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Iain Pears
Il Sogno di Scipione

"Julien stava a sua volta lottando per fare sì che, nella follia che affliggeva tutta l'umanità, continuasse a esistere qualche scintilla di purezza. Anche lui aveva un debito d'onore, nei confronti sia di Manlio sia di Olivier, e doveva continuare la grande impresa da loro avviata".

Dopo aver incantato pubblico e critica con il raffinato congegno de La quarta verità, l'oxfordiano Iain Pears torna al "conte philosophique", che sembrava aver abbandonato per il filone del "giallo nel mondo dell'arte", con titoli come Il caso Raffaello e Il comitato Tiziano. Abilissimo pittore d'epoche, sia nella ricostruzione d'ambiente che nelle mappe intellettuali, in Il sogno di Scipione compie un'eccezionale prova d'autore con l'intarsio di tre romanzi storici che si svolgono in epoche diverse, i cui protagonisti vivono esperienze cruciali, tutte in qualche modo riconducibili alla stessa questione: fino a che punto si può arrivare nei compromessi con la propria coscienza, in nome di ideali superiori? Il primo di questi uomini è Manlio Ippomane, aristocratico pagano del V secolo dopo Cristo, che tenta di rendere indolore la conquista della Provenza da parte dei barbari dilaganti nell'ormai disgregato impero romano e, per giustificare quello che potrebbe sembrare un suo tradimento della civiltà, scrive un'opera filosofica il cui titolo è mutuato da Cicerone, Il sogno di Scipione, frutto dell'insegnamento di un'erudita greca da lui amata, Sofia. Il manoscritto viene casualmente trovato nel XIV secolo da Olivier de Noyen, umanista e poeta ai servizi di un potente cardinale della curia papale, insediata ad Avignone. Per amore, anche Olivier si rende complice di un tradimento, influenzato dal messaggio di Manlio, denunciando il suo protettore e quindi indirettamente ostacolando il ritorno del papa a Roma. Negli anni che segnano l'ascesa al potere di Hitler, uno studioso francese, Julien Barneuve, ritrova ad Avignone le carte di Olivier, che contengono anche riferimenti all'opera di Manlio, e sulla scorta di quegli antichi esempi, nel momento dell'occupazione tedesca decide di collaborare col regime di Vichy per salvaguardare una civiltà il cui vero volto gli verrà svelato dalla donna amata, un'ebrea, e lo farà alla fine inorridire. Una metafora sulla cecità dell'intelletto, e un invito implicito a fidarsi delle donne, infallibili rabdomanti dell'innocenza.

Il Sogno di Scipione di Iain Pears
Titolo originale: The Dream of Scipio
Traduzione di Donatella Cerutti Pini
471 pag., Euro 16.00 - Edizioni Longanesi (La Gaja Scienza n. 683)
ISBN 88-304-2045-X

Di Daniela Pizzagalli

le prime pagine
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PARTE PRIMA


Julien Barneuve spirò alle 3.28 di pomeriggio del 18 agosto 1943. Per morire ci mise ventitré minuti esatti, il tempo che passò tra l'inizio dell'incendio e l'ultima boccata d'aria immessa nei polmoni riarsi. Non si aspettava che la sua vita si concludesse proprio quel giorno, pur avendo il sospetto che ciò potesse accadere.
Fu un incendio brutale, che scoppiò di colpo e si propagò con estrema rapidità. Fin dal primo momento, Julien si rese conto che non ci sarebbe stato modo di spegnerlo, che lui sarebbe stato consumato dalle fiamme insieme con tutto il resto. Non lottò, non tentò di fuggire; era impossibile.
Il fuoco devastò l'edificio: la vecchia casa di sua madre, dove lui si era sempre sentito perfettamente a proprio agio e dove aveva sempre pensato di aver scritto le sue cose migliori. Non poté biasimare i vicini; ogni tipo di intervento avrebbe comportato folli rischi. Inoltre, non voleva essere aiutato e apprezzò l'intimità che gli veniva così concessa. Trascorsero otto minuti tra la comparsa delle prime fiamme e la perdita di coscienza causata dal fumo. Altri tre minuti, prima che il fuoco lo raggiungesse e cominciasse a fargli fumare gli abiti e riempirgli la pelle di vesciche. Ventitré minuti in tutto, finché il suo cuore cedette, il respiro si interruppe. Ci volle un'altra ora perché l'incendio finalmente si esaurisse e le ultime travi carbonizzate precipitassero al suolo, sul suo cadavere. Ma Barneuve, mentre sentiva i pensieri frammentarsi e cessava di sforzarsi di tenerli insieme, ebbe l'impressione che tutto ciò avesse richiesto molto più tempo.
In un certo senso, il suo destino fu deciso nel momento in cui, di fronte alla chiesa di St. Agricole, nei pressi del nuovo palazzo dei papi ad Avignone, Olivier de Noyen posò per la prima volta gli occhi sulla donna che avrebbe immortalato nelle sue poesie. Olivier aveva ventisei anni e il fato aveva decretato che vivesse e morisse in quello che sarebbe stato, forse, il secolo più buio della storia europea, un'epoca che da molti uomini fu definita maledetta e che ne fece quasi impazzire altri, attanagliati dal disperato timore della punizione divina per i loro peccati. Olivier, si disse, fu uno di questi. Isabelle de Fréjus aveva appena compiuto sedici anni; sette mesi prima era andata sposa, ma non era ancora rimasta gravida, un fatto che stava già suscitando, oltre a consapevoli e pettegole chiacchiere tra le vecchie comari, la rabbia del marito. Da parte sua, Isabelle non ne era dispiaciuta, perché non aveva fretta di imbarcarsi in quella rischiosa avventura che, per tante donne, era causa di morte o di infiniti strazi. Era stata testimone delle terribili sofferenze patite da sua madre nel metterla al mondo, parto a cui ne era rapidamente seguito un altro, e un altro ancora, e aveva paura. Faceva il proprio dovere con lo sposo e ogni notte pregava (dopo aver preso le debite precauzioni che ben conosceva) affinché le violenze del consorte si rivelassero infruttuose ancora per un po'. Ogni due giorni si recava in chiesa a supplicare il perdono per tali speranze, indisciplinate e ribelli, e al tempo stesso a mettersi sotto la protezione della Vergine nella speranza che si dimostrasse ancora a lungo misericordiosa e paziente.
Lo sforzo per mantenersi in quel celestiale equilibrio richiedeva una tale concentrazione da farla uscire dalla chiesa come avvolta in una nuvola di pensieri, con la fronte aggrottata e una piccola ruga proprio sopra l'attaccatura del naso. Aveva il velo sempre leggermente in disordine, perché, quando si inginocchiava a pregare, lo buttava all'indietro. La sua fantesca, Marie, le avrebbe di solito fatto notare quella lieve pecca, ma conosceva bene la padrona e aveva anche compreso che cosa le stesse passando per la mente. Era stata proprio lei, anzi, a svelarle i piccoli espedienti che contribuivano a suscitare nello sposo di Isabelle tante e crescenti preoccupazioni.
Una lieve ruga e un velo scomposto erano forse sufficienti a ispirare un pittore, ma non bastavano, da soli, a provocare nell'animo di un uomo un effetto così devastante, che doveva perciò essere spiegato in qualche altro modo. Olivier, infatti, fermo a poca distanza, ebbe l'impressione che una belva dotata di una forza terrificante gli dilaniasse il petto, strappandogli la vita stessa. Ansimò per lo sgomento, cosa di cui, fortunatamente, nessun altro si accorse. Fu una sensazione tanto violenta da costringerlo sedersi sui gradini e a rimanere così, con gli occhi sbarrati, anche molto dopo che quella figura si era allontanata sino a sparire alla vista. E quando finalmente si alzò, con le gambe tremanti, la fronte madida di sudore benché fosse mattina e non facesse ancora caldo, capì che la sua vita era cambiata per sempre. Per giorni e giorni non riuscì a lavorare.
Così cominciò la storia di un tragico amore tra un poeta e una fanciulla che sarebbe finito in modo drammatico e crudele

© 2003 Longanesi & C. Editore

biografia dell'autrice
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Iain Pears è nato nel 1955 e vive a Oxford. Ha lavorato come giornalista, storico dell'arte e consulente televisivo. Autore di innumerevoli articoli di argomento artistico e storico, ha raggiunto il successo internazionale di pubblico e di critica con il romanzo La quarta verità nel 1999. È anche autore di una serie di romanzi polizieschi ambientati nel mondo dell'arte; i primi due, Il caso Raffaello e Il Comitato Tiziano pubblicati in questa collana.


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28 febbraio 2003