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Carlos Fuentes
L'albero delle arance

"Allo stesso Hernàn Cortés, con tutta la sua maliziosa intelligenza, mancò sempre l'immaginazione magica che fu, da un lato, la debolezza del mondo indigeno, ma dall'altro, potrà un giorno essere la sua forza: il suo apporto al futuro, la sua resurrezione...."

La Conquista spagnola del Messico, reinventata dalla grande penna visionaria di Carlos Fuentes, fiorisce di insospettati germogli nella raccolta di racconti L'albero delle arance. In questo libro il notissimo scrittore messicano affronta il tema delle dinamiche storiche che si sviluppano per contrapposizioni. Tre dei cinque racconti presentano un caleidoscopico mosaico storico il cui fulcro non è tanto quanto accadde all'arrivo dei "conquistadores", ma piuttosto come avrebbero potuto andare le cose: le prospettive, i personaggi e i fatti che crediamo di conoscere si scompongono e si ricompongono secondo un gioco di insospettate rifrazioni. Nel primo racconto, Le due sponde, un soldato spagnolo il cui nome compare solo occasionalmente nelle cronache della Conquista, vuole riscattare la sua morte senza storia presentandosi come paladino degli Indios. Scelto come interprete da Cortés per la sua conoscenza della lingua atzeca, aveva volontariamente travisato le parole scambiate tra il re Moctezuma e il condottiero spagnolo, sperando di fomentare la rivolta degli atzechi, di cui prevedeva la rapida scomparsa se si fossero fidati delle promesse dell'avventuriero. Ma il suo tentativo di cambiare la storia non si realizza, perché Cortès lo sostituisce prendendo come interprete la Malinche, la bellissima india sua amante il cui ruolo fu fatale a un intero popolo.
Nel secondo, I figli del Conquistatore, si alternano le voci del figlio legittimo di Cortés e di quello nato dalla Malinche, che nella loro rivalità adombrano il dissidio fra vincitori e vinti.
In Le due Americhe è lo stesso Cristoforo Colombo a prendere la parola, in un apologo che vede nello sfruttamento del nuovo continente le radici dell'odierno consumismo.
Ma nella fase più antica della loro storia, anche gli spagnoli hanno conosciuto la conquista da parte di una potenza straniera: Le due Numanzie, attraverso la figura di Scipione Emiliano, espugnatore della città ispanica protagonista di una leggendaria resistenza ai romani, ribadisce l'impossibilità umana di svincolarsi dalla tentazione del potere, che trascina alla perdizione uomini e imperi.
Apollo e le puttane - cronaca grottesca della morte oscena di un attore in declino - è l'unico racconto che si svolge ai giorni nostri, ma è legato agli altri dal leit motiv dell'albero di arance, presente sullo sfondo di ciascuna storia in quanto simbolo di un trapianto ben riuscito. Albero di origine orientale ma generosamente attecchito anche in Occidente, testimonia l'inclinazione della natura per una comunione tra i prodotti delle diverse latitudini: un esempio che l'uomo finora non ha saputo far proprio.

L'albero delle arance di Carlos Fuentes
Titolo originale: El naranjo
Traduzione di Eleonora Mogavero
228 pag., Euro 14.50 - Edizioni Il Saggiatore (Scritture n. 119)
ISBN 88-428-1032-0

Di Daniela Pizzagalli

le prime pagine
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10

Vidi tutto questo. La caduta della grande città azteca, in mezzo al frastuono dei tamburi, l'urto dell'acciaio contro la selce e il fuoco dei cannoni castigliani. Vidi l'acqua bruciata della laguna sulla quale fu fondata la Grande Tenochtitlan, due volte più grande di Córdoba.
Caddero i templi, i trofei, le insegne. Caddero anche gli dèi. E il giorno successivo alla sconfitta, cominciammo a erigere le chiese cristiane con le pietre dei templi indios. Chi fosse curioso o incredulo troverà alla base delle colonne della cattedrale della città di Messico i simboli magici del Dio della Notte, lo specchio fumante di Tezcatlipoca. Quanto dureranno le nuove dimore del nostro Dio unico, costruite sulle rovine non di uno ma di mille dèi? Forse quanto i loro nomi: Pioggia, Acqua, Vento, Fuoco, Spazzatura...
In realtà, non lo so. Io sono appena morto del mal francese. Una morte atroce, dolorosa, inevitabile. Un fiorire di piaghe regalatomi dai miei stessi fratelli indigeni, in cambio dei mali che noi spagnoli portammo loro. Mi meraviglia vedere la città di Messico popolata dalla sera alla mattina da visi butterati, segnati dal vaiolo, distrutti come le strade della città conquistata. Si agita, ribollente, l'acqua della laguna; i muri hanno contratto una lebbra incurabile; i visi hanno perduto per sempre la loro nera bellezza, il loro profilo perfetto: l'Europa ha sfregiato per sempre il volto a questo Nuovo Mondo che, a ben vedere, è più vecchio di quello europeo. Anche se, in verità, da questa prospettiva olimpica datami dalla morte vedo tutto quello che è accaduto come l'incontro di due vecchi mondi, entrambi millenari, perché le pietre che abbiamo trovato qui sono antiche come quelle dell'Egitto e il destino di tutti gli imperi era già scritto, per sempre, sui muri del convito di Baldassarre.
Ho visto tutto. Vorrei raccontare tutto. Ma le mie apparizioni nella storia sono rigorosamente limitate a quanto e stato detto di me. Vengo menzionato cinquantotto volte dal cronista Bernal Diaz del Castillo nella sua Historia Verdadera de la Conquista de la Nueva España. L'ultima cosa che si sa di me è che ero già morto quando Hernàn Cortés, il nostro comandante, partì per la sua sfortunata spedizione in Honduras nell'ottobre 1524. Così riporta il cronista e subito si dimentica di me.
Ricompaio nella sfilata finale dei fantasmi, quando Bernal Díaz passa in rassegna i destini dei compagni della Conquista. Lo scrittore possiede una memoria prodigiosa; ricorda tutti i nomi, non dimentica un solo cavallo, né chi lo montava. Forse, anche per lui, il ricordo è l'unica cosa di cui dispone per salvarsi dalla morte. O da qualcosa di peggio: la delusione e la tristezza. Non mentiamo a noi stessi; nessuno è uscito indenne da queste imprese di scoperta e conquista, né i vinti che videro la distruzione del proprio mondo, né i vincitori che non giunsero mai alla soddisfazione totale delle loro ambizioni, anzi subirono ingiustizie e delusioni a non finire. Entrambi dovettero costruire un mondo nuovo a partire dalla comune sconfitta. Questo lo so io perché sono già morto; non lo sapeva molto bene il cronista di Medina del Campo mentre scriveva la sua favolosa storia, che infatti abbonda di memoria, ma difetta di immaginazione.
Non manca nel suo elenco un solo compagno della Conquista. Ma in grandissima parte vengono liquidati con un laconico epitaffio: "Morì di sua morte". Alcuni, è vero, si distinguono perché morirono "nelle mani degli indios". I più interessanti sono quelli che ebbero un destino singolare e, quasi sempre, violento.
La gloria e l'abiezione, devo aggiungere, sono ugualmente note in queste avventure della Conquista. Cortés fece impiccare Pedro Escudero e Juan Cermeño perché avevano cercato di scappare a Cuba con una nave, mentre al suo pilota, Gonzalo de Umbria, ordinò che fossero tagliate le dita dei piedi e, così mutilato, Umbria ebbe il coraggio di presentarsi davanti al re per lamentarsi, ottenendo ricompense in oro e villaggi di indios. Cortés dovette pentirsi di non aver fatto impiccare anche lui. Vedete dunque, lettori, ascoltatori, penitenti, o chiunque siate voi che vi avvicinate alla mia tomba, come si prendono le decisioni quando il tempo stringe e la storia urge. Può sempre essere accaduto il contrario di quanto la cronaca riporta. Sempre. Inoltre, devo dirvi che in questa impresa ci fu di tutto, dal piacere personale di un certo Morón, grande musicista, un Porras dai capelli rossi, grande cantante, o un Ortiz, grande suonatore di vihuela e che insegnava a danzare, fino alle disgrazie di un Enrique, originario di Palencia, che soffocò per la stanchezza e il peso delle armi e il calore che producevano.

© 2003 il Saggiatore Editori

biografia dell'autore
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Carlos Fuentes (1928) è considerato uno dei maestri della narrativa messicana e unodei più importanti romanzieri contemporanei. Ha vinto il Premio cervantes, massimo riconoscimento per un autore di lingua spagnola, e il Premio Príncipe de Asturias de las Letras. Fra i suoi romanzi ricordiamo La morte di Artemio Cruz, Aura, L'ombelico della luna, Gli anni con Laura Díaz e Le relazioni lontane. Ha svolto anche un'importante opera di giornalista e saggista (Tutti i soli del Messico, Geografia del romanzo) ed è stato ambasciatore del Messico in Francia.


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1 agosto 2003