La biografia


John Crowley
La traduttrice

Si mise delle calze chiare. Una volta in una poesia aveva paragonato le calze di nailon smagliate della madre a brandelli di pelle bruciata dal sole. La pelle delle sue gambe era stranamente fredda, le sue ginocchia di sasso gelido, le dita dei piedi quasi torpide. Agganciò le calze ai fermagli che pendevano dal bustino. La poesia s'intitolava 'Pelle'"

Il titolo del romanzo di John Croley, "La traduttrice", mette in evidenza solo uno dei due temi dominanti di questo libro, che interseca diversi piani di lettura, ora privilegiando la chiave culturale, ora quella politica. La difficoltà di tradurre un'opera letteraria in una lingua diversa, soprattutto in poesia, è un problema ben noto all'autore, che insegna letteratura a Yale e qui si assume il ruolo complesso di narratore e poeta, in quanto sono suoi i versi attribuiti all'immaginario scrittore russo transfuga negli USA protagonista del romanzo. La scena iniziale si svolge nel 1961alla Casa Bianca, dove il presidente Kennedy riceve un gruppo di studenti col talento della poesia, e a una di loro, Christa, nomina un poeta russo in esilio, insegnante nell'università della sua città. Questa triangolazione di personaggi costituirà il filo conduttore del romanzo. Christa si iscrive al corso di Innokentij Falin, ma nel frattempo ha smesso di scrivere poesie, traumatizzata dalla morte del fratello, vittima occultata di manovre belliche ancora non dichiarate nel Vietnam. Soltanto a lei, per incoraggiarla a riprendere contatto con la poesia, Falin concederà di tradurre i suoi versi in inglese, consapevole che non si tratterà di trascrizione, ma di una nuova creazione, per l'impossibilità di travasare una cultura in un'altra, soprattutto nel caso delle loro due culture, rese irrimediabilmente distanti e conflittuali dal clima della guerra fredda. A questo punto, la tematica soprattutto letteraria della vicenda, in cui anche i sentimenti risentono della difficoltà di comunicare, viene attraversata dall'aggressività della storia: è il momento della crisi di Cuba, i due blocchi sono sull'orlo della terza Guerra Mondiale. Se la catastrofe collettiva è scongiurata, la storia personale di Christa e del suo poeta è invece spezzata, e Christa ripensando, ormai adulta e affermata poetessa, all'improvvisa inspiegabile scomparsa dell'amato Falin, si darà una spiegazione dell'accaduto ipotizzando una concatenazione occulta tra la marcia indietro compiuta dai russi a Cuba e l'immolazione volontaria del poeta, seguita a poca distanza dalla morte di Kennedy, rievocata alla fine del romanzo in una sorta di simbolica chiusura di una parabola.

La traduttrice di John Crowley
Titolo originale: The Translator
Traduzione di Francesco Bruno
335 pag., Euro 15.00 - Edizioni Ponte alle Grazie
ISBN 88-7928-607-2

Di Daniela Pizzagalli

le prime pagine
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1


La prima volta che Christa Malone sentì il nome di Innokentij Isaevic Falin, fu dalle labbra del Presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy.
Nel febbraio 1961, Christa era in fila d'attesa alla Casa Bianca con altri venti studenti dell'ultimo anno di liceo, le cui poesie erano state scelte per essere incluse in un'antologia di giovani poeti intitolata Ali di Canto. Erano tutte ragazze, a parte quattro maschi, una turba di goffi vividi uccelli in completo e tailleur, tutti con cappelli e perfino guanti bianchi. Un assistente austeramente cortese li aveva messi in fila, dando istruzioni circa il modo di rispondere e poi farsi da parte, e adesso guardava l'orologio da polso e una porta lontana; e Kit Malone sentiva il battito frenetico dei cuori di tutti loro. L'antologia era patrocinata da un'importante fondazione.
Lui si sarebbe fermato a conoscerli mentre si recava a un incontro più importante — Kit, in seguito, non avrebbe ricordato quale fosse e, quando la lontana doppia porta si aprì, lui era in abito da sera; la moglie al suo fianco indossava un vestito lungo di qualche strano tessuto che scintillava come la tonaca di un cardinale di El Greco. L'assistente guidò la coppia lungo la fila di giovani poeti: il Presidente strinse la mano di ciascuno, e lo stesso fece la First Lady; il Presidente fece a ognuno una domanda o due, parlando un po' più a lungo con un'alta ragazza di Quincy.
Un po' più a lungo anche con Kit, facendo una battuta scontata col suo buffo accento ma con l'aria di fissarla come un gioiello o un oggetto di particolare interesse. Quando lei gli disse da quale stato veniva, lui sorrise.
" So che lì avete un nuovo poeta " disse. " Sì. Il nostro nuovo poeta russo, Falin. Ne ha sentito parlare? "
Lei non lo conosceva e non disse niente, limitandosi a sorridere, un sorriso sovrastato da quello immenso dell'altro.
" Falin, sì " ripeté lui. " È stato esiliato. Da là. Ed è venuto qui".
Jackie gli toccò il braccio, sorridendo a sua volta a Kit, e lo portò verso il poeta successivo.
Poi furono scattate fotografie e il Presidente disse poche parole sull'importanza della poesia per la nazione, per lo spirito. Disse che i poeti erano i misconosciuti legislatori del mondo; ricordò di aver invitato Robert Frost a parlare il giorno della sua nomina a Presidente. La terra era nostra prima che noi fossimo della terra. I suoi occhi chiari si fermarono di nuovo per un momento su Kit, penetranti o indagatori.
Quella notte in albergo, fra le luci e i rumori insoliti della città, con la ragazza di Quincy inquieta nell'altro letto, Kit sognò una tigre: camminava con una tigre nei corridoi di un palazzo indefinito (quello di lui?) e guardava i possenti muscoli guizzare sotto il sontuoso manto, proprio come si vede nelle tigri, e parlava del più e del meno, consapevole del fatto che lei, Kit, ascoltava, più che parlare, rispettosa e vigile ma non impaurita.
In quel mese scrisse una poesia, " Una tigre mi disse", l'ultima prima di un lungo periodo di silenzio. E in seguito, anni dopo, si domandò se il Presidente si fosse attardato un po' di più con lei e l'avesse studiata con sorridente ingordigia perché aveva percepito un'aura o un essudato sessuale che si sprigionava dal suo corpo. I sensi dell'uomo parevano straordinariamente acuti, in proposito, forse allertati da una cosa che lei non aveva ancora scoperto: di essere incinta.
Nel gennaio di quell'anno, in viaggio verso gli Stati Uniti, Innokentij Isaevi_ Falin aveva cominciato a scrivere una serie di poesie idealmente collegate, che avevano per titolo delle date. La prima l'aveva buttata giù sulla carta da lettera di un albergo di Berlino con la sua nuova stilografica tedesca, e rivista sull'aereo per New York. L'originale — poi perduto con tutti gli altri — è un sonetto, quattordici versi con lo schema metrico peculiare di Falin. La scabra traduzione in versi sciolti che Kit Malone ne fece in seguito con Falin era la seguente:

1961

Fa' ruotare quest'anno sul fulcro del suo svolazzo finale
Rizzalo per gradi da orizzontale a verticale
Come un'asta ritta di bandiera senza bandiera
O un fondale alzato sul palco di un teatro vuoto,
Davanti al quale verranno di lì a poco recitate storie.
Ora abbassalo, metti o giù del tutto
Come la statua di un capo destituito è buttata
Supina, il dito guantato che puntava in avanti
Ficcato ora a terra verso il basso.
Capisci cos'hai fatto?
Una cosa rara che si dà una volta soltanto nei secoli:
Un anno che può essere rovesciato ma non annullato,
E nonostante tutti i nostri sforzi sembra poi tornato se
stesso.
Così non è. Come sempre, non saremo mai gli stessi.

© 2003 Ponte alle Grazie Editore

biografia dell'autore
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John Crowley è nato nel 1942. Prima di dedicarsi alla narrativa ha realizzato documentari per il cinema e la televisione. Ha ricevuto il prestigioso American Academy of Arts and Letters Award per la letteratura, e insegna all'università di Yale. Vive con la famiglia nel Massachusetts.


7 febbraio 2003