NARRATIVA ITALIANA

Isabella Bossi Fedrigotti
La valigia del signor Budischowsky

"Ricomparve il valigione ancora una volta, l'ultima probabilmente, quando nostro padre decise di separarsi. Periodicamente lo annunciava, dopo ogni discussione con nostra madre, o quasi."

Ricordi di vacanze infantili, il mare e la montagna, vestiti leggeri, costumi da bagno di lana o maglioni, camicie e pantaloni pesanti: al seguito sempre una valigia, la Budischowsky appunto. Una valigia che sparirà dalla vita della famiglia solo quando verrà occupata dal cane di casa come cuccia, dopo essere rimasta a lungo nel salotto, segno di una separazione che il padre regolarmente minacciava, ma che in realtà non avrebbe mai attuato.
La grande e pesante valigia è una specie di contenitore di ricordi per l'autrice: che infatti dichiara in conclusione il dispiacere che i propri figli non l'abbiano potuta "conoscere", quasi come se temesse che i loro ricordi infantili, non possedendo un luogo fisico a cui fare riferimento, possano essere più facilmente cancellati. L'origine boema di quell'ingombrante oggetto lo aveva reso anche un po' esotico, così come il pappagallo che animava la bottega del signor Budischowsky che, grazie al racconto paterno, aveva finito col diventare per l'autrice e i suoi fratelli quasi l'animale magico di una fiaba.
Se fratelli, genitori, nonni, zii e tate riempiono le pagine di questo piccolo libro di ricordi è grazie a quel particolare "contenitore" da cui le varie figure familiari escono una ad una, come gli abiti, ancora vive e fresche, per nulla "sciupate" dal tempo. E se le minacce di separazione dei genitori non sembrano, neppure ai tempi dell'infanzia, aver molto spaventato la figlia, a distanza di anni quello che appare più evidente è la considerazione che ha del rapporto intercorso tra suo padre e sua madre: nulla di serio li ha mai divisi, le discussioni nascevano da piccole sciocchezze quotidiane e la sua famiglia era davvero unita da affetti autentici e la valigia così diventa oltre che contenitore di ricordi anche una specie di cassaforte degli affetti.

La valigia del signor Budischowsky di Isabella Bossi Fedrigotti
128 pag., Euro 12.00 - Edizioni Rizzoli (Scala italiani)
ISBN 88-17-87161-3

Le prime righe

Finita la scuola, noi bambini dovevamo partire subito, a precipizio, per il mare, probabilmente per non perdere i buoni prezzi della bassa stagione. I genitori naturalmente restavano a casa. Nostro padre aveva da lavorare e la mamma non era interessata ai bagni né ad abbronzarsi in spiaggia: forse lo trovava troppo faticoso e caldo, forse allora non s'usava ancora. Partivamo con la nostra minuscola tata che, uno dopo l'altro, intorno ai dodici anni, avremmo superato in statura. Era piccola ma energica, capace di far viaggiare in treno quattro bambini vicini d'età, più varie borse per sé e una grande valigia comune per noi fratelli.
Pesantissima anche vuota era questa valigia, di cuoio vecchio, indurito, pieno di macchie e di segni scuri simili a lividi; nel lessico familiare si chiamava — e ancora si chiama perché tuttora resiste — "Budischowsky", dal nome del fabbricante, un pellettiere boemo di Brno, che negli anni Venti l'aveva realizzata per nostro padre bambino e per suo fratello e sua sorella. Dentro, in bell'ordine, i nostri pantaloni, le gonne, le camicie, le maglie, le magliette, le mutande, le calze, le scarpe, tutto ben piegato e minuziosamente sistemato secondo il sapientissimo criterio della tata; in mezzo risaltavano, in giallo, i costumi di ricambio di lana, lavorati a mano dalla magliaia del paese, che pizzicavano la pelle e con i quali era proibito andare in acqua. A volte, per non indossare nuovamente il costume bagnato, ci facevamo lo stesso il bagno, con il risultato che poi dovevamo tenerci addosso per ore le braghette appesantite dall'acqua. Un terzo costume era considerato un lusso e, come tutti i lussi, non veniva nemmeno preso in considerazione.

© 2003 RCS Libri Editore


L'autore

Isabella Bossi Fedrigotti è nata in Trentino, a Rovereto, e vive a Milano. Giornalista del "Corriere della Sera", scrive su argomenti culturali e di costume e tiene da anni rubriche di corrispondenza con i lettori: attualmente per il "Corriere della Sera" e per il supplemento "Sette". Nel 1980 ha esordito nella narrativa con Amore mio, uccidi Garibaldi. In seguito ha pubblicato Casa di guerra (1983), Di buona famiglia (1991), che ha vinto il Premio Campiello, e Magazzino vita (1996) e quindi Il catalogo delle amiche (1998) e Cari saluti (2001).


Di Grazia Casagrande


7 marzo 2003