attorno al mento e alla gola; e un cencioso pastrano militare, di una tale sporcizia da convincerti che non fosse stato pulito mai.
Si muoveva con una decisione da sembrar quasi cerimoniale, e una strana solennità stracciona: come un re delle favole, travestito e in incognito tra i sudditi. Aveva braccia molto lunghe, e due occhi brillanti come spilli. Spesso mostrava in volto un profondo stupore, o premonizione, quasi che la sua vita fosse arrivata a un punto non più spiegabile; o che, a quel punto, si stesse sempre più avvicinando.
Il volto doloroso era deturpato da cicatrici, che s'incrociavano alle macchie di un morbo esacerbato da furiosi accessi di strofinio. Sebbene di corporatura magra, foggiato come un peso piuma, sembrava oppresso da un indescrivibile fardello. Né era soltanto a causa della sua difformità — un piede torto, calzato in uno zoccolo di legno con il marchio o contrassegno d'una M maiuscola — ma dell'aria di aspettazione affranta che mostrava; della cautela perpetuamente atterrita di un bimbo uso ai maltrattamenti.
Era degli individui che attirano la massima attenzione mentre si danno a non destarne affatto. Sovente i marinai, non sapendo il perché, ne avvertivano la presenza prima di vederlo. Diventò un loro svago scommettere su dove si trovasse a un dato orario. « Dieci tocchi» significava giù alle porcilaie di dritta. Le undici e un quarto lo sorprendevano alla fontanella di bordo dove le povere donne di Terza Classe cucinavano il loro poco cibo... ma già la terza sera dalla partenza da Liverpool, il gioco aveva perduto la virtù di passatempo. Lui andava per la nave come se osservasse un rituale. Su. Giù. Per traverso. Poppa. Prua. Tribordo. Babordo. Tribordo. Prendendo forma con le stelle, nascondendosi sottocoperra all'alba, divenne noto fra gli abitatori insonni della nave come «il Fantasma».
Non rivolgeva mai la parola ai marinai. Gli sbandati nottambuli li fuggiva. Neanche passata mezzanotte parlava con altri, quando chiunque avrebbe parlato con chiunque trovasse ancora in coperta: allorché il ponte scuro e umido della Stella del Mare era testimone di un cameratismo raramente visibile alla luce del giorno. Di notte sulla nave i cancelli restavano aperti; le regole, allentate o ignorate del tutto. Ovviamente questa democrazia dell'ora delle streghe era fallace; poiché il buio sembrava cancellare ranghi e confessioni religiose, o almeno comprimerli verso il basso, fino a I un, punto in cui non valesse la pena riconoscerli. Forse, in se, un ammissione dell'impotenza insita nell'essere sul mare.
A notte sentivi la nave come paradossalmente fuori dal suo elemento: un'accozzaglia cigolante e inetta di quercia e pece e chiodi e fede, dalla dubbia tenuta, a balzelloni su un deserto acquatico malignamente nero, pronto a esplodere se solo provocato. Col buio, quelli sui ponti parlavano piano, come temendo di ridestar l'oceano alla ferocia. Oppure, t'immaginavi la Stella come un'immane bestia da soma, le costole-fasciame tese fin quasi al punto di scoppiare; sospinta alla frusta da un tiranno verso l'ultimo, supplizio, la carcassa già mezzo morta, e noi, i passeggeri, a mo' di parassiti. Ma la metafora non è appropriata perché non tutti eravamo parassiti. E quelli che lo erano, non l'avrebbero ammesso.
Sotto di noi gli abissi che, solo, potevamo immaginare: gole e forre di quell'incognito continente; e sopra, il cupolone nero-morte del cielo. Il vento martellava un parossismo d'urlio da quelli che anche il più scettico dei marinai si affannava a chiamare « i cieli». E i marosi sferzavano e scuotevano il nostro riparo: come vento fatto carne, incarnato e animato, a scherno della tracotanza di chi aveva osato invaderne i domini. Ma, tuttavia, una calma quasi religiosa aleggiava fra i deambulanti nottetempo sui ponti: più rabbioso era il mare, più gelata la pioggia, e più era palpabile il consenso fra quelli che insieme ne reggevano l'impeto. Un ammiraglio poteva rivolgersi affabilmente a un mozzo impaurito, un affamato di Terza Classe a un Conte insonne. Una notte un prigioniero, un violento galwayano colto da furore, fu accompagnato dalla guardina a compiere il suo tristo esercizio fisico. Perfino lui fu ammesso alla comunione dei sonnambuli, conversando serenamente e dividendo il rum con un ministro metodista di Lyme Regis, in Inghilterra, che in vita sua non aveva mai toccato rum, ma aveva predicato più volte contro la natura nefasta del medesimo. (Furono visti inginocchiarsi insieme sul casseretto e intonare in sordina Abide With Me.)
Nuove cose erano possibili in quella Repubblica della Notte. Ma il Fantasma non mostrava interesse per il possibile, né per il nuovo. Era immune: una rupe nella vastità che lo circondava. Prometeo in cenci, nell'attesa degli uccelli rapaci. Ritto vicino all'albero maestro, scrutava l'Atlantico come aspettasse di vederlo ghiacciare o schiumare sangue.

© 2003 Ugo Guanda Editore

biografia dell'autore
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Joseph O'connor è nato a Dublino nel 1963. In Italia sono usciti il volume di racconti I veri credenti e i romanzi Cowboys & Indians, Il rappresentante, La fine della strada e Desperados e anche il volume reportage Il maschio irlandese in patria e all'estero e Yeats è morto, thriller scritto da quindici autori irlandesi e curato da Joseph O'Connor.


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12 settembre 2003