LETTERATURA E DINTORNI

Umberto Eco
Dire quasi la stessa cosa
Esperienza di traduzione

"Pare difficile 'tradurre' in parole tutto quello che è espresso dalla Quinta di Beethoven, ma è anche impossibile 'tradurre' la Critica della ragion pura in musica. La pratica dell'ekfrasi consente di descrivere a parole una immagine, ma nessuna ekfrasi del Matrimonio della Vergine di Raffaello potrebbe rendere il senso della prospettiva che viene percepita dal riguardante, la morbidezza delle linee che manifesta la posizione dei corpi, o la tenue armonia dei colori."

La raccolta di saggi di Eco recentemente pubblicata propone testi non del tutto nuovi, sono lezioni tenute dal maestro o articoli già apparsi in riviste specializzate o brevi saggi editi in lingua inglese o interventi a convegni e conferenze: molte però le "nuove divagazioni" sul tema e gli esempi portati a sostegno delle tesi esposte.
Inoltre l'avere raccolte in un unico testo le idee relative alla traduzione, più volte espresse in varie circostanze, ci permette di farci un'idea più precisa delle posizioni e delle valutazioni del più illustre intellettuale italiano su questa materia, allargando poi il tema non solo alla traduzione da una lingua a un'altra, ma da un medium ad un altro (libro/film, ad esempio, o pittura/musica, ecc.).
L'argomento ha negli ultimi anni assunto un peso notevole nel dibattito culturale, le università hanno aperto corsi di laurea, sono nate specializzazioni accademiche e si è finalmente giunti a dare al traduttore un ruolo primario per il successo (o talvolta l'insuccesso) di un'opera proposta in una lingua diversa da quella in cui era stata scritta.
Il tono colloquiale e sempre brillante di Eco rende poi estremamente piacevole la lettura di tutti i suoi testi: in questo è un esempio davvero raro di capacità comunicativa e di chiarezza espositiva anche per concetti molto complessi. L'autorità a dibattere questa questione viene da una conoscenza diretta del problema: Eco stesso è stato traduttore (Esercizi di stile di Queneau e Sylvie di Nerval); le sue opere sono state tradotte in innumerevoli lingue e ha personalmente seguito l'opera del traduttore, quando gli era possibile; nella sua vita ha dovuto controllare molte traduzioni come direttore di collane editoriali; ha scritto alcuni saggi direttamente in una lingua diversa da quella materna... Proprio le esperienze personali (che arricchiscono, con divertenti aneddoti, il saggio) sono il punto di partenza del suo discorso che non vuole connotare come "teoria della traduzione" in quanto lascia inevitabilmente scoperti alcuni problemi e non abbraccia ogni tematica relativa alla questione.
La complessità dell'operazione è espressa dal "quasi" presente nel titolo del saggio. Che cosa infatti significa dire quasi la stessa cosa? Certo il traduttore automatico di Altavista (esempio che apre con effetti comici il primo saggio) non conosce questo problema ma chi lavora su di un testo certamente sì, e anzi si pone molti quesiti, ha problemi di coscienza, sa che l'interpretare è il primo obbligato passaggio e che è "l'anima" di una pagina quella che deve essere ritrovata in un'altra lingua, oppure "un'altra anima" ma che con quella originaria abbia un rapporto stretto.
Chi è traduttore per professione ritroverà molti dei suoi dubbi e molte delle sue conquiste nelle posizioni di Eco; chi è lettore capirà quanto peso abbia avuto il traduttore nella sua ammirazione per qualche scrittore letto solo in traduzione; agli editori un messaggio per indicare come risparmiare per affidare un testo da tradurre a chi non ne abbia la sufficiente competenza possa significare il fallimento di quel titolo: insomma proprio la notorietà dell'autore di questo saggio permetterà a molti di accostarsi in modo serio e consapevole a un problema davvero incomprensibilmente trascurato per troppi anni o lasciato al dibattito puramente accademico mentre presenta un peso editoriale non indifferente.

Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione di Umberto Eco
395 pag., Euro 18.00 - Edizioni Bompiani (Studi Bompiani)
ISBN 88-452-5397-X

Le prime righe

INTRODUZIONE

Che cosa vuole dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un'altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire che cosa significhi "dire la stessa cosa", e non lo sappiamo bene per tutte quelle operazioni che chiamiamo parafrasi, definizione, spiegazione, riformulazione, per non parlare delle pretese sostituzioni sinonimiche. In secondo luogo perché, davanti a un testo da tradurre, non sappiamo quale sia la cosa. Infine, in certi casi, è persino dubbio che cosa voglia dire dire.
Non abbiamo bisogno di andare a cercare (per sottolineare la centralità del problema traduttivo in molte discussioni filosofiche) se ci sia una Cosa in Sé nell'Iliade o nel Canto di un pastore errante dell'Asia, quella che dovrebbe trasparire e sfolgorare al di là e al di sopra di ogni lingua che li traduca — o che al contrario non venga mai attinta per quanti sforzi un'altra lingua faccia. Basta volare più basso — e lo faremo molte volte nelle pagine che seguono. Supponiamo che in un romanzo inglese un personaggio dica it's raining cats and dogs. Sciocco sarebbe quel traduttore che, pensando di dire la stessa cosa, traducesse letteralmente piove cani e gatti. Si tradurrà piovea catinelle o piove come Dio la manda. Ma se il romanzo fosse di fantascienza, scritto da un adepto di scienze dette "fortiane", e raccontasse che davvero piovono cani e gatti? Si tradurrebbe letteralmente, d'accordo. Ma se il personaggio stesse andando dal dottor Freud per raccontargli che soffre di una curiosa ossessione verso cani e gatti, da cui si sente minacciato persino quando piove? Si tradurrebbe ancora letteralmente, ma si sarebbe perduta la sfumatura che quell'Uomo dei Gatti è ossessionato anche dalle frasi idiomatiche. E se in un romanzo italiano chi dice che stanno piovendo cani e gatti fosse uno studente della Berlitz, che non riesce a sottrarsi alla tentazione di ornare il suo discorso con anglicismi penosi? Traducendo letteralmente, l'ignaro lettore italiano non capirebbe che quello sta usando un anglicismo. E se poi quel romanzo italiano dovesse essere tradotto in inglese, come si renderebbe questo vezzo anglicizzante? Si dovrebbe cambiare nazionalità al personaggio e farlo diventare un inglese con vezzi italianizzanti, o un operaio londinese che ostenta senza successo un accento oxoniense? Sarebbe una licenza insopportabile. E se it's raining cats and dogs lo dicesse, in inglese, un personaggio di un romanzo francese? Come si tradurrebbe in inglese? Vedete come è difficile dire quale sia la cosa che un testo vuole trasmettere, e come trasmetterla.
Ecco il senso dei capitoli che seguono: cercare di capire come, pur sapendo che non si dice mai la stessa cosa, si possa dire quasi la stessa cosa. A questo punto ciò che fa problema non è più tanto l'idea della stessa cosa, né quella della stessa cosa, bensì l'idea di quel quasi. Quanto deve essere elastico quel quasi? Dipende dal punto di vista: la Terra è quasi come Marte, in quanto entrambi ruotano intorno al sole e hanno forma sferica, ma può essere quasi come un qualsiasi altro pianeta ruotante in un altro sistema solare, ed è quasi come il sole, poiché entrambi sono corpi celesti, è quasi come la sfera di cristallo di un indovino, o quasi come un pallone, o quasi come un'arancia. Stabilire la flessibilità, l'estensione del quasi dipende da alcuni criteri che vanno negoziati preliminarmente. Dire quasi la stessa cosa è un procedimento che si pone, come vedremo, all'insegna della negoziazione.

Ho iniziato a occuparmi teoricamente di problemi di traduzione forse per la prima volta nel 1983, nello spiegare come avevo tradotto gli Esercizi di stile di Queneau. Per il resto credo di avere dedicato al problema pochi accenni sino agli anni Novanta, durante i quali avevo elaborato una serie di interventi occasionali nel corso di qualche convegno, e in riferimento, come si vedrà, ad alcune mie esperienze personali di autore tradotto. Il problema della traduzione non poteva essere assente dal mio studio sulla Ricerca della lingua perfetta (1993b), e ad analisi minute di traduzioni sono tornato sia parlando di una traduzione di Joyce (Eco 1996) che a proposito della mia traduzione di Sylvie di Nerval (Eco i 999b) . Ma tra il 1997 e 1999 si sono svolti due seminari annuali per il Dottorato di ricerca in Semiotica dell'Università di Bologna dedicati al tema della traduzione intersemiotica, vale a dire di tutti quei casi in cui non si traduce da una lingua naturale a un'altra ma tra sistemi semiotici diversi tra loro, come quando per esempio si "traduce" un romanzo in un film, un poema epico in un'opera a fumetti o si trae un quadro dal tema di una poesia. Nel corso dei vari interventi mi sono trovato a dissentire con parte dei dottorandi e dei colleghi circa i rapporti tra "traduzione propriamente detta" e traduzione detta "intersemiotica". La materia del contendere dovrebbe apparire chiara dalle pagine di questo libro, così come dovrebbero apparire chiari gli stimoli e le sollecitazioni che ho ricevuto anche e specialmente da coloro con cui dissentivo. Le mie reazioni di allora, così come gli interventi degli altri partecipanti, appaiono in due numeri speciali della rivista VS 82 (1999), e VS 85-87 (2000).
Nell'autunno del 1998 ero stato frattanto invitato dalla Toronto University per una serie di Goggio Lectures, dove ho iniziato a rielaborare le mie idee in proposito. I risultati di quelle conferenze sono stati poi pubblicati nel volumetto Experiences in Transiation (Eco 2001).

© 2003 RCS Libri Editore


L'autore

Umberto Eco è nato ad Alessandria nel 1932. È ordinario di Semiotica e Preside della Scuola Superiore di Studi Umanistici presso l'Università di Bologna. Tra le sue opere di saggistica si ricordano: Opera aperta (1962), La struttura assente (1968), Trattato di semiotica generale (1975), Lector in fabula (1979), Semiotica e filosofia del linguaggio (1984), I limiti dell'interpretazione (1990), La ricerca della lingua perfetta (1993), Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994), Kant e l'ornitorinco (1997), Sulla letteratura (2002). Inoltre, tra le sue raccolte, vanno menzionate: Diario Minimo (1963), Il secondo Diario Minimo (1990), che comprende una prima antologia di bustine di Minerva, i Cinque scritti morali (1997), Tra menzogna e ironia (1998) e La Bustina di Minerva (2000). Nel 1980 ha esordito nella narrativa con Il nome della rosa (Premio Strega 1981), seguito nel 1988 da Il pendolo di Foucault, nel 1994 da L'isola del giorno prima e nel 2000 da Baudolino.


Di Grazia Casagrande


18 aprile 2003