PIU' O MENO GIALLI

Gaétan Soucy
La bambina che amava troppo i fiammiferi

"La pioggia che trasuda da terra e non smetterà mai di farlo ha già fatto il suo lavoro su parte dei dizionari, è una lunga e lenta opera d'invasione dell'umidità e della muffa quella che si attua sulla nostra tenuta, e i dizionari muoiono di morte naturale, come tutto il resto, marciume! fa il tuo dovere."

Abbiamo tra le mani un thriller, un racconto filosofico, una narrazione metafisica, o una fiaba crudele? Il romanzo, scritto pare in 29 giorni, propone una vicenda inquietante. Due bambini che hanno vissuto sempre isolati dal mondo, sotto la unica tutela di un padre violento, scoprono il corpo dell'uomo che si è suicidato, forse per il rimorso di antiche e oscure colpe. È da questa orrenda scoperta che ha inizio l'indagine per sciogliere l'enigma che ha condotto l'uomo alla morte: di quali colpe si è macchiato? perché ha poi scelto per sé e per i figli un isolamento così totale? La caotica formazione culturale (nessuna scuola, nessun maestro ma unicamente i dittatoriali insegnamenti del padre) non impedisce alla bambina di assumersi il ruolo di cronista delle ricerche compiute, di narratrice, avendo come riferimento le strane letture di cui disponeva: le opere di Saint-Simon e l'Etica di Spinoza.
Tutto ciò fino a che non viene superata la soglia della solitudine e si attua la contaminazione con quella cultura, cresciuta al di fuori del loro recinto, invasiva e forse invincibile. Questo autore, considerato uno dei maggiori scrittori canadesi, ossessionato dal tema della colpa, della rivelazione e del perdono offre in questo romanzo tradotto in più di dieci lingue, un esempio raffinatissimo e complesso del potere del linguaggio e della cultura nel trasmettere o descrivere angoscia e mistero.

La bambina che amava troppo i fiammiferi di Gaétan Soucy
Titolo originale: La petite fille qui aimait trop les allumettes
Traduzione di Francesco Bruno
191 pag., Euro 13.00 - Edizioni Marcos y Marcos (Gli Alianti n.98)
ISBN 88-7168-356-0

Le prime righe

I

Mio fratello e io abbiamo dovuto prendere l'universo in mano una mattina poco prima dell'alba perché papà era spirato all'improvviso. La sua spoglia contratta in un dolore di cui restava soltanto la scorza, i suoi decreti finiti di colpo in polvere, tutto ciò giaceva nella stanza al piano di sopra da cui papà, ancora soltanto il giorno prima, ci comandava in tutto e per tutto. Avevamo bisogno di ordini per non cadere a pezzi, mio fratello e io: erano la nostra malta. Senza papà non sapevamo far niente. Da soli, riuscivamo a malapena a esitare, esistere, aver paura, soffrire.
Giaceva, del resto, forse non è il termine giusto. È stato mio fratello, in piedi per primo, a constatare il fatto perché, essendo io il segretariano quel giorno, avevo il diritto di indugiare a uscire dal letto dei campi dopo una notte all'addiaccio e mi ero appena messo a tavola davanti all'incunabolo quand'ecco che fratellino scende da basso. Era stabilito che dovessimo bussare prima di entrare nella stanza di padre e, dopo aver bussato, aspettare che padre ci autorizzasse a entrare, perché non doveva dirsi che lo scoprissimo intento ai suoi esercizi.

© 2003 Marcos y Marcos Editore


L'autore

Gaétan Soucy è natonel 1958 a Montréal, dove insegna filosofia all'università. Grazie a questo suo terzo romanzo, tradotto in dodici paesi, è considerato uno dei massimi scrittori canadesi di oggi.
E la versione italiana di Francesco Bruno è ricca e intensa quanto la lingua originale di Soucy.


Di Grazia Casagrande


21 marzo 2003