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Nick McDonell
Twelve

"Si tratta soltanto di un paio di ragazzi qualsiasi che tentano di beccare un po' d'erba, di divertirsi, di riempire il tempo, di parlare, di vestirsi, di camminare ed essere in un certo modo, perché il senso e la maniera che gli hanno insegnato sono poco fighi e poco chiari e senza un'autentica meta: perché nessuno in realtà ha qualcosa da fare, nell'intera città tutti non hanno niente da fare".

Il romanzo di cui tanto si parla, Twelve scritto dal diciassettenne Nick Mc Donell - e da noi anche tradotto da un diciassettenne, Vincenzo Latronico - di primo acchito stupisce per la tecnica smaliziata, con inserzioni ad arte di flussi di coscienza, di flash back, di piani alternati; poi colpisce perché la severità e il pessimismo della denuncia sembrano prevalere sugli spiragli di speranza che ci si aspetterebbero da un teenager. I suoi personaggi sono liceali della New York rampante, frequentano ottime scuole da studenti disciplinati, non contestano perché non hanno il minimo interesse per ciò che li circonda. Sono in fuga dalla vita, senza scopi e senza rabbia, senza paura e senza emozioni. L'assenza di affetti familiari li ha spenti, anche il sesso è vissuto come una routine: provano eccitazione soltanto nell'allucinazione della droga.
Il romanzo - teso e affilato, per una lettura a lama di coltello - si snoda nei cinque ultimi giorni dell'anno, quando le storie di questo gruppo di ragazzi s'intrecciano attorno all'organizzazione di una festa di Capodanno. Per il padrone di casa, la festa è un pretesto per accaparrarsi la ragazza più bella della scuola, la quale a sua volta vuole rendere memorabile l'evento per consolidare il suo successo sociale; gli invitati si danno da fare per procurarsi droghe, perché lo scopo della festa è di sballare il più possibile, mentre il fratello dell'anfitrione, maniaco delle armi, si prepara a coronare a modo suo questa corsa all'annientamento.
Soltanto il protagonista, White Mike, guarda con distacco questo gioco al massacro: non si droga, ma fa lo spacciatore perché gli dà un senso di potere sugli altri; sarà l'unico a uscire vivo, letteralmente e metaforicamente, per la sua capacità di reagire all'apatia dissennata e distruttiva del gruppo, trovando uno scopo nell'andare a studiare a Parigi. Forse solo qui, nella convinzione che la cultura del vecchio mondo possieda qualità taumaturgiche, si intravede un balenìo d'ingenuità che denuncia l'acerba età dello scrittore.

Twelve di Nick McDonell
Traduzione di Vincenzo Latronico
229 pag., Euro 14.50 - Edizioni Bompiani (Narratori Stranieri)
ISBN 88-452-5353-8

Di Daniela Pizzagalli

le prime pagine
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Parte I
Venerdì, 27 dicembre


White Mike è esile e pallido come il fumo.
White Mike porta dei jeans e una felpa e un cappotto blu scuro Brooks Brothers che gli pende addosso. Ha i capelli biondi, chiarissimi, quasi bianchi, che sembrano sprizzare tutt'attorno alla testa. White Mike è pulito. Non ha mai fumato una sigaretta in vita sua. Mai bevuto, mai fatto una canna. Eppure White Mike è diventato un ottimo spacciatore, sebbene tutto sia cominciato come una cosa da una botta e via, con suo cugino Charlie. White Mike andava bene a scuola; adesso, però, sono sei mesi che ha finito il liceo e, anche se alcuni potrebbero chiedersi cosa sta facendo, a quanto pare a nessuno importa molto se si prende un anno sabbatico prima del college. Forse più di un anno. White Mike ha visto American Beauty, quel film con il tipo che spaccia e si compra apparecchiature video costosissime con i soldi ricavati dallo smercio: quel tizio a volte dice che nel mondo c'è così tanta bellezza che davvero non si riesce a reggerla tutta. Cazzate, pensa White Mike.
White Mike non sta rimirando la bellezza. Guarda l'Upper East Side di Manhattan. Natale è passato da due giorni, e i ragazzi sono ritornati dai collegi e dai convitti, e tutti hanno soldi da buttare. Adesso è presissimo con un aggancio ad Harlem, e poi sono grammi e deca e cinquantoni e musica sparata e case coi genitori in vacanza strapiene di amici e altri giri e tipi della Hotchkiss e di Andover e di St. PauI's e di Deerfield che se la tirano e raccontano storie su com'è veramente a tizi della Dalton e di Collegiate e di Riverdale, che ovviamente hanno anch'essi delle storie: sono sempre le stesse, in fondo.
In questo periodo la città è un casino, ma quest'anno lo è in modo particolare. Madison Avenue sembra risucchiata dai cantieri, e il bordello sulla Lexington è maggiore di quanto White Mike ricordi. I marciapiedi sono affollatissimi, e il peggio viene quando nevica — be', di neve ne è scesa davvero tanta. Quando le nevicate si accumulano, su alcune strade rimane solo un corridoio salato di granito e merde ghiacciate. E dal giorno del Ringraziamento che fa freddo: un gelo tremendo. È l'inverno più freddo da decenni, ha detto la televisione: per White Mike, però, il freddo non è un problema.

Quando White Mike iniziò a spacciare era estate e faceva caldo, e lui tentò di non dormire a oltranza, una specie di esperimento. Già prima, appariva pallido e inquietante ai ragazzi a cui vendeva, ma il terzo giorno con jeans e la maglietta bianca incrostati di sporcizia divenne l'immagine di un James Dean profugo — le ultime ore erano state soltanto sfocature, e le macchine sulla strada gli passavano accanto così rapide e vicine che la gente si scansava di riflesso: lui, però, conosceva perfettamente i ritmi della città, e non ebbe alcun incidente.
Il suo amico Hunter lo vide a Lexington, sull'Ottantasettesima Strada, e gli disse: "Mike, va tutto bene?" White Mike si girò verso di lui: aveva una striscia di polvere sulla faccia e i suoi occhi brillavano nella luce al neon del chiosco Papaya King, succhi e hot-dog. Gli sorrise e rispose: "Guarda questo." E cominciò a correre, a sfrecciare via veloce su per l'isolato, verso Park Avenue. C'erano alcuni ragazzi di una qualche scuola privata che camminavano nella stessa direzione; quando videro White Mike superarli correndo, uno di loro disse, abbastanza forte perché il fuggitivo sentisse: "Toh, un pazzo in corsa. " White Mike si girò e tornò verso di loro, ripetendo: "Pazzo, pazzo, pazzo, pazzo... Quei tipi si spaventarono, e lui schizzò verso il gruppetto che si sparpagliò, pensando che non era per niente divertente. Cominciò ad abbaiare verso di loro, a ululare — e quelli via, a gambe levate. Li inseguì, abbaiando e ululando, e Hunter corse dietro a lui. White Mike desistette dopo un paio di isolati li lasciò andare. Hunter lo ficcò su un taxi dopo aver convinto l'autista ad accettare quel passeggero, pagandolo in anticipo. Il tassista era nervoso; per tutto il tragitto fissò il cliente attraverso lo specchietto. White Mike teneva la testa fuori dal finestrino, guardando i pedoni. Quando tornò a casa, crollò sul letto con addosso le scarpe e i vestiti il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi fu: Perché no? Era stato sveglio per quattro giorni.


White Mike scende da un taxi all'incrocio fra la Settantaseiesima Strada e Park Avenue. Guarda la sigla del taxi: 1F17. Memorizza il codice ogni volta che scende da un taxi, semmai ci dimentichi qualcosa dentro. Non gli è mai capitato.
Le luminarie di Natale avvolgono tutti gli alberi e i cespugli lungo Park Avenue, e i fili forniscono alla neve ulteriori appigli, cosicché i ghiaccioli pendono dai rami fin quasi a terra. Di notte, quando le decorazioni si accendono, gli alberi sembrano sparire fra le lampadine, e i puntini di luce incorporea delineano costellazioni sfrangiate nell'aria scura. E passato il tramonto, e White Mike si ricorda di una sera, anni prima, quando la madre era ancora viva: sedette sul bordo del suo letto, rimboccandogli le coperte per la notte, e gli parlò della teoria del Caos.

© 2003 RCS Libri Editore

biografia dell'autore
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Nick McDonell è nato nel 1984 e studia a New York. Questo e il suo primo romanzo.


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9 aprile 2003