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Daniel Pennac
Ecco la storia

"Come nascono i suoi personaggi?". Così. Dall'imprevedibile e necessaria combinazione tra le esigenze di un tema, le necessità del racconto, i sedimenti della vita, le casualità della fantasticheria, gli arcani di una memoria capricciosa, gli avvenimenti, le letture, le immagini, le persone...
Poco importa, del resto, la nascita dei personaggi, quello che conta è la loro vocazione all'esistenza immediata. Agli occhi del lettore, i personaggi non "nascono", esistono sin dalla loro apparizione nel testo.

Ecco la storia, ecco la biografia, l'invenzione, il testo critico, il metaromanzo. Ecco il più letterario dei temi (quello del sosia) che diventa gioco di specchi, diventa film, simbolo e funambolesco divertimento.
Ecco un paese immaginario, che ha il nome di un luogo vero, travestimento fantastico e realistica analisi del potere, e che corrisponde in assoluto all'idea di "interno": interno di un territorio infinito, nocciolo dell'anima, cuore dello straniamento dal mondo dei consumi e della rapidità, ma in cui alcuni "germi" preannunciano il grande fuori, il mondo esterno.
È in questo luogo che si apre "la storia", almeno quella da cui, in un prodigioso fuoco d'artificio di idee e di parole, nascono le 300 pagine del romanzo. Subito Pennac avverte il lettore che si trova di fronte a "un'opera di fantasia" o meglio lo fa partecipe del "processo creativo" e questo gioco si ripeterà lungo il libro più volte, senza nessuna sfumatura didascalica, ma con una sorta di complicità, occhieggiando a un lettore con cui sa di avere familiarità, un vecchio amico a cui si può raccontare liberamente come si procede nel proprio lavoro.
In questo paese dell'interno del Brasile e precisamente nella sua capitale, Teresina, ha origine la vicenda di un dittatore agorafobico, Manuel Pereira da Ponte Martins, o più semplicemente Pereira. Uccisore del sanguinario dittatore che lo aveva preceduto ha, da una vecchia maga consultata da tutti i notabili del luogo (abitudine che non sembra proprio caduta in disuso neppure oggi), una profezia: verrà ucciso da una folla inferocita. Questo spaventoso presagio è quello che gli creerà una forma di agorafobia così condizionante da costringerlo a trovarsi un sosia che governi al suo posto e ad andarsene in Europa a godersi bellamente la vita. Il sosia, a sua volta, stanco di quel ruolo, troverà un altro sosia che si farà poi sostituire da due altri individui, dei gemelli, uno buono e uno malvagio, che chiuderanno questo strano percorso del potere. Tutto ciò non viene però descritto in modo lineare e continuativo, ma intrecciato con momenti autobiografici, con il racconto del soggiorno in Brasile di Pennac, con la descrizione dei suoi amici (dei suoi sosia?), con riflessioni sulla scrittura e sulla creazione letteraria. Una delle parti più affascinanti del romanzo mi sembra essere tutta la storia del primo sosia di Pereira che si arricchisce di mille altri spunti, di riferimenti e citazioni, in cui si attraversa in poche pagine la storia dell'immaginario contemporaneo con il significato che il cinema e alcune sue figure di riferimento, rese vive e trasformate in creature romanzesche, vengono ad assumere: Chaplin e Valentino, Hollywood e i suoi perversi e affascinanti meccanismi...
Ed ecco infine la più geniale delle trovate letterarie: l'autore si sofferma su di un personaggio secondario e decide di farlo diventare "vero" e di farlo interagire con la sua vita, tanto che il lettore a un certo punto dimentica il punto di partenza e crede nella realtà di quella figura unicamente letteraria.
Così descritto il libro potrebbe apparire intellettualistico o caotico: tutt'altro. Divertente in ogni pagina e coerente con l'assunto di partenza, un Pennac davvero capace di non deludere chi ha sofferto per non avere a disposizione un'altra storia della tribù Malaussène e che anzi apre forse una sua nuova fase narrativa più complessa e ricca della precedente.

Ecco la storia di Daniel Pennac
Titolo originale: Le dictateur et le hamac
Traduzione di Yasmina Melaouah
312 pag., Euro 16.00 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori)
ISBN 88-07-01635-4

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
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I

EPSILON

1.

Sarebbe la storia di un dittatore agorafobico. Poco importa il paese. Basta immaginare una di quelle repubbliche delle banane con il sottosuolo abbastanza ricco perché si desideri prendervi il potere e abbastanza aride in superficie per essere fertili di rivoluzioni. Mettiamo che la capitale si chiami Teresina, come la capitale del Piauí, in Brasile. Il Piauí è uno stato troppo povero per poter mai servire da cornice a una favola sul potere, ma Teresina è un nome accettabile per una capitale.
E Manuel Pereira da Ponte Martins sarebbe un nome plausibile per un dittatore.
Sarebbe quindi la storia di Manuel Pereira da Ponte Martins, dittatore agorafobico. Pereira e Martins sono i due cognomi più diffusi nel suo paese. Da ciò la sua vocazione di dittatore; quando ti chiami due volte come tutti, il potere ti spetta di diritto. È quello che lui si dice da quando ha l'età per pensare.
In seguito, lo chiameranno semplicemente Pereira, dal cognome del padre. Potrebbero anche chiamarlo Martins, dal cognome della madre, ma suo padre è il Pereira di Ponte (Ponte è a tre giorni di cavallo da Teresina), la più grande famiglia latifondista del paese. Hanno le terre, hanno il nome, hanno il denaro, avranno il potere: è una delle primissime idee di Pereira, in verità, forse addirittura la prima, un'idea segreta e scottante, un fuoco nascosto in un bambino silenzioso. Certo, ci vuole un po' di istruzione. Occorre parlare l'inglese, il francese, il tedesco. Occorre saper far di conto, e la geografia. Occorre avere dimestichezza con le utopie, per poter fronteggiare qualsiasi minaccia. Occorre conoscere le armi e la danza, i servizi segreti e il protocollo. Per imparare tutto questo, Pereira lascia Ponte a Otto anni, cresce fino ai quindici anni presso i gesuiti di Teresina (allievo brillante e riservato, implacabile giocatore di scacchi) quindi completa la sua istruzione all'estero — in Europa — e torna a ventidue anni, per entrare all'Accademia militare. Vuole ancora il potere, ma ha preso gusto a essere altrove. Si sta bene, in Europa. In Italia, per esempio. Perfino in quel piccolo scoglio di Monaco dove il casinò ti apre le braccia e la cui principessa ti ha fatto l'occhiolino (crede lui).

Sarebbe quindi la storia di un dittatore agorafobico che vorrebbe insieme questo e quello, il potere ed essere altrove. Comincia da questo: aiutante di campo del generale presidente, prenderà il suo posto. Il generale presidente ha trascurato la propria istruzione. Nei salotti di Teresina gira una battuta: "C'è stato un attentato contro il generale presidente; gli hanno tirato un dizionario". È una battuta. Ridarelle discrete dietro i ventagli. Il generale presidente non si offende. Molte delle sue frasi cominciano con:
"Pereira, tu che sai leggere...
Il generale presidente non tiene in gran conto la cultura. A suo avviso, è "uno svago per gente senza palle".
"Io ho studiato l'uomo" dice.
E ama aggiungere:
"Per questo preferisco il cavallo".
Il generale presidente si è distinto nella guerra contro il Paraguay, poi per il massacro dei contadini del Nord. I contadini del Nord avevano cominciato a pretendere. Avevano pregato, dapprima, ma non erano stati esauditi, poi avevano timidamente richiesto, ma non erano stati ascoltati. Avevano supplicato, inutilmente. E allora avevano cominciato a pretendere. Guidati dai loro parroci, i contadini del Nord avevano marciato su Teresina. Teresina era stata minacciata di un invasione contadina. Il generale presidente aveva fatto intervenire i cadetti dell'Accademia militare. Cavalleria, sciabole, mitraglia, poi l'artiglieria sui villaggi del Nord dove avevano ripiegato i contadini. Con la benedizione del vescovo, il generale presidente aveva fatto fucilare i parroci. Il padre di Pereira, il vecchio da Ponte, disapprovò quel massacro. Da Ponte, il padre, praticava la carità cristiana. Nutriva gratis nelle sue cucine i contadini che affamava innocentemente nelle sue fazendas. Medico, curava nel suo ospedale la disidratazione delle sue pianure e la foruncolosi delle sue montagne. Ascoltava gli affamati, gli assetati, i malati e i parenti dei malati. Il vecchio da Ponte diceva:
"A un uomo che ascolta non si chiede niente".

© 2003 Feltrinelli Editore

biografia dell'autore
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Daniel Pennac, professore francese in un liceo parigino, è autore della serie di romanzi di straordinario successo centrati sulla figura di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio e della sua colorita famiglia: Il paradiso degli orchi, La fata carabina, La prosivendola, Signor Malaussène e La passione secondo Thérèse, oltre a Ultime notizie dalla famiglia; e inoltre il saggio sulla lettura Come un romanzo, del romanzo Signori bambini e della storia a fumetti Gli esuberanti con disegni di Jacques Tardi. Pennac ha vinto il Premio internazionale Grinzane Cavour "Una vita per la letteratura" 2002.


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27 giugno 2003